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"Barthelme era il nostro eroe, ragazzi!"

Era da un sacco che lo vedevo, quel libro, poggiato lì in mezzo agli altri, alla Feltrinelli. Ma non mi sono mai deciso a comprarlo, chissà perché. Me l’ha comprato una splendida fanciulla e me l’ha fatto messo nello zaino a tradimento. Vedo spuntare questo libro arancione e lo inizio.
Beh, ragazzi… Che libro, Ritorna, dottor Caligari. La frase virgolettata del titolo del post è di Carver (e te pareva), ma non c’è scrittore più distante da Carver di Barthelme (ah, la pronuncia è con l’accento sulla prima “a”). Eppure, come Carver, sento che Barthelme diventerà uno degli autori della mia vita.
Fissiamo delle date: il libro esce negli Stati Uniti nel 1964. In quell’anno i Beatles fanno uscire A Hard Day’s Night (disco e film), Carver ha gli stessi anni che ho io adesso, lo show radiofonico The Goons è finito da quattro anni, Kennedy è morto da un anno, il telefilm di Batman, quello con Adam West e i vari “SBANG!” “CRASH!” “ZING!” a tutto schermo, andrà in onda dopo due anni, nasce Bret Easton Ellis.
Perché questi riferimenti passati, contemporanei e futuri alla data di pubblicazione di Caligari? Perché in questo libro c’è tutto questo e anche di più. Lo stile demenzial-britannico tipico dei Goons e, per filiazione, dei Beatles (nei film sono incredibilmente folli e divertenti) e dei Monty Python; l’attenzione alla realtà americana di quegli anni, quella in cui si formerà Carver; la maniacale focalizzazione su status sociale, prodotti, marchi e tutto quanto stava succedendo negli USA ricchi, benestanti, ma terrorizzati dal loro potere e dalla loro posizione: Ellis, seppur distante come autore, non può non averla presa in considerazione. E poi Batman: c’è un racconto (forse il più divertente di tutta la raccolta) che si intitola Il più grande trionfo del Joker che sembra una sceneggiatura di una puntata di una delle serie più pop che siano mai state realizzate. Pensate solo che nella Batmobile c’è un pulsante per tutto, per farsi un cocktail, per le sigarette, per avere del ghiaccio… E c’è una descrizione della personalità del Joker che devo riportare per intero (sperando che quelli della minimum fax non mi facciano causa):

“Consideralo a ogni livello di comportamento”, disse lentamente Bruce, “a casa, per strada, nelle relazioni interpersonali, in carcere: c’è sempre una straordinaria contraddizione. È sudicio e ossessivamente pulito, appartato e disperatamente socievole, entusiasta e accigliato, generoso e taccagno, un elegantone e uno spaventapasseri, un gentiluomo e uno zotico, portato a eccessi di felicità e di disperazione, singolarmente capace di applicarsi e in grado di sciupare una vita intera perseguendo cose banali, urbano e sconveniente, gentile e crudele, tollerante eppure aperto alle più esagerate forme di bigotteria, un grande amico e un nemico implacabile, amatore e odiatore delle donne, delicato e osceno nel parlare, libertino e puritano, gonfio di superbia e ossessionato dal senso di inferiorità, reietto e arrampicatore sociale, malvagio e filantropo, barbaro e mecenate, innamorato della novità e rigidamente conservatore, filosofo e sciocco, repubblicano e democratico, generoso d’animo e terribilmente meschino, distaccato e traboccante di impulsi di amicizia, bugiardo inveterato e incredibilmente rigido quando si tratta di quisquilie, avventuroso e timido, fantasioso e stolido, malefico eversore e piantatore di alberi il Giorno della Festa degli Alberi: te lo dico francamente, quell’uomo è un casino.”

E poi racconti su persone che fanno l’analisi grafologica della personalità di un mendicante partendo da come ha scritto il suo cartello di aiuto, conduttori radiofonici che trasmettono solo l’inno nazionale e racconti di vita per ricordare alla donna che li ha lasciati i momenti più belli passati insieme, un assicuratore di trent’anni e passa che si ritrova alle scuole elementari ed è sedotto dalla maestra.
Inclassificabile come solo i capolavori sanno essere, Ritorna dottor Caligari è un libro spesso complesso, talvolta anche difficile da leggere, ma meravigliosamente arguto, divertente, volgare e raffinato. Spettacolare. E poi c’è una frase splendida, in uno dei racconti, che penso mi farò scrivere su una maglietta, o tatuare sul petto: “Prenditi il tuo amore e ficcatelo su per il cuore”.
Barthelme è anche il mio eroe, ragazzi.
(Se volete, potete scaricare il primo racconto qui.)

Omonimie

Ricevo una telefonata da un numero che non conosco. Nella mia testa si accende una scritta: “Lavoro”. Infatti, nonostante quello che si dice in giro, sono fondamentalmente disoccupato.
“Pronto?”
“Ciao Francesco, sono Martina”
“Martina?”
“La sorella di M. [la mia ex: le cicatrici che vedete ogni tanto sono opera sua], come stai?”
“Bene…”. La scritta “Lavoro” è sostituita da un grosso punto interrogativo al neon.
“Senti, scusa se ti disturbo, sono a Barcellona…”
“Ah”
“E ti volevo chiedere: ma come si chiama quel posto di cui mi hai parlato…”
“Che pos… Io? Quando?”
“Quando sei stato a Barcellona quest’estate, mi hai detto che eri andato in un posto bello, Calle de… Plaza…”
“Io sono stato a Barcellona quest’estate, ma…”
“Qualcosa tipo ‘De Mar’…”
Martina. Un’adorabile, sveglia quindicenne (credo), carina e intelligente: anche lei inesorabilmente intaccata dalla follia della sua famiglia. Anche Martina.
“Ma quando te ne avrei parlato?”
Inizia a balbettare qualcosa.
“Quando? Eh, mi…”
“Io sono stato lì quest’estate, ma io e te non ci vediamo da più di un anno…”, e vorrei anche ricordarle il perché, dicendo qualcosa sui costumi morali di sua sorella, ma evito.
“Ehm, sì, no… Cioè. Scusa, non importa, dai”
E la telefonata finisce. Continuo a pensare alla malattia di mente e alla sua trasmissione genetica, ai piselli di Mendel. Poi, ad un tratto, si illuminano nella mia testa due scritte, identiche: “Francesco”. Dal poco che so della mia ex, della quale meno conosco meglio è, dovrebbe stare con un ragazzo. Che si chiama come me. Forse capisco anche questo. Le scritte si spengono. Buio.

Di |2004-03-20T03:07:00+01:0020 Marzo 2004|Categorie: I Me Mine|Tag: , , |18 Commenti

Teorie e problemi della new economy – Un post politicamente scorretto

Lunedì notte verso le 3, dopo la trasmissione, ho preso come al solito l’autobus notturno. Ho avuto modo di assistere ad una scena surreale. Un ragazzo stava parlando con una prostituta, che immagino tornasse a casa dopo il lavoro, cercandola di convincerla ad andare con lui. Non sull’autobus, immagino. Non sono riuscito a seguire tutto il discorso, ma mentre stavo scendendo la ragazza, piuttosto divertita – anzi rideva proprio – gli ha detto: “Ma è tardi, ti rendi conto? Io alle tre stacco”.
Tornando a casa ho pensato: ma insomma, come si fa a rimettere in piedi l’economia se non c’è la flessibilità totale?

Di |2004-03-18T22:08:00+01:0018 Marzo 2004|Categorie: I Am The Walrus|Tag: , , , |9 Commenti

Un panino con la mortadella, grazie – Riflessioni e resoconti inutili su un fine settimana come-si-deve

Sabato. Ebbene sì, c’ero anche io a vedere i Franz Ferdinand. Un concerto pieno di VIP, tra l’altro: tra il pubblico abbiamo riconosciuto un redivivo Brian Jones, con i capelli tinti di nero per non farsi riconoscere. In più uno dei roadie dei FF era niente poco di meno che James Hetfield dei Metallica. Avremmo tanto voluti sentirli suonare insieme “I Can’t Get No Sanitarium”. Sarà per la prossima volta. Tra il pubblico anche i Micecars, con i quali ho parlato di chirurgia plastica e nuove correnti negli studi comparati sul wrestling.
Ma insomma, ‘sti FF come sono come non sono. Una sottile (o spessa, o a cubetti, a seconda dei gusti) metafora.
Uno ha fame, voglia di una cosa sfiziosa. Entra da un salumiere che fa panini e gli chiede un panino con la mortadella. Eccolo. Cosa si spera da un panino alla mortadella? Che sia gustoso, che la mortadella sia tagliata bene, che il pane sia fragrante. Punto.
Avevo voglia di ballare come un cretino e cantare le loro canzoni. I FF mi hanno dato esattamente quello che volevo, e forse anche di più. Perché dal vivo suonano forti e potenti, sono coinvolgenti e il loro atteggiarsi non è assolutamente credibile. Il cantante per certe mossette ricorda uno dei Pulp. O anche qualsiasi altro cantante inglese non depressissimo (niente a che fare, quindi, con Ian Curtis e Nick Drake). Ma, finite le mossette, si mette a ridere con gli altri e con il pubblico. Come per dire: “Allora, sono stato bravo stavolta o no?”. Pare, insomma, che ‘sti FF si divertano a suonare (cosa fondamentale), lo facciano bene e siano loro i primi ad essersi meravigliati del loro successo. Tanto per cambiare, lasciatemi divagare.

Flashback. Casa di Franz. Arriva Ferdinand.
Ferdinand: Franz, non puoi capire.
Franz: Cosa?
Ferdinand: Ce l’abbiamo, sfondiamo di brutto. Senti qua (fa un riff di chitarra).
Franz: Cos’è, i Duran Duran?
Ferdinand: No, senti bene (lo ripete).
Franz: Ah, no, sono gli Interpol.
Ferdinand: Ma no, cioè, non hai capito: l’ho scritto io, ‘sto riff.
Franz: Sì, come no. Senti questo (attacca i primi accordi di “Love Will Tear Us Apart”). Che ne dici, eh? Roba mia. Ma va’.
Suonano alla porta.
Franz: Chi è?
Voce: Sono il capo della Domino Records. Passavo di qua per caso e vi ho sentiti. Vi faccio incidere un disco.
Ferdinand: Vedi? Te l’avevo detto, io.

Che poi, diciamolo, le cose in realtà non sono andate molto diversamente. I FF mi inizieranno a stare sulle scatole nel momento in cui rilasceranno dichiarazioni spocchiose e non rideranno più dopo le loro mossettine.
Dopo il concerto dancefloor scatenata. Per quanto ci si possa scatenare ballando in dodici in mezzo metro quadro. Mi sono divertito tantissimo, anche se la legge fisica dell’impenetrabilità dei corpi non mi ha permesso di esibirmi al meglio durante “Surfin’ Safari”. Poco dopo il sapiente dj ha messo di seguito una canzone delle Hole e “Anarchy in the UK” dei Sex Pistols. Un segnale inequivocabile per andarsene.
P.S. Considerando il numero dipersonechehannounblog che ho visto (senza contare le altre qua sotto), comincio una petizione per eliminare la parola blog-meeting (e affini e derivati): che senso ha?

Domenica. Il ritrovo dei blogger (e vivaddio non blogger) presentialconcertodelgiorno prima (enonsolo) è fissato all’una davanti ad un ristorante del centro. Riprendendo la metafora della mortadella, cosa ti aspetti da un ritrovo di persone di cui leggi spesso con piacere e sghignazzamenti vari le parole? Che si stia bene insieme e si chiacchieri amabilmente. Se l’incontro avviene in un ristorante, poi, ci si aspetta che si mangi bene. Secondo la signora del ristorante “tutto era una meraviglia”. Ah, cosa non fanno i tortellini al Prozac mangiati tutti i giorni. Il pranzo non ha suscitato clamori, ma la compagnia è stata bella, sì. Poi ci siamo speziati l’anima e abbiamo mostrato ai non-bolognesi le solite cose. No, non la triade tette-torri-tortellini. Le tette no, per motivi di pudore (io, al massimo, avevo una serie di foto di tette che porto sempre con me, a volte servono). Non le torri, tanto quelle le hanno viste tutti. Non i tortellini, perché quelli se li è mangiati, ridendo come una pazza, la signora tossicomane del ristorante. Al massimo, sfruttando la sua euforia, avremmo potuto convincerla a mostrare le sue tette. Meglio di no. Abbiamo mostrato loro altre cose, insomma. Poi li abbiamo portati a mangiare il gelato in un posto buono. E poi li abbiamo portati in piazza Santo Stefano. Tutto qua? Tutto qua. Niente di speciale, infatti. Ma volete mettere il godimento massimo che dà un panino alla mortadella quando è fatto bene?

(grazie a tutti, di cuore!)

Du' amici, una loopstation e 'na chitara

Sono tornato dal concerto di Damien Rice e, sinceramente, vorrei andarmene a letto. Solo che non posso, per colpa sua. Erano sette anni che non andavo in un fast food a mangiare, perché mi sono fatto convincere da F.? E non ho neanche l’Alka Seltzer a casa. Potrei farmi uno shottino di Mister Muscolo Idraulico Gel, ma credo che potrebbe forarmi l’intestino. Quindi farò finta di parlarvi del concerto, fino a che il rutto finale non mi dirà che il lungo processo di digestione è completato. Considerando che l’ultima esperienza con fast food e affini ha fatto sì che riuscissi a digerire questo in sole sette ore, il post sarà chilometrico.
Quando arriviamo io, F. e Whopper, il locale è già pienissimo. Facciamo in tempo a sentire Josh Ritter, musicista di supporto, che suona la sua ultima canzone senza microfono e con una chitarra acustica non amplificata. Ovviamente non si sente una mazza. “Forse l’ha fatto per avere intimità col pubblico”, dico io. “Forse è imbecille”, dice Whopper, che non accenna a muoversi dal mio stomaco.
Intanto ne approfitto per dare un’occhiata al pubblico. Si piazzano davanti a me un ragazzo e una ragazza. Altissimi, come è di rigore. Lei scrive messaggini come “anke tu 6 qui?” e li manda ai vari Klaudi, Katerine, Kiare, Karle della sua rubrica (sì, ho fatto il guardone). Il ragazzo alto le offre una canna, ma lei rifiuta. “Non mi faccio le kanne”, dice. “Peggio x te, kazzi tuoi”, pensa lui. “Kuesta me la fumo da solo. 6 proprio una stronza”.

Dopo avere sentito un disco intero di Nick Drake, entra finalmente Damien Rice, che attacca con una canzoncina in francese, che include parecchie volte la parola “chanson” (metatestualità, presumo). Ogni volta io e F. ci guardiamo e pensiamo “voilà, le garçon ancien c’est moi”. La canzone, peraltro, finisce con il verso “french wine and cheese”. E vabbè. Come se ogni canzone in italiano, o che parla di Italia, finisse con pizza e mandolini.
Va bene, esempio sbagliato.
Poi Mr Rice ci delizia con varie chicche dal suo album, una bellissima versione di “Volcano”, per esempio, alla fine della quale uno del pubblico gli urla (testuale): “You break!”, cioè “Spacchi”. Se non ci fossero i corsi della De Agostini, where we would go to end (dove andremmo a finire). Si palesa anche un altro esemplare del pubblico. Alto pure lui, e ti pareva, con maglietta bianca a maniche lunghe attillata, si muove e si muoverà per tutto il concerto come se sentisse musica-da-ballare, dalla disco al liscio. Insopportabile, ma apprezzabile per il suo rigore, la sua coerenza e il suo eclettismo. “Sei un fesso!”, gli urla ad un certo punto Whopper dalle mie viscere, con una certa arroganza. Io penso di sfruttare questo dono per dare una svolta alla mia vita e diventare ventriloquo professionista.
Ad un certo punto, però, Rice si ricorda di avere con sé una loop station…

Flashback. Casa Rice, Natale di molti anni fa.
“Damien, bello di mamma e papà, che cosa vuoi che ti porti Babbo Natale quest’anno?”
“La pista Polistil”
“E invece no, ti ha portato un sequencer”
“Cazz’è?”
“Un apparecchio che tu ci registri una sequenza e lui la ripete”
“Se lo vendo e mi compro la Polistil?”
“Vedrai che se un giorno farai il musicista ti servirà”
“Ma io voglio fare il parrucchiere”

Emblematica e lapidaria la frase che mi ha rivolto G. dopo sei minuti di loop: “Ha un po’ stracciato la minchia”. Io, F. e Whopper annuiamo.
Poco dopo, ecco arrivare la cover di “Hallelujah”, già di Leonard Cohen, rifatta a sua volta da Jeff Buckley. Una cover al quadrato, insomma. Il pubblico reagisce cantandola in maniera sommessa e composta. Io mi sento a disagio come se fossi alla messa di Natale, anche perché Whopper la canta stonato, apposta.
Il concerto continua, alternando momenti intimi altissimi e schitarrate un po’ fuori luogo, in cui però pare che Damien si diverta tantissimo.

Flashback. Casa Rice, un pomeriggio di inverno. Frastuono proveniente dal piano di sopra. Mamma Rice sale le scale inviperita e scopre il giovane Damien con una chitarra a tracolla, distortissima. Prende il distorsore e glielo rompe sotto il pesante zoccolo di legno irlandese.
“Quante volte ti ho detto che devi fare piano? Puoi suonare la chitarra, ma solo canzoni tristi e intime, arpeggiando con grazia”
“Ma io voglio fare il rocker, mamma”
“Un tempo volevi fare il parrucchiere. Io e papà ti abbiamo anche comprato la loop station apposta. Ingrato”

Prima dei bis la bella violoncellista (le violoncelliste sono tutte belle) Vyvienne fa una cover di “Seven Nation Army”. Mentre io mi chiedo il perché di questa idiozia, il pubblico è esaltatissimo e si agita a ritmo. Il danzatore di cui sopra, non ne parliamo: sembra Tony Manero. Whopper anche. Lo convinco a stare fermo promettendogli che, quando sarei arrivato a casa, mi sarei fatto una padellata di alici e burro fuso. Per nutrirlo.
Rientra Damien Rice, che, dopo un po’ di schitarrate e giochini con i loop, chiude con una bellissima versione di “The Blower’s Daughter”.

Il concerto, alla fine, mi è piaciuto, ma preferirei avere Damien Rice nell’armadio, in modo tale da poterlo tirare fuori quando sono triste, e farlo suonare per me nella mia stanzetta, così come lui suonava nella sua, dimenticandosi delle gioie del suono distorto e dell’abuso di loop.
Vado a prepararmi le alici. Le promesse sono promesse.

Jesus

Qualcuno ne ha già parlato. The Passion of the Christ, che dovrebbe uscire in Italia il sette aprile, è annunciato come uno degli eventi cinematografici della stagione. Come succede ormai di consueto da qualche anno a questa parte, il lancio di un film ha anche un buon supporto web: in parole povere, un sito.
Oggi, dopo avere goduto del bellissimo sito di Big Fish, sono andato a vedere quello dell’ultimo film di Mel Gibson, che tanto ha già fatto discutere (e quando mai). E mi sono trovato di fronte ad uno spettacolo incredibile. L’animazione che apre il sito, con tanto di rombo di tuono e croci in controluce, avrebbe dovuto mettermi sull’attenti. Ma io, curioso come una scimmia, sono andato avanti. D’ora in poi non potrò segnalare tutti i link, in quanto il sito è tutto in flash (ah, la leggerezza).

Nella sezione media c’è un messaggio video di Mad Max in persona, che si conclude con un consiglio “non state qui troppo a lungo”. E io niente. Continuo. Nella stessa sezione, cliccando su “soundtrack”, si scopre che di colonne sonore ce ne sono due. La prima è quella del film, leggera, delicata e minimale, come forse state sentendo. Ma poi, ed ecco la genialata, ce n’è un’altra, curata da Mel medesimo. Sapete, a volte uno cura delle compilation, e ce chi ne consiglia di belle, magari ispirate ad un amore perduto, o ad una giornata di pioggia. Il regista, invece, ha visto la luce, e la sua ispirazione è divina. Chissà Elvis come l’ha presa. Ma tanto, secondo alcuni, lui siede alla destra del padre.
La sezione più forte è quella chiamata spread the word, “diffondi il verbo”. La traduzione non è maliziosa, semmai biblica. Mentre la traduzione che faccio qua sotto di questo è letterale: “Grazie per il tuo aiuto per diffondere il verbo! Questo sito è pieno di materiale che puoi scaricare per poi stamparlo e distribuirlo. Insieme possiamo massimizzare l’impatto della Passione del Cristo!”. Quindi abbiamo la grafica per le passion-e-mail, volantini, modelli per fax, ma soprattutto la liberatoria per fare sì che il proprio figlio veda, accompagnato dai genitori, il film (vietato ai minori per scene violente). C’è ovviamente anche la possibilità di scaricare lo screensaver, che fa quasi rimpiangere i ritratti di Gesù che a seconda dell’angolo mostrano il volto “vero” o la Sindone.

Il merchandising non si ferma qua, ma continua (e il sito si chiama Passion Material, cioè “Materiale da/della Passione”). Si possono avere gratis le cartoline del film, i poster, gli adesivi, ma soprattutto i door hanger, cosi di cartone da appendere alla porta. Io che sono malizioso, penso al fatto che essi vadano esattamente a coprire il buco della serratura. Altra funzione, se non quella di limitare il voyeurismo, non la trovo. Ma il sito centrale del merchandising si chiama Share the Passion of the Christ, cioè “condividi la passione del Cristo”. E come farlo per bene, se non comprandosi un bel pendaglio a forma di chiodo da crocifissione? A seconda dei gusti è disponibile in due misure, immagino entrambe approvate dall’Associazione Teologica Amici Cristo.

Legato al tutto c’è il sito My Life After, che gioca in punta di fioretto tra il “dopo” inteso come “aldilà” e come “dopo che io, Mel Gibson, ho fatto il film”. Preghiere, sofferenza, attacchi e lodi al regista, il tutto su toni azzurrini.

Ah, se volete scrivere a Mel, fatelo. Io non me la sento. Non essendo credente, le mie opinioni sul sito potrebbero essere male interpretate.

P. S. Ringrazio per la stesura del post il mio amico Mavco Pisellonio.

Update: qui trovate un’utile guida inglese-aramaico (grazie ad Alice).

Le avventure di Rossi-San a Roma

Sono tornato a Roma. Sono tornato da Roma.
Di solito, appena arrivo a Roma c’è il sole. Stavolta niente: pioggia continua o quasi. Come per non rendermene conto mi sono buttato nella metropolitana, appena arrivato a Termini. Nel sottopassaggio della stazione Flaminio la gente va con passo veloce. Accanto a me una suora. Non appena il suonatore ambulante la vede, mette le dita sulla tastiera della chitarra e intona una marcetta: il testo, improvvisato, è solo fatto di bestemmie, con precisi riferimenti alla Sacra Famiglia e anche a Madre Teresa di Calcutta. Non riesco a vedere la suora in faccia. Una signora grida “vergogna!”, qualcuno ride.
La metropolitana, a causa della pioggia credo, è affollatissima. Io sono schiacciato in mezzo a decine di persone, e non posso fare altro che appoggiarmi al palo centrale, dove però ci sono delle mani aggrappate. Tra queste, la mano di una signora. Cerco di arcuare la schiena, per evitare di schiacciarla, ma la mano si muove. Mi giro.
“Scusi”
“Mi devo tenere”, fa lei scocciata.
“Sì, lo so, sto cercando di non schiacciarle la mano”
“Appunto”, conclude la signora.
Peccato che i Monty Python non facciano più il Flying Circus: secondo me, in quanto a nonsense, siamo da quelle parti.

Venerdì pomeriggio, dopo avere pranzato con le sorelle bandiera (che ringrazio, congiuntamente al Supereroe), rimango a Trastevere e bighellono approfittando del raro sole. Compro un libro in una splendida libreria, poi continuo a passeggiare. Passo vicino ad un camion posteggiato, nel cui cassone c’è un ragazzo che spala dei detriti. Gli passo sotto proprio nel momento in cui lui spicca un balzo verso terra. Mi sfiora. Io mi giro e gli dico che va tutto bene. Lui mi abbraccia, mi stringe la mano. “Ahò, m’hai fatto venì ‘na strizza che non poi capì”. Poi torna a lavorare.

Sabato vado a cena con il mio fratello di parole, in una nota-trattoria (talmente nota che la chiamiamo “la trattoria” e basta). Il cameriere allunga una poesiola a Martino. Secondo Martino questo è un buon segno, io rimango scettico. Ma speriamo abbia ragione lui.

Domenica incontro in un bar vicino al Colosseo R. D. , con il quale, come al solito, chiacchiero di letteratura; meglio: lui chiacchiera di letteratura, io annuisco e cerco di tenere a mente i nomi che cita. Che strano uomo. Sembra timido, ma poi racconta cose spassosissime, aneddoti di convegni letterari (che mi sembrano sempre più simili a feste goliardiche, altro che pipa e giacche con le toppe sui gomiti). Stavolta non parliamo di Carver. Ad un certo punto tira fuori due libri e me li regala. Poi mi accompagna alla fermata della metro del Colosseo, e inizia timidamente a parlare dei miei racconti. Dice che non sono scritti male, ma “non si chiudono bene, non c’è il ‘click’ che ci dev’essere”. Lo guardo un po’ perplesso. “Per usare una metafora calcistica”, mi dice, “fai delle belle azioni, ma non tiri in porta”. Lo ringrazio, ma ha paura che ci sia rimasto male, il che non è vero. Ma lui mi consola dicendomi che se ho fatto metà strada, tanto vale… Mi giro e vedo il Colosseo. Penso che se fossi in un pessimo film, potrei pronunciare, con quello sfondo, una battuta come “Roma non fu costruita in un giorno”, dando di gomito all’anfiteatro.
Poi vado a mangiare con B., in una delle poche pizzerie aperte a San Lorenzo. Quando entriamo la cameriera ci dice: “Ma c’è un solo tavolo”, al che noi ribattiamo che, in fondo, ce ne basta uno. Il punto è che il tavolo in questione è davanti alla porta del bagno. Ma non di fronte, proprio davanti. Facciamo pressione psicologica sui tedeschi accanto a noi, che finiscono di mangiare, lasciandoci il loro tavolo, di fronte alla porta del bagno. Il nostro viene immediatamente occupato da un’altra coppia.

B. mi accompagna alla stazione, stamattina. Facciamo colazione nel bar al piano di sopra. I cornetti sono finiti, ma in compenso abbiamo una vasta scelta di muffin e doughnut: roba da fare impazzire i teorici della globalizzazione. Nel tavolino dietro di noi, una strana coppia. Uno è un ragazzo piuttosto giovane e assonnato, che sta facendo lezione di giapponese ad un uomo sulla quarantina, con camicia, giacca e cravatta appoggiata allo schienale della sedia. Speriamo in cuor nostro che il ragazzo venga pagato bene. Il signore deve tradurre una frase, ma è in difficoltà.
“Rossi-San…” inizia, ma non sa andare avanti. Il ragazzo lo guarda con aria mesta, e sono convinto che stia pensando ai soldi che guadagna dando lezioni di giapponese alle nove di mattina in un bar della stazione Termini, prima di ripetergli la frase in giapponese.

Il Bretella

Non è il Bretella: lui ha le bretelle a pois!


Un altro post sulla sala-da-biliardo? Abbiate pazienza, ma volevo parlare di questo personaggio, Il Bretella, da molto tempo.

Capita, come ieri, che nella nota-sala-da-biliardo non ci sia nessuno. Forse perché è martedì grasso, non so mica. Anche se dubito che i clienti abituali che si trovano lì a giocare non vedano l’ora di mascherarsi e andare nei locali a tirare stelle filanti e coriandoli. Insomma, entriamo nella sala e c’è solo un tavolo occupato da un ragazzo piuttosto giovane e dal Bretella.
Il Bretella è un uomo dall’età indefinibile, ma diciamo tra i cinquanta portati male e i settanta portati bene, che ha comprato due oggetti rilevanti, nella sua vita: le bretelle (marroni a pois) e la pancia. La pancia del Bretella è di dimensioni enormi ed è tonda tonda: un affare del genere, è evidente, non esiste in natura, ma buoni artigiani possono produrne di cose così; chissà quanto gli sarà costata.
Il Bretella se ne starebbe anche per i cavoli suoi, e può farlo, ma attenzione: è l’Echelon del biliardo. Se il grande orecchio viene attivato da parole come “Osama Bin Laden” e “esplosione-Vaticano”, il Bretella è attivato nel momento in cui qualcuno dice cose come “io questo colpo proprio non lo so fare”. Ed ecco che il poverino che ha pronunciato queste parole è finito. Il Bretella arriva e, con falsa modestia, gli mostra il colpo, che esegue perfettamente. E gli altri venticinque successivi per vincere la partita. Ma il giocatore inesperto non se ne accorge, perché rimane affascinato dalla sua panza: è fatta, il Bretella, come un organismo parassitario, ha trovato la sua vittima. Inizierà a dispensare consigli di biliardo e di vita, snocciolandoli sempre accompagnati da “ma io non è che sia un professionista” o frasi del genere. Non si capisce se lui intenda affermare la sua non-professionalità nella vita o nel biliardo, ma è meglio non indagare. Il Bretella gioca al biliardo all’americana e a boccette, ma è il biliardo all’italiana il suo punto forte (sì, quello con birillini – il castello – al centro e tre bocce). Perché effettivamente in quel gioco del biliardo è possibile pianificare veramente una strategia a lungo termine: capite che la soddisfazione didattica è decisamente maggiore.

Avevo sempre visto Il Bretella dare lezioni-non-volute, a gratis, ma la situazione di ieri sera era strana. Il Bretella parlava più del solito, continuamente, un flusso continuo (veramente senza neanche un’interruzione) per due ore e più. Troppo anche per la naturale propensione all’insegnamento che lo caratterizza. Mi sono reso conto con orrore che il timido ragazzo che “giocava” con lui, gli aveva chiesto lezioni di biliardo. Ovviamente non sapeva che questo comprendeva anche un seminario sulla psicologia dell’avversario, un breve workshop di teoria dell’attacco, direttamente ispirato al pensiero di Von Clausewitz, e anche un panorama storico sui colpi celebri nella storia dei campionati mondiali di biliardo all’italiana. Il tutto eseguito, raccontato, messo in scena dal Bretella. Il ragazzo, ogni volta che stava per giocare, veniva spostato dal maestro, che, ovviamente, eseguiva il colpo perfettamente. All’allievo non restava che guardare. Anche perché “è già tanto che tu capisca il dieci per cento di quello che dico”, chiosava il Bretella ad ogni insegnamento. Le domande dell’allievo venivano considerate pochissimo, perché “è ancora troppo presto”. E alla fine? “Dai, sono un po’ più di due ore, facciamo due ore, sono venti euro”. Più il costo del tavolo, più la birra per il Bretella, che sicuramente, data la panza che deve nutrire, non era una birretta piccola. Alla fine, però, lo spirito didattico va oltre ogni forma di pagamento, e il Maestro inchioda l’allievo a gratis per altri quaranta minuti, forse parlandogli anche della sua vita e della sua panza.
La frase conclusiva della lezione è stata una definizione del biliardo: “È la matematica che sposa l’arte”. Quasi quasi la prossima volta preparo questi venti euro.

P.S. Ringrazio A. per il prezioso aiuto: mentre io giocavo, lei osservava e registrava. E rimaneva affascinata dalla pancia e dalle sagge parole che essa emanava.

Differ'nt Strokes e la sindrome di Chicco a Superstrike

Inizio a diventare vecchio, evidentemente, e a condurre una vita strana. Me ne accorgo sempre quando c’è la neve. Del fatto che abbia nevicato ieri l’ho saputo in una sua mail che ho letto stamattina: pensate un po’. L’unica cosa che mi riporta alla normalità è che mi sveglio ad un’ora decente di mattina.
In questi giorni i miei risvegli sono stati caratterizzati da un colpo di tosse fortissimo, che mi scuoteva dal sonno. Quindi mi alzavo, andavo a raccattare il polmone che era fuoriuscito e mi preparavo alla mia giornata di scrittura, miele, sciroppo, propoli e fazzoletti di carta.
Stamattina, mentre facevo colazione, ho rivisto una puntata del telefilm Arnold (in originale, appunto, Diff’rent Strokes, con l’apostrofo) dopo anni che non lo vedevo.

Quando ero piccolo Arnold mi piaceva un sacco. Aspettavo l’ora in cui veniva trasmesso, ogni pomeriggio, poi di mattina, poi non ricordo; ridevo alle battute, ed ero anche segretamente innamorato di Kimberly. I primi sintomi della sindrome del titolo sono stati due, stamattina:
1. le battute mi facevano cacare;
2. Kimberly era un cesso ai miei occhi.

Sì, c’è bisogno di una parentesi, per spiegare cos’è la “Sindrome di Chicco a Supestrike” (la cui scoperta è da attribuire ad un team di cervelli che, se non sbaglio, sono fondamentalmente quelli che scrivono qua – corigetemi se sbalio). Vi ricordate il telefilm I ragazzi della terza C? Io ne andavo matto, come Arnold (anche se ero di qualche anno più grande): mi piaceva Sharon Zampetti, anche se subivo il fascino di Benedetta, le battute mi facevano sganasciare, sapevo le sigle a memoria. Zampetti padre mi è sempre stato sulle palle, ma questo è un altro discorso. Una delle puntate mitiche è proprio quella in cui Chicco va come concorrente a Superstrike, fittizio quiz condotto, se non erro, da Marco Columbro. Una puntata decisiva, centrale, emozionante.
L’abbiamo rivista non troppo tempo fa, quella puntata, e ci siamo resi conto di quanto quel telefilm fosse, tutto sommato, stupido, banale, a volte anche volgare. Sicuramente poco divertente. Zampetti mi stava ancora di più sulle palle, anche perché mi sono reso conto che oggi abbiamo gli Zampetti al potere, praticamente ovunque. La figlia, Sharon, sapeva di plastica. Benedetta aveva decisamente perso ogni fascino. E tutte le icone della fine anni ’80 erano lì, sbattute davanti ai nostri occhi, fuori posto ed evidenti nella loro ingenuità. (Del resto, anche la sigla: “Studiare in jeans c’est plus facile, sentire Dante in Compact Disc”. Anche se c’è chi non la pensa così).
Insomma, “Chicco a Superstrike”, rivista qualche anno dopo, non fa ridere, non emoziona. Una schifezza. Fa sentire il tempo che passa. Adesso sapete cos’è la sindrome.

Sindrome che, guardando Arnold, si è manifestata in maniera violenta e crudele. Ho visto la fine della prima parte della puntata in cui Drummond, il papà adottivo dei fratelli Arnold e Willis, e padre naturale di Kimberly, ha un incidente. Arnold, disperato, dice “i bambini possono piangere” e giù lacrime (fintissime). Immediatamente ho pensato alla malattia che ha colpito Gary Coleman. Quando era piccolo io manco sapevo che cosa fosse una malattia degenerativa. Per me Arnold era un bambino. Poi ho visto Willis. O meglio, ho visto Todd Bridges, l’attore che lo interpretava. Una volta finita la serie, ha tentato di continuare a recitare, ma senza successo (Willis lo si è per sempre, probabilmente). Quindi ha iniziato ad avere problemi di cocaina e altri guai con la giustizia. Adesso si è rimesso a fare l’attore, e forse è anche peggio. E infine Kimberly. Beh, Dana Plato ha avuto gli stessi problemi di Willis, pardon, di Todd Bridges. Non ha recitato, se non in softcore, è stata su Playboy e su Girlfriends. No, non come editorialista. Nel 1999 è morta per overdose di tranquillanti.
Ma non è soltanto vedere queste cose che mi ha scosso, ma anche leggere alcuni orrendi messaggi perbenisti, qualunquisti e demagogici che erano sottesi alle puntate e che ai miei occhi di bambino erano nascosti (che mi siano arrivati direttamente al cervello?). Uno per tutti: Arnold prega Dio che non gli porti via Drummond e gli consiglia di portare via un politico. Per non parlare dei frequenti e spiattellati messaggi anti-droga (di cui c’è sempre evidenza nelle biografie linkate sopra, passando sopra, se potete, al deprecabile sito che le ospita). Probabilmente il discorso sul razzismo, dati i tempi, forse era qualcosa di nuovo in tv, ma non ne sono sicuro.

Però ho un bel ricordo. L’attore che interpreta Philip Drummond, Conrad Baine, compare ne Il dittatore dello stato libero di Bananas, nel ruolo del principale di Fielding (Woody Allen). Quando vidi Bananas per la prima volta, quando apparve sullo schermo mi fece uno strano effetto. Anche perché assomigliava tremendamente ad un mio compagno di classe, o meglio, a come sarà tra una ventina d’anni. E poi a quel tempo mi piaceva ancora guardare I ragazzi della terza C.

P.S. Ma vi ricordate chi era la fidanzatina di Willis, Charlene, nella stagione 1985/86? No? Proprio lei. Evitiamo ulteriori speculazioni, su.

Referrers – Gente che cerca altro – 2

Dagli stessi produttori di Neighbours, in associazione con Google, Virgilio, Yahoo! e Shinystat
2. “il calcio e il wrestling per sociologi”

Lo sapeva che avere un nome avesse il suo peso, ma non fino a quel punto. Era ormai disperato, nonostante avesse una vita di allenamento alle spalle: stavolta vendere fumo non sarebbe stato facile. Ricordava la telefonata, le parole ancora gli rimombavano nelle orecchie.
“Professore, buongiorno. Sì, sono io. No, non abbiamo rinviato la trasmissione, solo cambiato l’argomento. No. No, guardi, delle problematiche giovanili non gliene frega più un accidente a nessuno. Scusi il termine. Si era preparato sulle droghe, eh? Le aveva provate tutte? No, sì, la battuta è… Sì, abbiamo cambiato… No, lasci stare, se non le dispiace. Lo so che registriamo domani, ma un luminare come lei… L’argomento nuovo? Ha mai sentito parlare della SWF? No, lo immaginavo. Beh, strano comunque…”
E il redattore della trasmissione gli aveva raccontato della Sociological Wrestling Federation, una lega sportiva amatoriale, alla quale appartenevano sociologi che, invece di incontrarsi in noiosi congressi, i vari etnometolodogi, teorici del conflitto, superstiti della scuola di Francoforte, molto semplicemente, se le davano di santa ragione su un ring, con tanto di arbitro. Il tutto avveniva solo tra sociologi affermati: chi non aveva almeno una pubblicazione non poteva neanche permettersi di guardare gli incontri. Proprio come nel wrestling – sport di cui lui veniva a conoscenza solo in quel momento – di solito un sociologo sfigato, poco conosciuto o in declino, sfidava un nome noto. Scontata la vittoria di quest’ultimo.
“Bene, secondo noi della redazione, questo sport verrà portato alla ribalta molto presto. Lo sa che già si vocifera di leghe di lotta libera tra avvocati, di circoli di kickboxing di cui fanno parte solo notai e commercialisti… No? Beh, glielo dico io, professore. Ecco, allora il tema della puntata sarà… No, no, niente sulle disfunzioni alimentari, ascolti: un nuovo conflitto di classe. I poveracci continuano a giocare a calcio e le classi abbienti, invece, riscoprono il fascino maschio del contatto fisico nella lotta. Un confronto. Che ne dice?”
Niente, ecco che diceva. Ma che argomento era? E perché nessuno gli aveva detto niente di queste leghe? Digitò su un motore di ricerca qualche parola a caso, giusto per vedere se compariva qualcosa. In quel momento, squillò il telefono.
“Pronto? Oh, Alberto. Venerdì? Perché? Come, una cena? Posso portare anche… Da solo? E chi viene? Ah. Anche il preside del dipartimento… Solo colleghi, insomma.”
Si girò verso il computer e vide la schermata dei risultati. Cliccò su uno dei link che erano apparsi. Il suo collega, al telefono, aveva un tono sempre più strano, che lo inquietava molto. Guardò quello che era apparso sullo schermo. “Alberto, scusa un attimo… Ma che cos’è un blog? Ah. Cosa? Ma certo che ho una tuta. Scusa? Una cena in tuta? Ah. La porto, va bene, la porto…”

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