La timidezza della disperazione
Secondo giorno di lavoro dopo il rientro dalle vacanze: buona parte di me è ancora là e l’umore non è proprio ai massimi livelli. Ricordo che sul sito di Repubblica, nella famigerata colonnina di destra, avevo letto un titolo sul “trauma da ritorno”, ma mi pare esagerata come ipotesi.
Mi ferma una persona, per strada, con una cartina della città in mano. Noto che sulla mappa è evidenziato l’Ospedale Maggiore, ma l’uomo mi chiede, in un italiano stentato, come si arriva in via Corticella. Gli faccio notare che è da tutt’altra parte rispetto all’Ospedale Maggiore, ma l’uomo insiste, in inglese, dicendo che vuole andare proprio in via Corticella. Istintivamente, allora, inizio anche io a parlare in inglese, e finalmente lui si allarga in un sorriso. “Sei la prima persona che parla inglese che incontro, oggi”. Sorrido anche io, e gli spiego che sarebbe meglio se prendesse un autobus, per raggiungere le zone che mi ha indicato, ma lui ribatte dicendo che no, ci andrà a piedi. “Ho problemi, qui a Bologna. Io vengo dall’India, la mia famiglia è a Napoli, moglie, e due bambine”, continua, indicando con il palmo orizzontale rispetto al terreno l’altezza delle figlie. “Sono qui per lavorare”, dice. Io prendo in mano la cartina per fargli vedere con il dito la strada da percorrere, quando noto che l’uomo ha gli occhi lucidi. Nello stesso momento in cui me ne accorgo, lui si porta al viso il fazzoletto di carta che tiene in mano e asciuga un principio di lacrima, tornando subito a interessarsi alle mie indicazioni.
E allora penso che già mollare tutto è difficile, che lasciare moglie e figli lo è ancora di più e che questo continuo non essere capiti, aiutati, compresi, dev’essere insostenibile. Ma ci vuole comunque un coraggio quotidiano a sopportare tutta la fatica e il dolore, e non è da tutti: perché anche tra quelli che vengono qui a trovare lavoro ci sono i deboli, i sentimentali, i fragili, quelli che della loro disperazione non riescono a farsene una ragione (e come non capirli?) eppure devono metterla da parte e andare avanti.
Mi ha salutato benedicendomi, e io ho mentalmente mandato a fanculo me stesso, il trauma da ritorno, la colonnina di destra di Repubblica e la mia finta, ipocrita ed egoista leggerissima infelicità.
Sono in ferie da un po’, e tra un po’ me ne vado proprio. Il blog è trascurato, la città si svuota, i telegiornali aprono con notizie sui cuccioli nati negli zoo del mondo, e ADayintheLife compie, tra qualche giorno, sette anni.
Ultimi guizzi, amici, e non nel senso acquatico del termine. Due regali, chiamiamoli così, per chi ancora non è andato in vacanza.
Ogni volta che leggo un libro di 

Devo ringraziare
James Murphy è un buon furbacchione: non è uno che frega o se ne approfitta, per intenderci, ma semplicemente uno che da anni e anni è molto attento a quello che accade nel mondo musicale. Sente, percepisce, intuisce, riprende, rimastica, ripropone con varianti. Tanto di cappello, eh, mica stiamo sempre a cercare l’originalità assoluta (un concetto, peraltro, che nel 2010 lascia davvero il tempo che trova).
Assistendo allo splendido spettacolo di Ferrara, inoltre, si è sentita questa influenza, o richiamo, in tanti altri brani della scaletta, anche dei dischi vecchi. Non si è trattato di allucinazioni uditive, per carità, ma di alcuni attimi, suggestioni e brani che, effettivamente, mi hanno riportato alla mente alcuni arrangiamenti dei pezzi di Low, Lodger e “Heroes“. L’altra sorpresa è stata il notare le grandi doti di cantante di Murphy: una voce profonda, quasi da crooner, che non aveva paura allo stesso tempo di sfidare registri più acuti, rimanendo sempre in totale controllo. Anche qui non riesco a non pensare alla versatilità vocale di Bowie, che ci posso fare? E, infine, l’attenzione a quello che accade oggi nel mondo musicale di cui si parlava sopra: il finale del concerto degli LCD è stato esemplare, com la splendida “New York I Love You” che è sfociata in una versione piano e voci di “Empire State of Mind”, spogliata del tutto dall’iperproduzione di Jay-Z e, in qualche modo, rifatta lì, dal vivo, davanti ai nostri occhi, come se James Murphy l’avesse scritta e ce la restituisse come lui la intendeva. E pazienza se la mania di controllo totale del musicista lo rendesse quasi ridicolo, per il continuo comunicare col fonico di palco e per l’aggiustamento senza sosta di aste e microfoni: tanto più che tutto questo perfezionismo è stato spazzato via da un blackout dell’impianto di diffusione, con il pubblico che non sentiva più niente mentre la band, assordata dai volumi dei monitor sul palco continuava a suonare come se nulla fosse accaduto. Pazienza, perché il concerto dell’altra sera è stata l’ennesima prova della statura di Murphy. Staremo a vedere, quindi, che ne sarà di lui, con o senza LCD Soundsystem. Che possa convincere Bowie a tornare sulle scene? Fantasie da inizio settimana…