Francesco Locane

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5 a.m.

La mia mente ancora sveglia zompetta
e si ferma per chiedersi
se gli uccellini là fuori
si raccontino della nottata
o soltanto programmino
la loro giornata.

Di |2004-05-22T05:02:56+02:0022 Maggio 2004|Categorie: I Me Mine|Tag: , |Commenti disabilitati su 5 a.m.

Non entrate in quel Trony – Il cinema coreano dell'orrore che verrà

Dopo il grande successo di Phone, ripescato dai magazzini dopo il successo di Ring, che a sua volta derivava dal successo di Ringu, che poi ha fatto sì che uscissero anche in Italia film come The Eye, ecco i film che ci aspettano.

Bootleg of the Damned. Una cantante heavy metal satanista coreana muore durante un concerto, ma il bootleg della sua ultima performance inizia a circolare tra i giovani come oggetto di culto. Chi lo sente fino in fondo, scopre che c’è una traccia fantasma che, sentita al contrario, assomiglia tantissimo a delle canzoni dei Led Zeppelin. Uno ad uno i giovani rockettari muoiono nella maniere più atroci. Per fare sì che la maledizione non si propaghi, i ragazzi scoprono che bisogna masterizzare il CD e inserirlo in una copertina di un disco di Masini. Se non che il fesso del gruppo inizia a condividere il cd in forma mp3 in un programma peer-to-peer, provocando un disastro mondiale. L’ultima immagine del film ci mostra la cantante all’inferno, condannata a partecipare ad un reality show in cui dei cantanti non più famosi vivono in una beauty farm.

Phon. Incredibili morti scuotono Seoul, la capitale coreana. A farne le spese sono tutti, tranne i calvi. Un rappresentante della Vorwerk Korea, quella degli aspirapolvere Folletto, si improvvisa investigatore e scopre che le morti sono legate dall’uso di un asciugacapelli prodotto da un’azienda associata a quella per cui lavora. Investigando viene a conoscenza di una misteriosa setta satanica dedita al culto del bigodino, che aveva fabbricato gli asciugacapelli della morte, usando una resistenza modellata a forma di 666. Alla fine del film il rappresentante si licenzia, sconfitto dall’omertà dei suoi superiori, e apre un negozio di parrucchiere, la sua vera, grande, irrisolta aspirazione.

DVD (Death, Vengeance, Death). Un regista sfigato riesce con infiniti sforzi a produrre un film erotico solo per il mercato video coreano. Per raccogliere i soldi necessari al film, però, deve vendere gli organi della suocera. Uccide la donna e li consegna, già incellophanati, ad un mercante di organi, che inizia a perseguitarlo quando si accorge che la merce è scaduta. In un ultimo inseguimento, il regista muore cadendo da un tetto, e urla vendetta. L’anno successivo esce il DVD del film. Dall’aldilà il regista è riuscito ad infilare una maledizione nei contenuti speciali. Maniaci degli extra muoiono come foglie, e l’ultima cosa che vedono è una noiosissima galleria fotografica del film, l’unico bonus che si era potuto permettere il regista. Ma la suocera senza organi è pronta a tornare nel mondo dei vivi per vendicarsi, in…

Diva Xabaras: Play with Her (anche conosciuto con il titolo abbreviato di DivX Player). La suocera di DVD è tornata. Con un lungo flashback scopriamo che era una diva del ricco e prolifico cinema muto coreano, e che aveva stretto un patto con il demonio per avere bellezza e fama eterna. Dopo essere stata uccisa dal genero nel film precedente, la nonnina contatta attraverso WinMx la nipotina, usando proprio il nick di Diva Xabaras. La nipotina scarica l’ultimo film della nonna e la vecchia si materializza. Nello stesso tempo un nerd, guardando il film in DVD di cui si parla in DVD, ha premuto dei tasti a caso alla ricerca delle famose “easter eggs”, facendo resuscitare anche il regista morto. Suocera e genero si affrontano a colpi di codec e standard, in una battaglia che, simbolicamente, è uno scontro tra giovani che scaricano illegalmente i film e matusa che non lo permettono.

Mouse. Una giovane liceale coreana si impicca per amore con il filo di un mouse. O almeno così sembra, perché il modello attaccato al suo cadavere è di quelli a raggi infrarossi, e il filo è posticcio. Un giovane ingegnere informatico inizia le indagini con l’aiuto di una giornalista di “Korean PC”. Ma i due discutono tutto il tempo di argomenti tecnicissimi, che riguardano schede madri, cache, moduli di ram e nuove generazioni di processori, mentre altra gente muore colpita da monitor, sgozzata da lettori cd rom, o di infarto mentre tenta di pronunciare correttamente la parola PCMCIA. Il pubblico del cinema, quindi, si rompe le palle e invoca la ragazza suicida, che resuscita, uccide i due informatici noiosissimi e apre il primo punto vendita Computer Discount della Corea.

Buona visione!

(e con ‘sta cazzata mi sono bello e giocato il blogrodeo di domani…)

Di |2004-05-20T13:56:32+02:0020 Maggio 2004|Categorie: Act Naturally, I Am The Walrus|Tag: , , , , , , , , , , , , |Commenti disabilitati su Non entrate in quel Trony – Il cinema coreano dell'orrore che verrà

Imagin(e)a(c)tion

Mi si perdoni il titolo bislacco. Andiamo con ordine.
Mi arriva una mail, ieri mattina, da Enzo G. Baldoni, giornalista di Diario e Linus, tra gli altri. Nella mail si ipotizza che forse l’esecuzione di Nick Berg possa non essere vera. Leggo la mail fino in fondo e mi vengono i brividi. Per prima cosa perché quello che c’è scritto è terribilmente plausibile: non posterò qua la mail, chi vuole può iscriversi alla mailing list di Baldoni, molto interessante. In secondo luogo rabbrividisco perché non posso rimanere con il dubbio e nonostante abbia evitato di farlo, adesso sento che devo vedere. Sì, ho visto il filmato della presunta esecuzione del presunto antennista americano. Sono stato male. Però poi l’ho rivisto, cercando di trattenere il fiato, superando l’istintivo orrore e cercando di essere analitico. E qualcosa non mi è tornato. Poi ho chiamato la mia amica Serena, che si sta laureando in medicina, e le ho chiesto alcune informazioni. Lei non fa che confermare delle banali intuizioni presenti nella mail. E rabbrividisce anche lei.
Personalmente non sono convinto che affermare che quel filmato mostri la decapitazione di Alan Berg da vivo corrisponda a verità.

Ma non è di questo che voglio parlare. Non voglio neanche invitarvi a guardare il filmato e farvi le vostre idee. Né ho voglia di rinviarvi ad altri link dove si sono accesi dibattiti lunghissimi e spesso ridicoli e crudeli sulla veridicità di quel filmato. La mia riflessione vorrebbe essere più ampia.
Nessuno degli organi ufficiali di informazione ha messo in dubbio lo stato di realtà di quel video breve e qualitativamente povero. E questo perché l’immagine mostrata viene percepita immediatamente come verità, senza alcun intervento critico. “Abbiamo delle immagini esclusive”, “Un filmato eccezionale”: frasi che spesso si trasformano in “una testimonianzaeccezionale”. Lo scarto semantico è notevole, ma raramente notato.
Anche solo limitandoci a quello che da tredici anni viene dall’Iraq dovremmo riflettere. Quando scoppia la prima guerra del Golfo, la si etichetta subito come “prima guerra in diretta televisiva”, ma non si vede poco più che pallette verdi e scie azzurrine. Il tutto fa veinire in mente più Pong che non i massacri di una guerra. Ma intanto Arnett “ci mostra” qualcosa: quindi ciò che ci mostra è vero. E, non è secondario, è tutto ciò che possiamo vedere. Il senso del verbo, però, non è mai inteso in senso restrittivo. Vedere, dal panopticon in poi, è potere (assoluto). Ma possiamo anche andare più indietro nel tempo.
Durante la seconda guerra mondiale, soprattutto negli ultimi anni, manipoli di registi furono inviati sul fronte per riprendere i combattimenti, mostrati in patria. Vero? No. Ford e altri ricostruirono sbarchi e battaglie in modo magistrale e realistico, spacciando un film-di-finzione per cronaca. Questo negli anni ’40.
Siamo nel 2004 e tutti sanno che con le tecnologie a disposizione è possibile creare in modo verosimile qualsiasi tipo di immagine. Eppure lo statuto di verità della stessa immagine, ancor di più se in movimento, non viene mai toccato, nonostante i casi di falso giornalistico siano all’ordine del giorno, nonostante gli effetti speciali digitali al cinema abbiano creato dal nulla la Terra di Mezzo, nonostante un qualsiasi ragazzotto bravo a smanettare con Photoshop possa creare un’immagine di Nicole Kidman che abbraccia e bacia Mal dei Primitives.
Mettere in discussione la veridicità dell’immagine mostrata sarebbe tremendamente difficile per la mente e la mentalità collettiva, ma soprattutto sarebbe grave per i poteri, che basano sempre di più il loro mantenimento su un’immagine controllata, diffusa, condivisa e accettata. Su un’immagine di loro stessi e del mondo.
Il meccanismo è molto più intrinseco e innestato in noi di quanto si possa pensare. Avere come regola quella di “Non credere ai propri occhi” è difficile e spiazzante. Ma forse, di questi tempi, è necessaria una buona dose di incredulità e distacco. Una nuova cecità per vedere meglio.

Di |2004-05-18T14:05:10+02:0018 Maggio 2004|Categorie: Taxman, Tomorrow Never Knows|Tag: , , , , , , , |Commenti disabilitati su Imagin(e)a(c)tion

Concerto oltranzista

Il concerto dei Fantômas è finito da qualche ora. Eppure ancora mi risuona tutto nelle orecchie. No, non soltanto perché ero vicino alle casse, ma perché, l’ho capito dopo li primi trenta minuti, è stato uno dei concerti che mi porterò dentro per un bel pezzo.
Ma di chi stiamo parlando? Di Mike Patton, che per comodità ricordiamo solo come cantante dei Faith No More, Dave Lombardo, batterista degli Slayer (anzi, batterista, punto, nel senso che riesce a percuotere velocissimamente e a tempo qualsiasi cosa – “gli mancava solo una pecora appesa vicino al gong”, mi ha detto Manu), più King Buzzo, chitarrista dei Melvins e Trevor Dunn, bassista dei Mr Bungle, uno dei tanti progetti di Patton. Sono quattro folli, geniali, come nei più beceri ed abusati accostamenti.
Non ha molto senso che vi parli seriamente della loro musica, visto che io non sono di certo un critico musicale. Si chiacchiera sempre molto di postmoderno, di post-e-basta, di disintegrazione della forma nell’arte (di qualsiasi tipo). Ma qui io mi sono sentito come dentro ad un frullatore in cui erano stati messi pezzi di colone sonore, canzoni italiane, heavy metal, rock alternativo. Ovviamente il tasto on-off veniva azionato a discrezione del signor Patton. Sono rimasto a bocca aperta. I quattro sono stati una macchina perfetta, soprattutto Lombardo (ah, gli Slayer!) e Patton, che ormai usa la sua voce come accidenti gli pare e piace. Semplicemente mostruosi.

Una nota di costume, per fare capire che sono sempre io che scrivo, e che non siete capitati per sbaglio su un serio(so) blog musicale. Patton è stato fidanzato con una ragazza bolognese. Una sua fan, che l’ha conosciuto ad un concerto. Anche Selen è fidanzata con un suo fan, adesso che ci penso. Ma insomma. Fino a qualche anno fa , sul campanello di una casa del centro storico di Bologna a duecento metri da dove vivo io, c’era il doppio cognome: quello della ragazza e Patton. Fantastico. Poi, si sa, anche le storie belle e fiabesche come questa finiscono, ognuno per la sua strada. Anche quando finirà tra Selen e il suo ganzo, ognuno per la sua strada. Tanto più che pare che il tipo faccia il meccanico (sì, aveva in officina i suoi calendari: io quindi al massimo posso fidanzarmi con Snoopy).
Fatto sta che Mike Patton sa l’italiano abbastanza bene. Ad un certo punto del concerto ordina al malefico camion accanto al palco, che vende piadine allo stufato di topo e birre, tutto a prezzi esorbitanti, “una piada con salsiccia”. Nessuna risposta. “Una normale, allora”. Niente. Qualcuno del pubblico gli passa una piada. Lui la addenta, la mastica un po’, poi ne sputa un pezzetto. Sul pubblico. Molto punk, come cosa. Ma la triade Italia-cibo-Patton, si sa, ha precedenti illustri. Quindi il cantante inizia a sproloquiare sulla piadina romagnola, dicendo che è piena di merda. Dopo un po’ compare sul palco un uomo di una certa età, vestito di bianco, con berretto e grembiule . Sì, è proprio lui, il topopiadinaro che, colpito nell’orgoglio romagnolo, decide di offrire una bella piada a Mike, che la addenta nel mezzo di una canzone, facendosela tenere dall’uomo. Il piadinaro, colpito dal segno di pace di Patton, balla impazzito sul palco, i Fantômas stravolgono con genio, estro e maestria la musica degli ultimi cinquant’anni, l’odore di piadina si spande nell’aria, il pubblico gioisce.

Mancava solo Raul Casadei.

[http://youtu.be/t4Dwm0EzgSQ]

Di |2004-05-16T02:18:36+02:0016 Maggio 2004|Categorie: I'm Happy Just To Dance With You|Tag: , , , , , , , , , , , , |Commenti disabilitati su Concerto oltranzista

Lettera alla mia macchina fotografica

Cara Rolleiflex,

posso chiamarti Rollei? Quando ti chiamo così, oltretutto, la gente pensa che tu sia una di quelle splendide ed eleganti macchine fotografiche quadrate. No, non scattare subito, mi piaci così come sei, germanicamente tozza.
Il primo flash che ho di te è frontale. Mia madre mi ti punta addosso e io dico che non voglio essere fotografato. Lei dice che non mi sta fotografando, eppure preme un tastino. “Per vedere la luce”, mi dice. “Cazzate”, penso io. E infatti, regolarmente, mia madre mi scatta una foto, spostando il dito sul pulsante di scatto. Ma io, allora, che ne sapevo come funzionava un esposimetro? Mia madre ti era tanto affezionata, diciamolo. Talmente tanto che si è arresa solo molto tardi ai tuoi acciacchi. “Che vuoi farci, è una macchina vecchia, del 1971”. Io, bambino nato nel 1978, pensavo a cosa mi sarebbe successo se mi fossi “guastato” sette anni dopo. Mia madre mi avrebbe messo vicino a te nell’armadio e anche io mi sarei piano piano coperto di uno strato, pardon, pellicola di polvere?
Non ricordo mica quando ti ho riscoperto, e ho sviluppato un certo amore per te e per la fotografia. So solo che ti ho preso e portato dal fotografo. Macchina vampira: hai sempre avuto problemi con la luce, le maledette cellule dell’esposimetro che si guastavano sempre. Macchina vampira: quanti cazzo di soldi ti sei ciucciata per farti aggiustare quelle cellule, perché poi si guastassero subito dopo? Scusa, no, non ti impressionare, non volevo sembrarti alterato nella mia esposizione.
Alla fine, l’unica soluzione: imparare a fotografare senza esposimetro, grazie ad una provvida tabella compilata dal fotografo di cui sopra. “Che genio”, pensavo. “Si ricorda a memoria tempi di esposizione e diaframmi.” Solo qualche anno dopo mi sono reso conto che aveva spudoratamente copiato quella tabella dal retro della scatola di un rullino Kodak.
Che emozione poter cambiare i tre obiettivi, il piccolo grandangolo, il teleobiettivo e il planar.
Che bello sentire lo “statlac!” dello scatto e sapere che tutto quello che facevi era possibile senza pile, senza trucco, senza alcun “auto”: tutto meccanico.
Che palle fotografare senza esposimetro, sempre a guardare quella tabella (sostituita poi da un ritaglio di una scatola di un rullino Kodak) prima di scattare una foto: per quanto potessi essere veloce tu nei tuoi tempi, io avevo i miei, ed erano lunghissimi.
Poi, la soluzione: l’esposimetro esterno, comprato in un negozio di seconda mano. E la meraviglia delle persone quando mi vedono armeggiare con quell’apparecchietto nero, mentre lo punto verso di loro. Forse pensano che sia un disintegratore laser. Di sicuro ne era convinto un bambino a Roma, che si era prontamente rifugiato tra le gonne della mamma, pensando fossi un invasore alieno pronto a ridurlo in gelatina.
Ti scrivo questa lettera con il cuore (e il diaframma) in mano, per ringraziarti, perché ancora funzioni e, nonostante i tuoi trentatré anni, riesci ancora a fare cose come queste. Non romperti, per favore. Ricordati che abbiamo solo sette anni di differenza e l’incubo di passare la vecchiaia vicino a te in un armadio c’è ancora. Ma mica per la solitudine. Per il buio.

Di |2004-05-12T03:03:32+02:0012 Maggio 2004|Categorie: I Me Mine|Tag: , , , |Commenti disabilitati su Lettera alla mia macchina fotografica

Une semaine dans la vie: appunti sparsi e trascritti di una settimana a Parigi

29 aprile 2004. Italia vs Resto del mondo
Io e V. arriviamo da Bologna a Milano alle 1415. La partenza del TGV per Parigi è due ore dopo. “Il tempo è relativo”, dice V., citando Einstein. “Sì, ma che palle”, dico o senza bisogno di riferimenti dotti.
Accanto a noi una ragazza straniera sfoglia dei cartoncini su cui c’è scritta da un lato una parola in italiano e dall’altro il corrispondente in inglese. Un modo comodo per imparare le lingue, basta avere una borsa apposita per i cartoncini. Ad un tratto si gira verso delle altre ragazze e mostra loro un cartoncino. “Ghio-ca-rii?”, chiede. “Giocare”, rispondono le mie giovani compatriote. Dopo un po’ la ragazza tira fuori un ramo di una pianta avvolto nel cellophane. Io e V. ci chiediamo se avvolgere le cose nella plastica possa servire ad apprendere le lingue. Dopo il metodo Shenker, il metodo Domopak?
Finalmente arriva il TGV, e saliamo. I passeggeri sono per lo più francesi e italiani. I francesi stanno seduti, parlottano tra loro, facendo facce buffe, esplodendo ogni tanto in un “bof” ed emettendo quelle mezze pernacchiette per cui sono famosi nel mondo. Gli italiani urlano, si spingono, rimangono incastrati tra i sedili con i bagagli.
Poco prima che parta il treno passa un ragazzo che lascia ad ognuno dei biglietti così fatti: a destra l’alfabeto dei sordomuti, decorato, chissà perché da un disegno di un personaggio di Dragonball. A sinistra una scritta in quattro lingue, che più o meno dice: “Buongiorno, sono sordomuto. Prendete questo alfabeto internazionale dei segni per sordomuti e lasciatemi un’offerta. Grazie.” Questo è quello che c’è scritto in italiano, perché in francese, inglese e tedesco non si dice solo di leggere l’alfabeto, ma anche di studiarlo.
Non prendo il cartoncino. Quando il ragazzo passa per ritirarlo e vede che non gli do dei soldi, mi guarda con aria interrogativa. Io a gesti gli dico che non ho soldi spiccioli, ma anche se li avessi non li darei a lui, preferisco sostenere enti e associazioni che conosco bene, di cui mi fido. Posso essere molto comunicativo a gesti, a volte. Lui insiste, io ribadisco la mia posizione. Alla fine mormora a bassa voce “Un’offerta?”.
Ci guardiamo ancora per un secondo, poi se ne va.
Nel TGV io e V. ci innamoriamo di una ragazza bellissima che si va a sedere qualche fila davanti alla nostra. Dopo qualche minuto ne entra un’altra identica: meglio, così non litighiamo. Ma poi notiamo che tra i suoi bagagli c’è un bongo. Non ci piace più, e ci guardiamo in cagnesco per tutto il viaggio.

30 aprile 2004. La nouvelle cuisine e i problemi di lingua
Dopo avere visto il Museo Picasso, io e V. decidiamo di mangiare qualcosa, ma tutto costa troppo. Compriamo quindi qualcosa in un supermercato. V. adocchia uno strano barattolo. “Cos’è?”, gli chiedo. Lui me lo spiega con un lungo giro di parole, ma io intuisco che nel contenitore c’è semplicemente marmellata di porco. Andiamo a mangiare nei giardini del terzo arrondissement. V. apre il coperchio di plastica del barattolo con la marmellata di porco e io vedo un altro coperchio bianco, senza alcuna linguetta per aprirlo. “Cosa facciamo?”, domando preoccupato. “Non è plastica”, dice serafico V. “E’ strutto.” Passa il custode del giardino e ci dice “bon appetit”, sogghignando. Una vecchia nella panchina accanto vede il barattolo di marmellata di porco e le si innalza automaticamente il tasso di colesterolo nel sangue. Se ne va un attimo prima dell’inevitabile collasso. Noi, intanto, pranziamo.
Di sera siamo invitati da un’amica di V., Audrey, ad una festa. Cosa c’è di più fico di andare a Parigi ed essere invitati il giorno dopo ad una festa? Ve lo dico io. Andare ad una festa a Parigi il giorno dopo esserci arrivati e parlare bene il francese.
Io, V. e la mia amica Elena arriviamo alla festa senza aver mangiato nulla. Vediamo subito che oltre alle patatine (ovviamente aromatizzate con gusti improbabili) ci sono anche dei pezzetti di cavolo crudo. Iniziamo malissimo. Mi guardo intorno, però, e noto che non tutto è perduto. Ci sono delle confezioni di pizza precotta e c’è tantissima roba da bere. E poi la festa è piena di belle ragazze. Una, in particolare, mulatta, è bellissima. Ma proprio bella. Com’è come non è, capita che mi siedo vicino a lei. Mi chiede da accendere, in francese e le do da accendere. Le chiedo se parla inglese. Mi dice di no, e inizia a parlare con me in francese. Io chiamo a raccolta le mie 100 parole di francese e spero che il discorso rimanga ai livelli linguistici di una puntata dei Teletubbies. Invece, complice il livello alcoolico, vengono toccati i seguenti argomenti: situazione dei sans papier in Francia; ruolo della polizia nella politica italiana; grandi chiese a Roma e Parigi, con accenni ai principali aspetti dell’architettura romanica e gotica. Infine: dolci tipici italiani e francesi e loro preparazione. Ora, chiunque sarebbe crollato dopo il terzo argomento. Ma quegli occhi neri e tutto il resto mi hanno dato la forza, anche e soprattutto quando sentivo frasi come “Roma est très romantique”.
Alla fine delle festa si prende il mio numero di telefono (a forza, ovviamente: io mica volevo darglielo) e se ne va. Io, per la disperazione – e per la fame – sto per addentare un pezzo di cavolo crudo, ma V. mi salva all’ultimo momento, passandomi una fetta di nazionalissima e assai autarchica pizza. Carbonizzata.

1 maggio 2004. Mughetti e mugugni
La giornata della festa del lavoro inizia con un sms di mia madre. “Allora, com’è il primo maggio coi mughetti?”. Sulle prime penso che mia madre stia organizzando un movimento clandestino di resistenza e decido di rispondere con un messaggio del tipo: “Il nonno ha bruciato la torta”. Poi mi informo e scopro che il fiore ufficiale del primo maggio in Francia è il mughetto. Scrivo quindi a mia madre: “Ho mangiato una baguette con in testa una corona di mughetti sotto la torre Eiffel. Buon primo maggio”. Così è contenta.
Di sera andiamo alla Flèche d’or, una specie di centro sociale. Ci dovrebbe essere un concerto ska: la cosa non mi entusiasma, ma tant’è. Scopro invece con orrore che il gruppo principale è un incrocio tra Punkreas, Nomadi e Modena City Ramblers. E cantano in spagnolo. Le mie palle girano a mulinello e producono un rumore coperto appena dal vociare della folla, entusiasta nel sentire canzoni su “marijuana y libertad”. Mon Dieu.

2 maggio 2004. Tout le monde est (à) Montmartre
Nel pomeriggio incontriamo di nuovo Audrey, che, diciamolo, piace a V. Il punto di ritrovo è vicino a Montmartre. Mentre l’aspettiamo dico al mio amico: “Senti, oggi è domenica, è una bella giornata, siamo a Montmartre e quindi è pieno di turisti. Ti prego, non saliamo al Sacro Cuore, visto che abbiamo già scarpinato per tutta la mattina.” Arriva Audrey, bella come il sole, e dopo un paio di minuti, ovviamente, stiamo salendo, facendoci largo a manate tra i turisti, verso la chiesa del Sacro Cuore.
In una stradina laterale vedo un posto curioso: un pub irlandese, con dentro suonatori francesi di musica simil-celtica. A Montmartre. Ovviamente il piatto del giorno del pub è pollo taandori.

3 maggio 2004. Io, reietto del Louvre
Fanculo a te che mi hai messo nella stessa sala di quella troia di Monna Lisa. Gioconda un cazzo. Io sono molto più grande di te. Ti scattano centinaia di foto e poi vanno a comprare le cartoline; si fanno ritrarre con te alle spalle; ti hanno fatto i baffi, messo sui poster, colorata.
E io, a pochi metri da te, niente. Sono senza speranza.
Gioconda, un’ultima cosa: altro che misteriosa, affascinante ed enigmatica. Secondo me sei proprio un cesso.

4 maggio 2004. X grazia ricevuta
La chiesa di Saint Germain-des-Prés è bellissima e molto antica. Ma quando vado a visitarla, stranamente, non ci sono molti turisti. Invece ci sono diversi fedeli che pregano. Qualcosa di bianco attaccato ad una colonna vicino ad una statua di un santo attira la mia attenzione. È un grande foglio pieno zeppo di richieste e ringraziamenti a S. Antonio. Sono stato un bel po’ a leggerli: scritte di giovani e adulti, a penna nera, blu o anche violetta, soprattutto in francese, ma anche in spagnolo e portoghese, e italiano. Una di queste recita: “S. Antonio, proteggi il mio papy e tutte le xsone a me care”.
Che ci crediate o no, mi sono un po’ intenerito e commosso.

5 maggio 2004. A brain apart
Scoppia il panico a casa di Elena, Ilaria e Andrea, i miei ospiti. Arriva, totalmente inaspettata, un’amica di un’ex-amica di Ilaria. Così, senza praticamente avvisare. Il problema non è la mancanza di posto, visto che V. se n’è andato il giorno prima, ma il modo in cui questa ragazza si presenta a casa di persone a lei sconosciute. Inoltre gira una strana voce sul suo conto: che lei sia deficiente. Io appoggio i tre nella loro incazzatura, ma dentro di me spero che la persona con la quale dovrò condividere la stanza per una notte sia tipo Marylin in Quando la moglie è in vacanza.
La frase con la quale la ragazza si presenta, con pesante accento romano, è: “Scusame Ila, me sento ‘na mmerda, ma nun zo proprio dove annà”. Da quel momento nei suoi discorsi è tutto un tripudio di confronti tra Parigi e Trastevere, un punteggiare continuo dei nostri discorsi con domande come “Chi è?”, “Che è?”, “‘Ndo sta?”. E inoltre: no, la ragazza non è decisamente come Marylin.
Quando ci stiamo per addormentare, inizia a chiedermi quanti anni ho, di che segno zodiacale sono, e cose così. Poi continua: “A Francè, ma qui a Pariggi gli studenti ‘ndo stanno?”
“Parigi è grande”, dico io mezzo addormentato.
“Stanno alla Sorbona?”
“Eh, anche”, dico io, evitando di rivelarle che, proprio come a Roma, a Parigi ci sono molte università.
“Senti ‘n po’, ma domani ce la faccio a vvedè tutto er Louvre?”
“Ci vogliono due giorni per vedere tutto il Louvre”
“Ma se vado svelta?”
E mi immagino la scena di Band à part di Godard, in cui i tre protagonisti fanno il Louvre di corsa, scena ripresa da The Dreamers (che, per inciso, alla ragazza è piaciuto ‘na cifra). Sovrappongo questa scena ad una fantasia personale: la ragazza che corre, cozza violentemente contro la Venere di Milo che cade in mille pezzi. “Tanto già era rotta”, si giustifica lei.
La conversazione continua ancora per un po’, fino al “buonanotte” più liberatorio che mai mi sia stato augurato.

Remèrciements: Ilaria, Andrea, Elena, V., Audrey, la splendida ragazza mulatta (Sèverine), Francis Bacon, il centinaio di ragazze di cui mi sono innamorato in questi sette giorni per almeno cinque minuti, l’inventore della baguette, il mio blocco note, le mia Gauloises portate da casa, il Pastis Ricard, Oui Radio, la RATP, la mia Rollei, i Pixies, i Pavement, Damien Rice, i Depeche Mode e voi pochi superstiti che siete arrivati alla fine di questo post.

Di |2004-05-07T02:36:10+02:007 Maggio 2004|Categorie: There's A Place|Tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , |Commenti disabilitati su Une semaine dans la vie: appunti sparsi e trascritti di una settimana a Parigi

We'll always have Paris

Ebbene sì. Me ne vado per una settimana a Parigi. A cazzeggiare, eh, che di lavoro mica se ne parla.
Il mese di maggio si annuncia denso di impegni e appuntamenti.
Intanto vi ricordo che il 16 maggio c’è il Blogpark, a Bologna. Iscrivetevi, venite, partecipate.
Il 21 maggio c’è il Blogrodeo. Come sopra.
In mezzo, come al solito, farò blogdormite, berrò blogaperitivi, leggerò bloglibri. Argh.
Devo dire che, però, mi dispiace non essere in patria per il primo maggio. Non solo mi perdo la festa a Gorizia per l’entrata della Slovenia nell’Unione europea, ma non sarò al concerto dei Radio Dept. al Covo. Polaroidi ed Ink, siete stati grandi, veramente. Sono lì con voi con il cuore. E una baguette in mano. Fatemi sapere com’è andata.
Mi dispiace, insomma.
Ma, alla fine, ho sempre Parigi, no?

Referrers – Gente che cerca altro – 4

Dagli stessi produttori di Neighbours, in associazione con Google, Virgilio, Yahoo! e Shinystat
4. “frasi x coccole”

“Ekko, c siamo.”
Mica era tanto che stavano insieme, ma per lei era una cosa seria. Era stato il primo con cui aveva fatto l’amore.
“6 sikura?”, le aveva chiesto, un mese prima.
“Ma certo che sono sicura”, aveva risposto lei. E l’avevano fatto. Ed era la prima volta per tutti e due. Ovviamente, non era stato niente di tale. Lui, da buon maschietto, si era subito andato a vantare con gli amici.
“Oh, bella regaz. Ma lo sapete ke ho fatto?”
“Ma che ce ne frega”, avevano risposto loro, partecipi come al solito.
“Oh, la Kiara, quella di terzabì. Abbiamo kiavato” – il poeta.
“Se, adesso la chiaraditerzabì te l’ha data. A te” – gli increduli amici.
A quel punto lui aveva narrato di amplessi formidabili, traendo spunto dai porno che aveva visto da solo. Se avesse preso come ispirazione quelli che aveva visto con i suoi amici, l’avrebbero scoperto. Mica era scemo, lui.
Solo che adesso alla chiaraditerzabì non bastava mica che lui superasse il minuto e trenta di coito. No.
“Beh? Ke hai?”
“Niente”. Anche la chiaraditerzabì stava imparando a fare la femmina.
“Dai, so ke hai qlcs. Dimmi ke hai”
“Niente”
“Kiara, nn t è piaciuto?”
“Ma sì che mi è piaciuto”
“Allora ke hai?”
“Niente” – sfiora il professionismo, la ragazza.
Al quindicesimo “niente”, finalmente rivelò l’arcano.
“Dopo che l’abbiamo fatto non mi fai le coccole. Mai”, aveva detto chiaraditerzabì lasciando il nostro senza parole. Gli amici gli avrebbero dato un consiglio.
“Ovvio. Vuole le coccole. Nei porno non ci sono, ma che c’entra. La vita reale è diversa. La chiaraditerzabì urla di piacere come Jenna Jameson quando la scopi? No. E lo sai perché?”
Risata generale, con corollario di battute sulla presunta microdotazione sessuale del nostro. Il più grande del gruppo fa tornare l’ordine.
“Insomma, accarezzala, dalle i bacini, massaggiala. Ma che te le devo dire io queste cose?”
“No, no. Grazie, sì, ma le faccio, solo ke nn x tanto tempo… Cmq nn ce l’ho pikkolo”, aveva detto lui andandosene.
Il giorno dopo, casa della chiaraditerzabì libera. Amplesso, record stagionale di due minuti e trenta. Istintivamente, subito dopo, il nostro si gira dall’altra parte. Ha fame, ha voglia di un panino con il salame. O di Nutella. O qualsiasi altra cosa. Sente lei che sbuffa.
“Ekko, c siamo”, pensa il nostro. Allora si ricorda dei consigli degli amici, prende la chiaraditerzabì, la carezza, prima in maniera impacciata. Poi gli viene sempre più naturale, gli piace, e piace anche a lei. Tanto che gli sussurra dolce dolce: “Mi dici qualcosa di carino?”
“E adesso?” pensa. “TVB”, le dice.
“Anche io. Poi?”
“TVUKDB”
“Anche io. Ancora.”
“6 trpp karina”
“Hm”
“Ehhh…”. Il panico. Chiaraditerzabì si alza, scocciata. “Mai una parola carina”. La ragazza, ammettiamolo, sta avanti. Il nostro è disperato. Ma come, le coccole non bastano?
Quando torna a casa, quella sera, un po’ triste, pensa a quello che è successo.
“Nn solo le coccole, anke le frasi x le coccole. Kiedo ai miei amici? No”, dice andando sulla pagina di Google.
Ma, purtroppo, capita su un blog, in cui fin dal primo post si bandiscono “k” e “x”. Il nostro inizia a capire che l’amore è sacrificio e fatica. Anke, ma nn solo, intendiamoci. Ops.

Di |2004-04-28T03:23:00+02:0028 Aprile 2004|Categorie: I Am The Walrus|Tag: , , , , |14 Commenti

25 aprile

Sentivo di più questa data fondamentale per la nostra storia (e intendo anche per la storia della mia generazione) quando ero ancora a Gorizia. E so anche perché. Per la vicinanza fisica e opprimente della Risiera di San Sabba. Evito ogni tipo di retorica, e vi prego di farlo anche nei commenti. Anche se, visto come vanno le cose in Italia, sarebbe giusto ricordarsi e ricordare ogni giorno, non soltanto durante le “feste comandate”.

Non so chi sia la persona che ho fotografato alla Risiera una delle tante volte che ci sono andato, il 25 aprile 1998. Ma di tutte le foto che ho fatto là questa è quella che mi sembra più forte.
Non dimentichiamo.

Di |2004-04-25T03:16:00+02:0025 Aprile 2004|Categorie: I Me Mine|Tag: , , , , , |8 Commenti

Ricordo guanciale: post intimista-nostalgico. Diabetici, occhio.

Iniziamo da me. D’altro canto il post è intimista, no? Ero un bambino bravo, quando ero piccolo piccolo. Non rompevo le palle, non svegliavo mia madre ad ore assurde per la poppata, non strillavo troppo, mangiavo e non facevo capricci. E non combinavo troppi casini. “I problemi”, dice mia madre, “sono iniziati quando hai imparato a parlare”. Ma questo non c’entra.
Un giorno, però, ho fatto qualcosa tipicamente da bambino. Ero sul terrazzo della casa dove sono nato, al quinto piano. Non potevo vedere fuori perché l’orrenda “ringhiera” di cemento impediva a me nanerottolo la vista dell’orizzonte. Molto leopardiana, come cosa. In un cestino sul terrazzo c’erano delle arance. Io ne ho presa in mano una alla volta, appoggiandomele alla guancia, sentendone il freddo. Ogni volta che ognuna prendeva la temperatura del mio corpo, con il candore tipico dei bimbi, la buttavo giù, alla cieca. E ne prendevo un’altra.
Questo racconto mi è stato fatto da mia madre, ma, a differenza di altri episodi della mia vita di bimbo che non ricordavo direttamente, ha sempre avuto qualcosa in più, un non-so-che che mi penetrava fino in fondo. E adesso torniamo al presente.

Mi è sempre piaciuto guardare le fotografie, mie o di altri. E sentivo che c’era una fotografia, da qualche parte, che aveva a che fare con l’episodio che ho raccontato. Ripeto: lo sentivo mio, ma c’era qualcosa in più. Mi sembrava di ricordare il senso di liberazione che avevo nel lanciare della arance dal quinto piano, facendo qualcosa di assolutamente proibito, tra l’altro. Ho portato da casa dei miei degli album di foto. E ho trovato la foto in questione, che non metto qua, anche se l’ho subito passata allo scanner, per motivi di pudore (se proprio siete curiosissimi e mi scrivete, ve la mando, veramente). Mia madre è uscita, mi ha visto in questa posa buffa. Prima di fermarmi, è tornata a casa e ha fatto la foto. L’ho rivista, quindi, dopo tanto tempo. E mi sono reso conto che quello che ricordo nettamente è il freddo dell’arancia sulla guancia.

Sì. Questo è il mio primo ricordo in assoluto. Era l’aprile del 1980. Avevo un anno e dieci mesi. Ed ero biondo.

Di |2004-04-19T00:28:00+02:0019 Aprile 2004|Categorie: I Me Mine|Tag: , , , |10 Commenti
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