Blog

Era una notte buia e tempestosa…

Agosto 1999.
“Pronto, Edizioni?”
“Sì, sono Editore.”
“Ecco, io le avrei mandato dei racconti, qualche tempo fa. Non so se ricorda…”
“Sì”. Seguono trenta secondi di critica feroce.
“Va bene, grazie lo stesso.”
Click. Sigh.

Agosto 2003.
“Pronto, Editore?”
“Ciao Francesco.”
“Allora, hai ricevuto gli altri racconti?”
“Sì, non male, davvero, mi piacciono”
“Bene”
“A-ha”, dice lui. Visto che penso non si riferisca a loro, vado avanti, canticchiando mentalmente “Take On Me” per darmi coraggio.
“Che ne dici, magari potremmo pensare ad una raccolta, visto che un paio li hai pubblicati, qua e là.”
“No, dai. Ci vorrebbe qualcosa di più lungo.”
“Un romanzo.”
“Ecco, per esempio. Anche perché di poemi epici in versi noi non ne pubblichiamo.”

Febbraio 2004
Finite per il momento lezioni e seminari, inizio finalmente a scrivere questo romanzo. Appassionante, divertente, difficile, faticoso. Scriverlo, dico. Non “il romanzo”. Se no avrei già in mano un bestseller, soprattutto se eliminassi “difficile” e “faticoso”. Diciamo che appena avrò “un numero buono di pagine”, le manderò all’Editore, il quale vedrà cosa farne di me e del buon numero di pagine.

Nel frattempo amici, coinquilini e altri figuri che passano davanti alla mia stanza, mi vedono più o meno così.

Così come? Eh, chissà. I link muoiono…

P.S. Editore o Redazione, se per caso leggi queste righe: sto scrivendo, sì. Per il blog uso una ghost-writer. Si chiama Melissapì. Brava, solo che devo sempre tagliare parti di quello che scrive, mette il sesso ovunque. Lo so che fa vendere, ma in un blog… No, nel romanzo non ce n’è molto, di sesso. Ah, lo metto? Comincio da capo, allora, ma l’inizio lo lascio così com’è, mi piace: “Era una notte buia e tempestosa…”

Di |2004-02-16T01:23:00+01:0016 Febbraio 2004|Categorie: I'm A Loser, Paperback Writer|Tag: , , , , |7 Commenti

Lezioni di stecca

Era da tempo che non tornavo nella nota-sala-da-biliardo, ma mercoledì sera alle dieci e mezzo ero già lì, con F. e P. che sistemavo il triangolo e mi facevo pervadere da quella calma olimpica che mi prende quando gioco. Dico sul serio. C’è qualcuno che si incazza e si innervosisce, quando gioca a biliardo. Io no. Anche se perdo. Devo essere sincero, non ho mai stracciato il panno, né ho mai fatto schizzare il boccino a velocità supersonica sul cranio di un energumeno. Ma insomma.
Proprio dietro di noi c’erano due uomini, intorno alla quarantina scarsa. Uno di Roma e uno di Bologna. Non che si fossero portati dietro le targhe della macchina. Ma si sentiva. Quello di Roma aveva portato l’altro a giocare e, da quello che sembrava, si era messo in testa di rivelargli i segreti della stecca. Ogni colpo, sia suo che dell’allievo, quindi, era preceduto da una disquisizione in romanesco su sponde, strisci, aggiustamenti, buche d’angolo. Una palla (è il caso di dirlo) terrificante. Anche perché, se fino a prima nessuno sentiva i cazziatoni che il maestro faceva all’allievo, adesso c’eravamo noi tre, là, che giocavamo sul tavolo accanto. La nostra concentrazione (si fa per dire) quindi era rotta da frasi come “Ahò, ma no, così m’a metti ammè” e statac! La palla del maestro finiva in buca. E il maestro si arrabbiava pure. Ma non sbagliava un colpo. E anzi, si muoveva e colpiva con la stessa spocchia con cui la mia professoressa di matematica del liceo ti prendeva il gesso di mano, ti scostava dalla lavagna su cui regnava un’equazione di sedici righe e la risolveva in uno, massimo due passaggi. Perfetto metodo d’insegnamento. Ogni tanto ho incontrato lo sguardo dell’allievo, imbarazzatissimo, che non guardava neanche il panno, ma semplicemente teneva la stecca in mano, tra uno statac! e l’altro. E mi sono accorto che il rapporto allievo-maestro era mantenuto anche sul piano fisico: il maestro, un romano alto e grosso, con la mascella prominente, un uomo che ostenta sicumera anche quando fa a fare la cacca, anzi, probabilmente soprattutto in quei momenti. L’allievo, timido, con una camicina a righe, righe che non osano essere quadretti per eccesso di pudore. Un uomo che, sicuramente, ha problemi di stipsi.

Quando sono andati a pagare c’ero anche io al banco. “Sono ventidue euro” ha detto loro l’omino del biliardo. Ho fatto un rapido calcolo: ventidue euro vuol dire che, minimo minimo, erano tre ore e mezzo che giocavano. Tre ore e mezzo di umiliazioni. Di colpi sbagliati dell’allievo e di statac! del maestro. Non ho voluto guardare chi ha pagato. Anche se, in cuor mio, lo so perfettamente.

Viva la gente, la trovi ovunque vai

Martedì sono stato al cinema, obbligato a vedere per la trasmissione quella schifezza di Amore senza confini. Durante l’intervallo due signore, che chiamerò Iole e Gina (completamente a caso), intorno all’ottantina, chiacchierano sul film, arrivando alle seguenti conclusioni. Primo: per fortuna che ci sono i medici senza frontiere, ché loro (la Iole e la Gina) quelle cose non le farebbero mai. E ci credo. Secondo: la colpa è dei governi, che sfruttano il popolo. “Bisognerebbe dirglielo”. Mi vedo la Iole e la Gina ricevute, che ne so, da Pol Pot. O da Bokassa. Previa telefonata. Faccio esempi del passato, per evitare facili satire. Terzo: le mentine fanno bene alla bronchite. Bisogna portarle sempre nella borsetta, perché servono a frenare la tosse, molto fastidiosa a teatro. Quarto: alla fine il fascismo in Etiopia ha fatto del bene. La Iole ha qualche difficoltà a pronunciare la parola “tucul”, ma la Gina scandisce benissimo “negretti”.

Intermezzo.
Oggi ero in Sala Borsa, che, tra le altre cose, è anche una mediateca. Nel senso che ci sono CD, DVD, VHS e anche libri (ovviamente) in prestito. Scartabellavo con poca convinzione all’inizio della sezione “contemporanea straniera”, che comprende tutto, dai Kiss fino a Johnny Cash, passando per Ray Charles e la World Music, quando un ragazzo vicino a me mi dice:
“Oh, se ne vedi uno dei Nirvana…”. Per la serie: avvisami. Ma che siamo a fare la caccia al tesoro e siamo in squadra insieme?
“Guarda che i Nirvana sono sotto la N”, gli dico indicando una zona vaga alla mia destra. Lui mi guarda come se gli avessi raccontato una barzelletta in dialetto siriano. “Cosa?” “I Nirvana, dico, sono sotto la N”. Lui mi guarda come se non capisse dove c’è da ridere, nella barzelletta in dialetto siriano. “I CD sono in ordine alfabetico”, sussurro. “M?” fa lui, solo intuendo il raffinato gioco di parole della barzelletta. “N”, dico. “Nirvana. Là”. La zona indicata è sempre alla mia destra, ma il ragazzo, sconsolato, se ne va dall’altra parte verso la sezione “Umorismo dialettale siriano”.
Fine dell’intermezzo.

Stasera a Porta a Porta (è la seconda volta che lo vedo: ne parlo come se fosse un evento, perché lo è), c’è Berlusconi S. Quando parte la musica di Via col Vento (ma dico io, non potevano usare quella di un brutto film? Che ne so, la musica di Amore senza confini?), Silvio B. è inquadrato in controluce mentre legge fintissimo un opuscolo. Avete presente quando uno fa finta di leggere il giornale in modo tale da non dovere alzare lo sguardo per salutare qualcuno? Entra nello studio Vespa B., saluta quello seduto che, quindi, deve rispondere, e i due iniziano a duettare amabilmente. Bruno V. fa la parte di quello che deve mettere in difficoltà l’altro, che improvvisa un po’ troppo. Il pezzo inizia con la storia del lifting e Silvio V. dice che il presidente del consiglio deve apparire in forma, perché lavora dalle sette e mezzo del mattino fino alle due e mezzo di notte. La logica mi sfugge. Il richiamo a luci-mai-spente no. Poi parla di una dieta che ha fatto, per dire che il lifting, alla fine, non è stato poi decisivo. Bruno B. gli chiede che dieta abbia seguito, ma quella non si rivela, come il trucco (nel senso di gioco di prestigio, non di make-up: meglio precisare). A SBVB è bastato ridurre l’apporto calorico per qualche settimana in gennaio. Proprio come me. Con due differenze: intanto, non l’ho fatto proprio volontariamente. E poi, lo ammetto, io lavoro decisamente di meno.

Nuvole (di fumo) all'orizzonte

Nella casa in cui sono stato durante il seminario, sono entrato in possesso di un documento fondamentale. Un opuscolo della Regione Veneto, indirizzato a genitori di figli adolescenti, per la prevenzione e la lotta alle tossicodipendenze. Credo che basti solo riportare alcuni passi, qua e là.

Dalla prefazione di don Mazzi: “L’ideale sarebbe poter costruire intorno alla famiglia una sorta di team, un gruppo di persone grandi e piccole che lavorano tutte insieme per raggiungere determinati risultati”. Babbo e mamma manager, mi chiedo? Figli quadri? Non siamo lontani di molto. Il simpatico manualetto, infatti, offre una tipologia di genitori e figli da fare invidia a Cosmopolitan. Ecco una selezione.

Padri:
– il padre che rilegge la storia: no, non si tratta di un epigone di Le Goff o di De Felice, ma di un “padre saggio che aiuta il proprio figlio a rileggere meglio gli avvenimenti semplici di ogni giorno perché la vita si gioca in essi” (corsivo mio);
– il padre-padrone: “uomo di comando al quale si deve solo obbedire”. Poco originale, volete mettere con
– il padre dell’aquilone, cioè “il padre che spinge il figlio verso quel lembo di terra che sarà la sua patria, accontentandosi di essere un lungo filo”: splendido, tra Mosè ed Arianna;
– padri usa e getta: “sono quei poveri uomini, immaturi, eternamente innamorati di se stessi. Irrequieti, incapaci di rapporti profondi, veri, sofferti”. Ma la conclusione è spettacolare, in quanto essi “passano da una casa all’altra”.

Madri: qui si raggiunge il genio (del male) puro.
– la mamma italiana: “troppo iperprotettiva. Preferisce adorare i figli più che amarli. Se li sente troppo suoi”; pizza, mandolino, baffi neri;
– la compagna: “Purtroppo, per decenni, abbiamo sparato sul matrimonio come un’istituzione sorpassata e troppo bacchettona. Ne è uscita questa figura di amante camuffata”. Insomma, per la serie: scrivere “brutta zoccola” su un opuscolo destinato alle famiglie dalla/della regione Veneto potrebbe essere troppo;
– la mamma-papà: “Donna rimasta sola per vari motivi”. Che raffinata delicatezza. Andiamo avanti, nel segno del progresso: “Talvolta fa l’errore di coprire il doppio ruolo. Meglio rimanere madri e fare capire ai figli cosa significhi il posto vuoto lasciato dal padre”. “Quel bastardo pezzo di merda”, avrei aggiunto io. MA finiamo in bellezza con
– la madre-sposa-donna: “Fino a ieri lo scopo principale di ogni donna era divenire madre”. Eh, già. O tempora o mores. “Oggi urge coniugare, contemporaneamente, in modo armonico, i tre aspetti della donna=essere donna, sposa, madre”.

Figli: e qui, lo specifico ancora, tutto è riportato testualmente.
– il bonsai: “è un pò (sic) di tutto e niente allo stesso tempo; ragiona come un adulto ma rimane un faggio di 40 cm, un pino alto una spanna”. Ma perché un faggio? Metafore arboree. Che sono sempre meglio di quelle aerostatiche: “Fragilissimo, come i palloncini a gas; le strade se le fa lui e le leggi anche”. Un arbusto tutto d’un pezzo;
– lo sbiellato. Un attimo, perché qui si raggiunge l’apoteosi dell’assurdo. La definizione è: “o il macdonaldizzato: se non fa uno sbattimento al minuto, non è lui”. Prego?
– il bullo: “è l’eroe del nulla. Il vero elemento distruttivo della loro adolescenza è la noia. Scomodano anche la geometria: “se non la pianti ti bombo il cervello a 45°””. Vi prego: spiegatemi che cazzo vorrebbe dire questa frase. Per favore. Mi fa impazzire da giorni;
– il samaritano: “detto dai più superstiziosi l’amico degli sfigati”. Preeeegoooo?

E il rapporto tra genitori e figli? Non posso riportare tutto, se no questo post diventa ancora più insostenibile, ma questa… “Ascoltate, parlate, perdonate. Imparate a capire il nuovo vocabolario dei vostri figli. La frase “sei un mito” lasciategliela usare”. Ah. Per fortuna, dico. Ma la frase “ti bombo il cervello a 45°”?

Arriviamo al capitolo finale, le droghe, che inizia in maniera chiarissima. Prendete carta, penna, calcolatrice, pallottoliere e siate pronti ad bombarvi il cervello: “è stato segnalato che dal 50 al (sic) 80% dei giovani che hanno contatto con la droga almeno una volta nella vita circa il 10-20% ne diventa dipendente, il 40-50% ne fa un uso temporaneo e per il restante 30-40% non ne fa uso”.
Tutto questo delirio, però, si spiega quando il manualetto parla della cannabis. “In quantità elevate (o qualità forte) la cannabis può dare sensazioni simili a quelle dell’LSD”. E vi siete fatti le cannette, eh. E che ci vuole, basta dirlo. Su, ragazzi, genitori, figli. Andiamo a bombarci il cervello, su. Ehm, a proposito: ma l’erba tipo LSD la portate voi, vero?

Yolalaaaa i-oooo!

Mettetevi l’anima in pace. Grazie al cielo (e per fortuna vostra) fino a domenica sera non posterò nulla, né potrò controllare la posta elettronica. Me ne vado a tenere un seminario su cinema e scrittura per il cinema in provincia di Vicenza, lassù sulle montagne, ad una quarta superiore.
Alcune domande potrebbero sorgere spontanee, per esempio: perché una quarta superiore deve andare a fare un seminario in montagna? Perché hanno scelto me? Cosa c’entra il titolo “yodelesco”? Nulla. Ovviamente questa è la risposta all’ultima domanda, l’unica che so dare. Per quanto riguarda le altre, fate pure appello alla pazzia che governa il mondo. A presto.

P.S. Ovviamente se avrò in camera una presa del telefono… Ah! La blogdipendenza…

Di |2004-02-03T00:50:00+01:003 Febbraio 2004|Categorie: We Can Work It Out|Tag: , , , |13 Commenti

I've read the news today, oh boy: pauperismo oggi

Attenzione, italiani. Il vostro stipendio non vale più niente! Lo dice una ricerca dell’Eurispes pubblicata ieri. Nessuno riesce più a risparmiare un cacchio, e qualcuno manco a comprare qualcosa. Ma il tutto è riferito a chi percepisce uno stipendio. Io non percepisco uno stipendio. Mi pagano, ogni tanto, qua e là. G. detto Peppino, manco quello. E la sua ragazza è lontano a fare l’Erasmus. G. detto Peppino non mangia, sta al telefono. La cosa mi interessa, perché io e G. detto Peppino abitiamo insieme e il telefono è spesso occupato. Abitando insieme, a volte, mangiamo insieme. E un paio di giorni fa siamo andati a fare la spesa insieme. La spesa per modo di dire. Dovevamo solo comprare del pane e della carta igienica.

“Che mangiamo a cena?” mi chiede Peppino, fiducioso.
“Cazzo vuoi mangiare? Pasta con il pomodoro. Non c’è altro e non abbiamo sold.i”
Peppino annuisce e trattiene un lacrimone tipo cartone animato giapponese. Entriamo nel supermercato. Io vado al banco carne, prendo in mano una confezione di qualcosa e guardo il prezzo: quattro euro e settanta.
“Vedi? Questo vale esattamente quanto l’intero ammontare dei miei averi depositati in banca”, dico a Peppino. Che però non capisce… Mormora cose come “mmmmbuon” e indica i grossi grani di pepe verde che decorano squallidamente la carne.
“Quattro euro…”
“…e settanta” aggiungo io.
“Però c’è anche il pepe”, mormora Peppino.
Prendiamo il pane e andiamo alla cassa. In due con un pezzo di pane e quattro rotoli di carta igienica. Neorealismo puro. Il cliente prima di noi paga con dei buoni pasto, ma la cassiera dice che non bastano. Allora, come se nulla fosse, tira fuori una banconota da cinquecento euro. Peppino ed io (e anche la cassiera) sbarriamo gli occhi. Non avevamo mai visto una banconota da cinquecento euro… Io faccio mentalmente un calcolo, paragonandola al mio conto in banca. Stavolta sono io a trattenere a stento il lacrimone. Ci passano per la mente, in maniera netta ma fugace, piani di rapina rapida che consistono, grosso modo, nel tramortire la cassiera a testate e poi fuggire col malloppo. Anzi, per un momento pensiamo di applicare la tecnica a tutti gli esercizi della zona. Già ci immaginiamo i titoli sui giornali: “La banda delle testate colpisce ancora”. Non prendiamo neanche la busta di plastica (che qui si chiama “sportina”): quindici centesimi sono quindici centesimi (e un trentesimo circa dei miei averi).

Usciamo dal supermercato, e Peppino ha un momento di insofferenza, passando davanti ad un fruttivendolo. “Compriamo anche un peperone, almeno diamo sapore al sugo”. Mi sta bene. Mentre aspettiamo il nostro turno, noto delle cipolle bruciacchiate in una cesta e, quando il negoziante si rivolge a noi, gli chiedo che cosa siano.
E lui inizia (da leggere con pesante accento bolognese): “Ah, quelle… Quelle sono zipolle cott’al forn’. Zioè, un tempo le fazevamo noi fruttivendoli, adesh le fanno quelli che producon le zipolle… Noi, quando chiudevamo, mettevamo delle grandi lashtre e poi zi mettevamo shopra le zipolle e poi andavamo nei forni a farle rishcaldare… Un profumo! E poi inveze adesh non le fazziamo mica più noi… bla bla. Ma cos’è che volevate?”
Peppino scandisce bene: “Un peperone, rosso”. Il fruttivendolo prende un peperone rosso, piuttosto piccolo, e lo pesa. “Altro?”. E qui a Bologna, se non si vuole nient’altro, bisogna dire “altro”. Ma anche se dici “no” ti capiscono. “No, grazie”, dice Peppino, che è educato. Io guardo le cipolle, rapito.
“Un euro e venticinque.”

Nel tragitto fino a casa l’unica cosa che Peppino ha detto è stata: “Un euro e venticinque. Un peperone. Un euro e venticinque”. Credo abbia mormorato anche qualcosa come: “Ma lo sai dove te le metto io le lastre per le cipolle?”, ma non ricordo bene.

"My strong fingers beneath the snow"

Ogni volta che cade la neve, mi dimentico quando è stata l’ultima volta che l’ho vista. Come se la neve caduta coprisse anche i miei ricordi, e si posasse direttamente sulla neve passata, nascondendola.
Tornando dalla radio, stanotte, sono passato in posti dove non c’erano orme e impronte. E mi sono emozionato.
Però ho capito veramente di vivere di fretta, male, in questo periodo, quando mi sono reso conto che non avevo tempo per fermarmi a guardarla, la neve.
Mi sono accontentato, dopo due ore di chiacchiere e musica lanciate nell’etere, del silenzio.

L’origine del titolo del post è questa.

Di |2004-01-27T03:43:00+01:0027 Gennaio 2004|Categorie: I Me Mine|Tag: , , |23 Commenti

Festivalieri

C’è una strana sensazione, quando finisce un festival di cinema e ci sei andato, diciamo, “per lavoro”. Da un lato sei saturo di film, code, file, incastri di proiezioni, articoli scritti di corsa. Dall’altro, invece, senti che non vorresti vivere in altro modo. Ma non è di questo che voglio parlarvi, ma della fauna-da-festival. Anche un festival tutto sommato piccolo come il Future Film Festival di Bologna, presenta caratteristiche simili ad altri festival più grandi. Vediamo, quindi, da chi è normalmente popolato un festival di cinema.

Primo e pericolosissimo personaggio è il logorroico. Che voi direte “E vabbè, ma quello c’è anche a teatro, alle Poste, alla fermata del venticinque”. Eh sì. Ma il logorroico-da-festival porta a strane reazioni la sua vittima. Perché si è lì al festival, in fondo in fondo, per una passione comune, il cinema. Quindi gli argomenti di conversazione possono essere interessanti, volendo. Ma è come dire di avere voglia di un panino e trovarsi di fronte ad una rosetta di sedici quintali. Manca la misura, al logorroico. Ti si siede accanto in uno dei primi giorni, e quel momento segna la tua fine. Perché tu sei gentile, inizi a scambiare due parole, che poi diventano due parole alla seconda, alla terza, alla quarta e così via, fino a che non ne sei sommerso. Allora, nelle proiezioni successive, entri in sala con impermeabile ed occhiali scuri, ti guardi intorno, pare non ci sia. Tiri un sospiro di sollievo, ed ecco che dalla fila di fronte si erge una testa, gira a centottanta gradi che neanche Regan ne L’esorcista e ti vede. E, ancora una volta, sei finito e preghi solo che si abbassino le luci. Oppure: sei in fila, in mezzo ad alcuni rassicuranti sconosciuti, e ti senti toccare sulla spalla. E’ sempre lui, pronto, con la rosetta gigante in mano. Per te.

L’esperto. Qualsiasi cosa tu sappia su X, beh, l’esperto ne sa di più. E non solo su X, ma anche sui film in cui X portava solo i panini sul set, sulla figlia di X, sulle collaborazioni non accreditate di X. L’esperto, notoriamente, ti fa sentire una cacca. Per cui, semplicemente, la smetti di parlare e, se sei proprio di animo buono, inizi a prendere appunti e i tuoi contributi verbali alla comunicazione si limitano a “Mm” e “Certo”. Ovviamente esistono delle combinazioni, come l’esperto logorroico, che mettono a dura prova anche gli animi più tenaci. Ho visto delle persone cercare di tagliarsi le vene con il bordo plastificato del pass, pur di sfuggire a persone come l’esperto logorroico.

Il giornalista famoso. Può fare quello che vuole. Insultare le maschere, togliersi le scarpe, fare le puzzette, insultare le persone ad alta voce, saltare le file, avere bevande e cibo gratis, toccare il culo ad attori e/o attrici, ruttare sonoramente e poi vantarsi. Ma soprattutto può insindacabilmente decidere se un film è brutto o meno. Questo accade quando scrive di un film. Anche quando non l’ha visto. O quando l’ha visto, ma solo per metà, perché poi si è messo a dormire, russando clamorosamente. Poi si sveglia e applaude o bofonchia qualcosa. Conosce tutti per nome, dal barista del caffè di fronte al cinema al regista a cui viene dato il premio alla carriera. Ed è sempre attorniato da qualche personaggio, spesso anagraficamente più giovane di lui, il paggio, che sempre e comunque gli dà ragione e ride alle sue battute. Sa che prenderà il suo posto, e che potrà palpare, sbafare, dormire, ruttare, condannare, salutare al posto suo. Un giorno o l’altro.

Il giornalista di “Case e giardini”. Non si sa come abbia avuto un accredito per un festival cinematografico. Forse è lì solo per vedere gli attori e le attrici, forse si è sbagliato, forse è noto nella sua redazione che odia il cinema, e l’accredito diventa una specie di esilio forzato. Non ne sa assolutamente niente di cinema, ma non osa dirlo. Può parlarvi di taglio di prati e di arredamenti di interni per ore, e probabilmente con cognizione di causa, ma a malapena sa che cosa sia un cinema. Ha altri interessi e altre passioni. Si addormenta spesso, sognando esempi di edilizia del Dorset o del New England. Ma, perdio, è un giornalista e, alle conferenze stampa deve fare la sua porca figura. Se ne esce, quindi, con domande del genere: “Mi può ripetere quando ci sarà la dimostrazione gratuita di trucco de Il Signore degli Anelli?” (sentita veramente alla conferenza stampa inaugurale del FFF).

Il cacciatore di gadget. Spesso è un giornalista, ma non è detto. Prende tutto ciò che è gratis, dagli adesivi alle sagome pubblicitarie in cartone dei personaggi di un film d’azione ungherese. Dalle colonne sonore alle magliette, lui del merchandising gratuito non si vuole perdere neanche un articolo. E poi sfoggia tutti i suoi trofei insieme, magari venendo alle proiezioni con cappellino del film Y, maglietta del film Z e penna della casa di produzione K. E si vanta tantissimo, ma solo con lo sguardo. Non vede l’ora, infatti, di fare morire di invidia i suoi concorrenti, gli altri cacciatori di gadget. Vede pochissimi film, ma è evidente, dovendo fare file chilometriche davanti agli uffici stampa delle case di produzione.

Il nerd. Spesso è combinato con tutte le categorie precedenti. Ma sì, lo conoscete il nerd da festival. E’ quello che, ne I Simpson, alle convention di fumetti o di fantascienza, pronuncia affermazioni del tipo: “Nella puntata 4F6Y si vede in lontananza un cugino della protagonista che assomiglia tanto al nemico di un numero speciale (e introvabile) del fumetto Superboy and the Tafanoids. Perché questa scelta?”. Il nerd cinematografico spesso indossa le magliette guadagnate agli altri festival, ha un colore della pelle verdognolo, dovuto alla prolungata reclusione al buio per la visione di film, telefilm e quant’altro, i raggi televisivi gli hanno procurato una forma rara di acne perenne e si intende soltanto con gli altri nerd. Ha la spocchia del giornalista famoso, la fame di roba gratis del cacciatore di gadget, la cultura totale dell’esperto, l’incapacità nelle relazioni sociali del giornalista di “Case e giardini”, la parlantina del logorroico. Ed è molto, molto solo.

L’attricetta. Tipica dei grandi festival, ha avuto un accredito in qualche modo. O in qualcun altro. Sta sempre in vista, va a tutte le feste, si cambia d’abito almeno sei volte al giorno, anche in una tempesta di neve ha la capacità di avere un make-up perfetto. Sorride a tutti, ché non si sa mai, e, per lo stesso motivo, non rifiuta mai di farsi fotografare. Ha con sè, nascoste in una borsetta piccolissima, almeno duecento copie del suo book fotografico e curriculum (che di solito inizia con frasi come “a sei anni ho fatto la Madonna nella recita delle elementari”). Oggetto del desiderio del nerd, oggetto di scherno del giornalista famoso (che poi, regolarmente, se la tromba), l’attricetta ci crede tantissimo. Il problema vero dell’attricetta non è che manca di tenacia, no. Né di volontà. No, il vero problema dell’attricetta è quell’accento ciociaro che non riuscirebbe ad estirpare neanche con un trapianto di corde vocali. Quindi va in giro, sculetta e sorride. Ma in rigorosissimo silenzio, finché può.

L’attore-un-tempo-famoso. Il suo comportamento è molto simile a quello dell’attricetta, con la differenza che, detto palesemente, non ha neanche il minimo di possibilità di attrazione che ha l’attricetta. Infatti è in crisi di astinenza da successo, magari momentaneo, e si è ridotto ad uno straccio d’uomo. Non è più capace neanche di allacciarsi le scarpe. Anch’esso è oggetto di culto del nerd, che ne conosce vita, morte e miracoli. Ma l’attore-un-tempo-famoso non lo sopporta, il nerd, per ovvi motivi (vabbè essere caduti in basso, ma non a quel livello). Tenta di conoscere l’attricetta e, quando gli va bene, la poverina ci casca. “Sai, sono un attore” ed è fatta, anche se l’ultima volta che è apparso su uno schermo è stato, per sbaglio, nella folla inquadrata in un servizio di Studio Aperto sul traffico. Tenta di avere una scrittura, qualsiasi cosa, è disposto veramente a tutto. Alla fine del festival, di solito, si ubriaca e tratta male tutti, buttando nel cesso il minimo lavorìo diplomatico svolto fino a quel momento. Scarica le frustrazioni su chiunque e manda sonoramente a fare in culo l’unico produttore che gli avrebbe dato due lire. Ma se ne accorge drammaticamente troppo tardi.

La salama da sugo

Giovedì sera ho interrotto momentaneamente la vita di questi giorni, che si svolge in maniera ossessiva e ripetitiva tra qua e qua. Il tutto è iniziato in radio, giovedì mattina. Il mio amico S. mi viene vicino sorridente, con aria propositiva. Emette un verso e poi mi fa, triste: “Ah, niente, tanto stasera andrai a vedere qualcosa”. “Dimmi”. “No, è che stasera facevo la salama da sugo”.
Ora. Questa “salama da sugo” era diventata, nelle passate settimane, una sorta di animale (o mostro) mitico. Si narrano di persone il cui stomaco è esploso dopo avere mangiato la salama da sugo. Io non sapevo neanche che esistesse, ma, siccome ogni volta che qualcuno ne pronunciava il nome c’erano intorno reazioni che neanche a nominare Dracula in Transilvania, ho iniziato a temerla in maniera reverenziale anche io. D’altro canto, però, grazie al ritmo di vita di cui sopra, non riuscivo manco a mangiare. Salama = cibo (seppur pesante e pericoloso).
“Ma che scherzi? Io ci vengo da te a mangiare la salama da sugo”. E S. sorride contento.
“Chi viene? La tua ragazza…?” “Ah, no, è una serata di soli uomini, scherzi?”. Non capisco l’ovvietà, ma acconsento. E il tutto assume sempre di più le tinte di un rito di iniziazione.

Arrivo a casa di S. dopo l’ennesima proiezione verso le otto. Ci sono già F. e A., deve solo arrivare G. (scusate le lettere, ma sapete, la privacy). S. mi mostra con orgoglio una pentola, che bollicchia. La casa è invasa da un odore di cotechino, solo più forte, barocco, esagerato. “Ho fatto il purè”, dice S. (che, dovete saperlo, ormai è completamente rapito dal verbo di Allan Bay). “L’ho fatto io: ventisei patate”. “Eh”, dico io. Ma il suo orgoglio è la pentola che bollicchia. Dentro, ovviamente, c’è la salama da sugo. Ora, è evidente che molti di voi, come me, del resto, non sappiano che accidenti sia ‘sta cosa. Il punto è che la salama è tipica di Ferrara. Nel senso che qui a Bologna mica si trova facilmente. Quindi potete immaginare la tipicità.
Insomma, la salama deve cuocere “a bagnomaria” per sei o sette ore. Infatti era lì dalle due. A bollire, a farsi. Ora capite che ci mancava poco che indossassimo delle tuniche e iniziassimo a salmodiare in ferrarese. Ma come tutti i riti di iniziazione, anche questo ha le sue leggende.
“Me l’ha data la fidanzata di mio padre. Quando l’ho vista, le ho detto che era piccolissima, e lei ha replicato che era per otto persone. Ma vi rendete conto? Una salama da sugo grande così”, dice S., mostrando con le mani una sfera immaginaria del diametro di una quindicina di centimetri, “che basta per otto persone”. Cori di emozione. Intanto arriva G. e arrivano anche le ore ventuno, la salama è pronta. Rimane ancora il dubbio: ma perché si chiama “da sugo”?

Quando siamo a tavola, S. decide di abbassare le luci, ma noi commensali ci ribelliamo a gran voce (forse anche un po’ alticci): vogliamo vedere chiaramente la salama, che finalmente viene alla luce, così come la vedete nella foto. Viene aperta la pelle e presa con un cucchiaio, adagiata sul lettino di purè che ognuno ha sul piatto. S. ha messo a tavola anche del pane integrale, “così sembra che mangiamo sano”, dice. Ad un certo punto, F. ci fa notare che, se viene premuta, la salama, la sua “polpa”, produce un liquido sugoso. Iniziamo a congetturare sulla secrezione sugnica (mi si perdoni il neologismo) e concludiamo che, in realtà, ha senso dire “la salama sugo”: è bello, suona arcaico, come un detto popolare. E continuiamo a metterci pezzi di salama nel piatto.
Finisce in tempo brevissimo, ovviamente, nel silenzio interrotto soltanto dal rumore del vino versato e bevuto e dai mugolii di godimento. Ah, no, c’è anche qualcos’altro che spezza il silenzio, sempre di più mano a mano che la salama finisce: i commenti sprezzanti, del tipo “beh, ma io pensavo peggio”, “va giù che è un piacere, ma quale pesante” e cose del genere.

Forse sarà il vino, forse la stanchezza, ma alle undici e mezza siamo completamente cotti. Morti di sonno e svaccati sul tavolo o sui divani.
Torno a casa e vado a letto. Alle quattro e trenta mi sveglia una sete mortale, e mi accorgo che piumino, lenzuola e copriletto sono annodati con una perizia da fare invidia ad un vecchio lupo di mare. Insomma, sonni decisamente agitati. Non ammetterò mai che è stata colpa della salama. Mi addormento e sogno di andare in bagno a bere. Mi specchio e, al posto della testa, ho una salama da sugo.
Se la sarà presa per i commenti sprezzanti, sicuro. E sono altrettanto sicuro che il silenzio, la prossima volta (speriamo sia presto, eh, S.?) verrà interrotto solo da qualche preghiera, nella lingua estense, ci mancherebbe.

Di |2004-01-17T00:42:00+01:0017 Gennaio 2004|Categorie: Savoy Truffle|Tag: , , , , |13 Commenti

Una giornata niente male: la nuda cronaca di uno di quei giorni in cui è meglio rimanere nel letto. Di chiunque.

Io ci credo. Continuo a perseguire il mio programma, o almeno tento di farlo. Quindi: sveglia alle nove, una sana colazione e iniziamo con un po’ di studio. Poi mi ricordo: devo telefonare alla nota università con le scale mobili, perché devo capire cosa è successo con il mio contratto. Una parentesi esplicativa è necessaria. Infatti, qualche giorno fa, è arrivata, all’indirizzo al quale ufficialmente risiedo, a 300 e passa chilometri da Bologna, una missiva dalla suddetta università, che mi diceva di recarmi presso l’altra sede dell’università, ai piedi delle Dolomiti, per firmare il contratto.

Dopo infiniti tentativi di entrare in contatto con la magica università, allietati dal tema di “Momenti di gloria” (e se mai dovessi beccare Vangelis…), finalmente, con un paio di rapidi passaggi di persona, riesco a parlare con chi-mi-serve.
“Ma no, si tratta di un errore!”
“Ah, bene”, faccio io, “quindi posso passare a Milano per firmare il contratto…”
“Eh sì, però venga quanto prima. Prima firma, prima le paghiamo la prima tranche del suo compenso”
“Quindi quando dovrei venire?”
Silenzio. Dopo una lunghissima pausa la donna dice: “Vediamo, che ore sono…?”
Sospiro e dico: “Fa niente, magari vengo il ventotto, quando devo fare esami, posso firmare quel giorno, no?”
“Sì, poi però la paghiamo il aisfgaisfebbraio”
“Il venti febbraio?”
“Il ventisette febbraio”, precisa la solerte addetta all’amministrazione.
E io penso che, anche se avesse detto “il ventinove febbraio”, mi sarebbe andata di culo, ché tanto il 2004 è bisestile.

Pomeriggio. Devo andare al cinema per questo simpatico programmino, in particolare mi tocca andare a vedere un filmaccio per una rubrica significativamente chiamata “Il duro mestiere del critico”. La morte di cui devo morire si chiama Mona Lisa Smile. Ne parlerò sull’apposito blog, ma potete farvi un’idea dei miei sentimenti d’amore per Tori Amos messi alla dura prova, esattamente come i suoi.
Esco dal cinema. Devo ritirare i soldi dell’affitto (che ammonta a 300 euro per una stanza, così, ve lo dico). Prima di ritirare i soldi, però, chiedo al Bancomat l’estratto conto.

“Sicuro?” fa lui.
“Dammi lo scontrino”, dico io.
“A Fra’, guarda che poi ci rimani male, e ti rovina la giornata”
“A parte che sono le sei di sera, e la giornata va già male… fa’ il tuo dovere, dammi lo scontrino con su scritto quanto mi rimane, e non chiamarmi ‘a Fra’”
“Sicuro sicuro?”
“Dammelo, stampalo.”
Stampa dello scontrino in corso.
“Fallo uscire, maledetto.”
“Beccate questo”, dice il Bancomat.

Aveva ragione lui. Mi allontano tristemente dal Bancomat che sentenzia, come il Puffo Quattrocchi: “Telavevodetto, io”.

Sera. Siccome la trasmissione è domani e devo vedere un altro film, mi tocca cenare presto, anche perché dopo il film devo tornare in radio per il programma notturno di cui qui a sinistra, in basso, scorrete, scorrete. Il film prescelto, per doveri di cronaca, è L’ultimo samurai. E so già che si tratta di una vaccata colossale, ma tocca. Quindi decido di cenare in fretta. “Che mi faccio da mangiare?” penso. “Cappelletti in brodo”. Detta così, pare bellissimo. Ma non fatevi ingannare: allontanate dalla mente donne emiliane che fanno la sfoglia, cucine accoglienti, tramonti splendidi. Sostituite le donne emiliane con un pacchetto di cappelletti già pronti e un dado da brodo, la cucina accogliente con una cucina non poi così accogliente e il tramonto con una luce al neon. Ma tant’è. L’acqua bolle, tento di non pensare a niente, butto i cappelletti. Passa uno dei miei coinquilini, M., che nota una strana macchia verde su uno dei cappelletti. “Dev’essere il ripieno che è uscito”, dico io. “Secondo me è muffa”, dice lui. Ovviamente ha ragione lui. Mi immagino di andare al supermercato incazzato come una iena e protestare perché mi hanno venduto dei cappelletti ammuffiti, ma l’idea scompare, come i cappelletti verdi e il brodo, nel cesso. La mia cena consiste, quindi, di una scatoletta di tonno, due pacchetti di crackers, maionese, variamente combinati tra loro, e un’arancia. Ma poi ho un’illuminazione. Ho della ricotta. Prendo un cucchiaio di cacao amaro, un cucchiaino di zucchero e mescolo il tutto alla ricotta. Me la preparava sempre la mamma, questa merenda-dolce. Ma non ho tempo di commuovermi, devo andare a vedere il secondo probabile-film-di-merda della giornata.

Che, puntualmente, si rivela un film-di-merda. Non mi rimane altro che andare a prendere l’autobus, per andare in radio. Non ho il biglietto, ma tanto l’ATC sta pubblicizzando questa grande trovata di mettere i distributori di biglietti automatici in ogni autobus. Ovviamente l’autobus che devo prendere ha i distributori guasti. Quindi entro in modalità ansiosa, per cui ogni persona che sale che vagamente assomigli ad un controllore mi mette uno stato di agitazione terribile. Non essendoci una tipologia fisiognomica di controllore dell’autobus, qualsiasi persona che salga sull’autobus mi fa sudare freddo. Decido di tirare fuori il libro e di mettermi a leggere, quindi. Solo che la lettura mi prende talmente tanto che non mi accorgo di avere passato la mia fermata. Me ne accorgo, fortunatamente, poco dopo. Scendo e mi trovo in un luogo che per me ha significati profondi. Un luogo legato ad uno degli ultimi momenti di armonia passati con la mia ex-ragazza (che suppongo ormai abbia dato le dimissioni – oltre che da ragazza del sottoscritto – anche dal genere Homo Sapiens). Un luogo magico. Un incrocio nella periferia occidentale di Bologna in cui io, lei e l’ormai mitico V. abbiamo rilevato il passaggio delle macchine, negli ultimi giorni di dicembre del 2002. Abbiamo rischiato il congelamento contando le macchine che passavano in quell’incrocio. Un lavoro di merda, se non si era capito.

La trasmissione in radio va bene, considerando l’orario. Nessuna telefonata in diretta, tre mail dalla stessa persona. Nella prima mi richiede un pezzo. Nella seconda me ne richiede un altro, che però non ho e non trovo. Nella terza mi dice “va bene lo stesso quello che hai messo, buonanotte”. E così mi sembra di fare l’ultima mezz’ora di trasmissione (dall’una e cinquanta alle due e venti) parlando al nulla.

Il 61, quando arriva, alle due e quaranta, è popolato da cinque individui, che scendono due fermate dopo quella in cui sono salito io. Faccio il viaggio da solo, leggendo con un occhio il libro, con l’altro stando attento a non scazzare la fermata, ché se scazzi la fermata del notturno rischi di ritrovarti nel centro di Casalecchio alle tre del mattino. E di rimanerci.
Scendo e percorro la solita strada. Sono a pezzi. La vetrina del negozio di Armani di via Farini è cambiata. I manichini sono seduti su delle specie di panchine sospese e hanno l’aria stanca anche loro. Per educazione, quando passo loro davanti, gli auguro la buonanotte.
Sono finalmente a casa. Stanco morto. Umanamente morto (la retorica, eh?).
Ma tanto io nei prossimi giorni mi trasformo in cartone animato.

Torna in cima