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Ricordo guanciale: post intimista-nostalgico. Diabetici, occhio.

Iniziamo da me. D’altro canto il post è intimista, no? Ero un bambino bravo, quando ero piccolo piccolo. Non rompevo le palle, non svegliavo mia madre ad ore assurde per la poppata, non strillavo troppo, mangiavo e non facevo capricci. E non combinavo troppi casini. “I problemi”, dice mia madre, “sono iniziati quando hai imparato a parlare”. Ma questo non c’entra.
Un giorno, però, ho fatto qualcosa tipicamente da bambino. Ero sul terrazzo della casa dove sono nato, al quinto piano. Non potevo vedere fuori perché l’orrenda “ringhiera” di cemento impediva a me nanerottolo la vista dell’orizzonte. Molto leopardiana, come cosa. In un cestino sul terrazzo c’erano delle arance. Io ne ho presa in mano una alla volta, appoggiandomele alla guancia, sentendone il freddo. Ogni volta che ognuna prendeva la temperatura del mio corpo, con il candore tipico dei bimbi, la buttavo giù, alla cieca. E ne prendevo un’altra.
Questo racconto mi è stato fatto da mia madre, ma, a differenza di altri episodi della mia vita di bimbo che non ricordavo direttamente, ha sempre avuto qualcosa in più, un non-so-che che mi penetrava fino in fondo. E adesso torniamo al presente.

Mi è sempre piaciuto guardare le fotografie, mie o di altri. E sentivo che c’era una fotografia, da qualche parte, che aveva a che fare con l’episodio che ho raccontato. Ripeto: lo sentivo mio, ma c’era qualcosa in più. Mi sembrava di ricordare il senso di liberazione che avevo nel lanciare della arance dal quinto piano, facendo qualcosa di assolutamente proibito, tra l’altro. Ho portato da casa dei miei degli album di foto. E ho trovato la foto in questione, che non metto qua, anche se l’ho subito passata allo scanner, per motivi di pudore (se proprio siete curiosissimi e mi scrivete, ve la mando, veramente). Mia madre è uscita, mi ha visto in questa posa buffa. Prima di fermarmi, è tornata a casa e ha fatto la foto. L’ho rivista, quindi, dopo tanto tempo. E mi sono reso conto che quello che ricordo nettamente è il freddo dell’arancia sulla guancia.

Sì. Questo è il mio primo ricordo in assoluto. Era l’aprile del 1980. Avevo un anno e dieci mesi. Ed ero biondo.

Di |2004-04-19T00:28:00+02:0019 Aprile 2004|Categorie: I Me Mine|Tag: , , , |10 Commenti

La rivolta degli oggetti – parte quarta

Avrei dovuto capirlo che non era giornata, da quando stamattina il cellulare ha rifiutato di accendersi, senza alcun motivo. Ho fatto la solita cosa inutile di togliere la pila e rimetterla, che ha molto più dello sciamanico che del sensato. Niente. Poi, senza dirmi nulla, si è acceso, ed è comparso un messaggio sul visore: “Paura, eh?”. Devo tenere il mio cellulare lontano dal televisore.
Faccio le mie cose, mi metto al portatile a scrivere. Si blocca. Control Alt Canc non funziona, quindi a mali estremi, estremi rimedi. Siccome l’usuale martello non c’è, lo spengo dal pulsantino. Toc. Zzzzzz. Spento. Lo guardo. Riaccendo. VVVvvvvvvv. Schermata nera.

“Vuoi avviarmi in modalità provvisoria, bel maschione?”
“Ma, veramente mi accontenterei del solito, caro.”

Niente. Non si vuole avviare. Metto venti euro nel cassettino del cd rom. Niente. Non ne vuole sapere. Il panico inizia ad impadronirsi di me. Mi tocca chiamare… l’assistenza. Ora, questo per me equivale ad una sconfitta. Vincono sempre loro.
Mi risponde una voce lentissima e depressa, da impiegata cinquantenne triste che inizia ad avere i sentori della menopausa. E la voce è registrata, non vi dico altro: le scelgono bene. Inizio a seguire le istruzioni del caso, digitando i numeri richiesti. Dopo avere collezionato una ventina di cifre sul display del mio telefono, finalmente mi risponde una voce. Una umana, dico.
“Pronto, sono Carmelo, mi dà un cognome?”
Penso che abbia problemi di identità, Carmelo, e inizio ad inventare un cognome che gli possa stare bene. Ma Carmelo X richiama la mia attenzione.
“Insomma, come si chiama?”
Do il mio cognome e lui mi dice dove abito, che numero di telefono ho, che scarpe porto in quel momento e anche qual è il mio cane di razza preferito. Però Carmelo non sa quale sia il numero di serie del mio portatile. E non lo so neanche io.
“Sta sotto il portatile”, suggerisce Carmelo Esposito. Dico a Carmelo Ming di attendere. Guardo sotto il computer. C’è un’etichetta con almeno sei serie di numeri diverse. Provo con la più difficile e la trascrivo. Torno da Carmelo Blissett.
“Non so se sia questa. Le detto una serie di trenta numeri e lettere”
“Inizia con ventotto?” chiede Carmelo.
“Veramente no”
“Allora non è quello”
Alla fine ce la faccio, e Carmelo mi identifica e mi dà anche dei numeri da giocare al lotto, ma solo sulla ruota di Aversa verso la metà del 2005. Non sto lì a dire che la ruota in questione non esiste e finalmente giungiamo al problema.
“Le posso dare prima soluzione”, dice Carmelo, “ma di più non posso dirle. Siccome suo computer non è più in garanzia, per sapere altro deve pagare venti euro. Ha carta di credito?”
Mi verrebbe da dirgli: “Ma Carmelo, santiddio, lo sai benissimo che ho una carta di credito, sai anche il numero di serie, sai dov’è il cassetto dove la tengo e anche il cognome da nubile di mia madre”. Invece mi accontento della prima soluzione, quella gratis. Che ovviamente non dà alcun esito. Richiamo. Carmelo è visibilmente soddisfatto, e me lo immagino tutto blu, con gli occhiali e delle ridicole mutandine bianche. “Te l’avevo detto, io. Dai, caccia il numero di carta di credito. So’ ventieuri, alla fine quanto ti costa una pizza? Dai, caccialo”.
E io glielo do. Carmelo impazzisce di gioia, mi dà tre soluzioni diverse al problema, ventilando, però, che potrebbe essere qualcosa di grave.
“Ma no”, dico io, toccando le palle ad un cavallo ben ferrato, salato e ornato di cornetti rossi che tengo sempre vicino a me in occasioni del genere. Niente. Neanche stavolta le soluzioni servono. Richiamo, e ormai penso che le mie telefonate siano passate al vivavoce e che intorno a Carmelo ci sia un party con i fiocchi. Ogni tanto, in effetti, quando mi parla, sembra che abbia la bocca piena di fonzies. Quando sento rumore di leccata di dita non ho dubbi: mi stanno prendendo per il culo e si sono già sputtanati i miei venti euro in chinotto e pop corn. Bastardi.
Dagli altri dati che Carmelo ha, il “tecnico” giunge ad una conclusione atroce.
“Qui è problemo di riformattamento disco.”
“Come?”
“Come si dice in italiano?”
“In italiano?”

E allora capisco che Carmelo proviene da un altro paese. Cosa ci faccia al centro di assistenza Sony (ma sì, diciamolo) del capoluogo lombardo è un mistero. Forse è un calciatore brasiliano in esubero al Milan, che ne so. Comunque la diagnosi di Carmelo è atroce. Perdita completa dei dati, dovuta a danneggiamento del disco rigido.
“Ma quanto mi costa? Cioè, quanto mi costerebbe rimetterlo a posto?”
Ladies and gentlemen: il climax di Carmelo! “Tra virgolette, con un punto di domanda, insomma, per il trasporto sono venti euro, la riparazione sono almeno duecento, più il pezzo…” Esita, lo stronzo. “Diciamo che sono duecento cinquanta trecento trecento cinquanta… Insomma, sui quattrocento euro”
Lo fermo, prima che alzi la posta, e scoppio in lacrime.
Torno in camera dal portatile. Mi avvicino e lo accarezzo. Provo ad accenderlo, recitando dei salmi in aramaico (imparato grazie al film sulle torture a Gesù). Tutto funziona. Miracolo (come nel film sul ritorno del Cristo vivente).
E compare una scritta sullo schermo: “Paura, eh?”.
E sento in lontananza il mio cellulare che ridacchia piano, nell’ombra.

Cats and cigarettes

Ho una confessione da farvi. I miei genitori non sanno che fumo. O meglio, non sanno che fumo sigarette. Cose strane, lo so, ma tant’è. Quindi, dopo il pranzopasquale, dopo il caffè, niente sigaretta. Guardo il mio fratello di parole (special guest per queste festività nel profondo nordest) che se la fuma, la sua, e muoio anche io dalla voglia di una sigaretta. Niente. Fino a che non mi accompagna in stazione, domenica. Nel sottopassaggio, finalmente, posso accendermene una. Salgo le scale e continuo a fare due chiacchiere con il fratello di parole che ha deciso di fermarsi con me fino a che non arriva il treno. Dopo un paio di minuti, qualcuno mi chiama.
“Francesco!”
Mi giro e non ci posso credere: è il medico di famiglia dei miei, nonché loro amico. Personaggio alquanto buffo e strano. Bravo, eh. Tanto bravo che non appena ho potuto ho cambiato medico.
“Uhm, ciao” faccio io.
“Eh, ma sei tu, non ti riconoscevo! Ho visto un fumatore…”
“Ahiacazz'” penso io: mi ha etichettato, è la fine. “Fumatore… Ogni tanto…”, tento di giustificarmi. E mi viene in mente di una delle ultime visite che mi ha fatto. Avrò avuto tredici-quattordici anni. Ausculta, batte, le solite cose. Poi mi guarda là, tutto a posto, ma mi chiede repentinamente: “Sesso? Dico, qualche pippetta?” (testuale). Io divento viola e dico “Nooooooooooo”, ma seriamente. E lui, trattenendo un sorrisino: “No, no, certo”. Tanto per dirvi che tipo bizzarro sia.
Scopro che faremo il viaggio fino a Mestre insieme. Io avrei voluto leggere, ma pazienza. Quando ci sediamo gli chiedo se può mantenere il segreto professionale, per modo di dire, sulla questione delle sigarette, onde evitare che precari equilibri familiari vengano mandati in fumo (ops). Lui acconsente e iniziamo a parlare. Mi dice, tra le altre cose, che:
1. è triste perché gli è morto il gatto, anzi, la gatta a cui la figlia ventenne è affezionatissima. “Non ha amici”, mi confessa. “Non aveva amici”, correggo io pensando si riferisca alla gatta defunta;
2. ha sepolto la gatta in giardino, mettendo delle viole come decorazione, in un punto in cui la figlia – in vacanza con la madre e ancora ignara della disgrazia – possa vedere la tomba dell’amato felino mentre studia. Poi ci pensa e dice: “Va a finire che questa guarda fuori dalla finestra, si intristisce e non studia un cazzo”. Io lo convinco a non chiamare il vicino per fargli disseppellire il cadavere;
3. deve andare in Sicilia, ma non ha preso l’aereo perché ha paura di attentati (era l’11 aprile): evito di dirgli che l’ultimo attentato è stato fatto in un treno, pensando che quel povero uomo ha davanti a sé un giorno intero di viaggio;
4. i genitori sbagliano tutto e sono troppo emotivi;
5. la nostra generazione è fottuta;
6. lui, però, ha problemi alla prostata, che lo faranno sicuramente andare in bagno molte volte di notte, disturbando i suoi compagni di vagone letto. “Dovevo portarmi il pappagallo di carta”, conclude. Io rido. Lui no. Penso a come può essere fatto un pappagallo di carta.
Finalmente arrivo a Mestre e lo saluto. Prima di scendere gli dico: “Oh, mi raccomando. Mantieni il segreto, eh”. “Quale segreto?” chiede lui. “Sul fatto che fumo”. “Ah, pensa, non me lo ricordavo già più. Vedi, io con il segreto professionale non ho problemi, sono un ottimo medico: infatti non mi ricordo un cazzo”.

Trippin' (Back Home)

Quando torno nel piccolo posto nordorientale che ha visto le mie origini, una delle (poche) cose belle è vedere i miei amici. Passo una bella prima parte di serata parlando con M. ed S. di amicizia, sesso, politica, transumanza e amore (non in quest’ordine – e per quanto riguarda la transumanza: ognuno ha i suoi hobby). Poi S. se ne va, e vado a bermi l’ultimo bicchiere (citazione dotta) con M. Parliamo tranquillamente e piacevolmente solo di donne (ora capite che M. è maschio e S. è femmina, vero?) quando arrivano tre amici di M., completamente ubriachi. Si siedono al tavolo con noi, e uno, il più molesto di tutti, prende di mira me. Mi trovo per un quarto d’ora in una brutta esperienza da LSD. Tento di riportare il dialogo così com’è stato.
“Non sei di qua”, approccia lui.
“No, ma sono nato qua. Vivo a Bologna da anni…”
Come per magia, quando si nomina Bologna…
“E figa, ce n’è?”
Che palle. “Mah, ci sono molte ragazze carine”, abbozzo.
“E bevono?”
Rimango interdetto.
“Dico: i muli lassù (sic) bevono?”, precisa.
“Beh, beviamo, sì, andiamo fuori a bere.”
“Sì, ma i bolognesi bevono?”
Mi sembra di parlare con un agente dell’ISTAT.
“Io di bolognesi ne conosco pochi, a dire il vero”, rispondo, mentendo in parte. E c’è un attimo di pausa.
“Francesco, eh?” riapproccia lui.
“Mm.”
“Come DJ Francesco. Ti piace DJ Francesco?”
“Veramente no”, faccio io. Lui alza il pollice.
“E che musica ascolti?”
Ora, io, ad una domanda del genere non so mai cosa rispondere. Come quando mi chiedono quale sia il mio regista preferito. Preferirei mi chiedessero di colori preferiti, o se mi piace la pizza. Faccio il vago mugolando. A quel punto lui mi chiede in successione se mi piacciono: i Radiohead (sì), i Rage Against the Machine (sì), Ambra Angiolini (dico sì e lui alza il pollice), Guccini (no), De Gregori (qualcosa), De Andrè (“Lo conosco poco, dico io”: il pollice si abbassa), i Metallica (sì), i Ramones (sì), i Blink 182 (no, e il pollice si rialza).
“Io gli voglio bene, a Francesco. Quanti anni hai?”
“Ventisei”, dico io arrossendo, emozionato per l’amor appena suscitato.
“Trentasei?” dice l’altro amico ubriaco al mio fianco.
“Ventisei”, dico io. E lui continua a raffica, come il compare di prima, chiedendomi se mi piacciono alcuni dei suoi amici (di cui io ignoro l’esistenza), chiamandoli per soprannome.
Il mio amico, nel frattempo, parla di jazz con il terzo ubriaco.

Rivoglio Tette, Torri e Tortellini. Subito.

Dead Man Working

Oggi sono andato a fare un colloquio di lavoro per un piccolo quotidiano di Bologna.
Quando uno legge quelle guide stupide su come compilare i curricula e comportarsi durante le interviste, ci sono due consigli che vengono ripetuti sempre. Il primo è di ricordarsi bene con chi si ha il colloquio, e quindi avere bene in mente il suo nome e la sua posizione. Il secondo è quello di essere puntuali.
Arrivo alla sede del giornale con quindici minuti di ritardo e un panico mnemonico assoluto. Non solo non mi ricordo chi è la persona con la quale devo parlare, ma non ho la più pallida idea del suo nome. Evito di prendere fuori il giornale e consultarlo davanti alla segretaria come fosse un elenco: mi presento e dico che ho un appuntamento con il caporedattore. La ragazza fa una faccia perplessa, poi si dilegua.
“Lei ha un appuntamento con il direttore“, dice. Ed evita di fare commenti sul mio ritardo.
L’ufficio del direttore del piccolo quotidiano bolonnaise è spoglio da morire. Sopra di lui c’è soltanto una frase di Kierkegaard che dice: “Ormai la nave è in mano al cuoco di bordo e ciò che egli trasmette dal megafono del comandante non è più la rotta da seguire ma la lista di ciò che mangeremo domani”. Del significato della frase colgo solo il senso culinario.
Sentendo parlare il direttore mi rendo conto del perché non mi ricordo che era stato lui a telefonarmi e che non avevo idea di quale fosse il suo nome: quando parla quest’uomo non si capisce nulla. Del discorso serratissimo e universalista che mi ha fatto ho solo colto due volte la parola “pugnetta”; una volta “Cofferati”; sei volte “soccia” e derivati; due volte “cazzo” (pronunciato, ovviamente, “casso”); una volta e mezza “merda” (la mezza volta è da intendersi come “meer”).
“Le ho portato un curriculum”, gli dico. Lo poggio sul tavolo, lui non lo guarda, ci mette la mano sopra e mi rendo conto che l’apprendimento per osmosi esiste, ma è imperfetto. Infatti mi fa le domande le cui risposte sono nel curriculum, e me le pone nell’ordine esatto in cui i dati sono elencati. Inizia con “Quanti anni hai?” e finisce con “Ma il computer lo sai usare?”.
Ancora, però, non mi ha detto che vuole da me, almeno credo. Glielo chiedo direttamente. Intuisco che hanno bisogno, fondamentalmente, di un tappabuchi nella cronaca bianca, nei mesi estivi. E io lo farei pure, il tappabuchi della bianca con i cinquanta gradi all’ombra della Bologna d’estate. Ma quanto mi darebbe, il direttore del piccolo quotidiano, e quanto dovrei lavorare?
La risposta che mi dà si traduce nel mio cervello in una cifra: tre euro l’ora. Netti, eh.
“Mi faccio sentire”, dico io.

Nota: non sono così preoccupato per la mia disoccupazione. Sapete, sono iscritto a tantissimi siti che offrono lavoro e mi mandano e-mail che iniziano con frasi come “Ottime notizie, Francesco: abbiamo le seguenti offerte per te”. L’ultima e-mail del genere mi offriva un posto come arredatore.

Altra nota: sì, sono un po’ negativo, oggi. Ma, d’altro canto, oggi pomeriggio ho visto questo.

Radio Friendly (Unit Shifter)

In quanti ricorderanno Kurt Cobain e soci, oggi? Molti, moltissimi. Io ho la fortuna di poterlo fare in radio, stanotte, dalle 0050 in poi. Non tanto critica musicale e sociale, quanto canzoni e ascoltatori che mi chiamano allo 051 6428081 e mi scrivono (monolocane@yahoo.it) e mi parlano dei Nirvana e di quello che hanno rappresentato per loro.
Una puntata speciale di Monolocane con la camicia a quadri.
E in più in diretta telefonica loro.
L’orario è infame, ma so che potete farcela, dai. Siateci, se siete a Bologna sui 96.250 o 94.700 Mhz. Se siete in qualsiasi altro posto in streaming.
(E da domani questo torna un blog, e la smette di essere uno spazio pubblicitario!)

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Di |2004-04-05T10:28:00+02:005 Aprile 2004|Categorie: I Am The Walrus|13 Commenti

Referrers – Gente che cerca altro – 3

Dagli stessi produttori di Neighbours, in associazione con Google, Virgilio, Yahoo! e Shinystat
3. “perversione assorbenti”

Quando si erano conosciuti, alla fine dell’università, erano andati subito a letto insieme. E avevano continuato a farlo con ritmi da coniglio, non imitando però le simpatiche abitudini dei roditori. Si erano sposati da dieci anni, ma non avevano figli, e non ne volevano avere. Volevano solo stare insieme e fare sesso. Il sesso: la vera base del loro rapporto. Erano come posseduti, quando si possedevano. Compenetrati quando si compenetravano. Insomma, tutto bene. Dopo un po’, però, capirono che dovevano fare qualcosa di più che fare l’amore. Iniziarono con del blando sado maso, per poi passare allo scatting, whipping, spanking, pissing, bondaging, tickling, lactating, vomiting, shitting, filming, fisting, licking, dancing, camping. Ogni nuova pratica sessuale era fonte di gioia, ogni gioco erotico acquistato era motivo di meraviglia. Ogni tanto uscivano, ma raramente. Non si stufavano mai l’uno dell’altra.
Arrivò anche il momento dello scambio di coppia, con le varianti lesbo, bi, gay, day by day (nel senso che la cosa era ormai quotidiana). Da un po’, strano a dirsi, si erano stancati. Continuavano a piacersi, ma…
Quel giorno lui le mise le mani sul sedere, e lei disse: “Oggi no”. Lui capì, e le fece intendere, accendendo dei riflettori e posizionando la videocamera ad altezza cintola, che c’era comunque sempre una soluzione. Lei, per tutta risposta, stracciò la mascherina da donna gatto che metteva quando si riprendevano durante gli atti.
Era finita? La loro storia, la loro passione, i gemiti. “Anche il matrimonio, in effetti”, pensò lui guardandosi l’anulare.
Ma forse c’era ancora una speranza. La rete, fonte di incontri clandestini, di club di incontri, di clan esibiti ed esibizionisti. Fonte di tini, anche.
Digitò due parole.

Qualche giorno dopo, nonostante sua moglie si strofinasse su di lui vestita solo con del filo interdentale, e lo stereo lanciasse a tutto volume la compilation “Sex-O-Rama”, lui non reagiva. Era davanti al computer, alle prese con il suo nuovo template.

Di |2004-03-31T16:51:51+02:0031 Marzo 2004|Categorie: I've Just Seen A Face|Tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , |Commenti disabilitati su Referrers – Gente che cerca altro – 3

Enlarge your cigarette, ovvero: come usare lo spam per vivere meglio

Non capisco tutto questo accanimento nei confronti della posta spazzatura. Io, povero me, di solito la cancellavo senza leggerla, stufo di avere complessi riguardo alla grandezza del mio pene. Ma l’altro giorno sono andato dal medico e, mentre aspettavo il mio turno, stanco di sfogliare numeri di “Gente” e “L’espresso” della fine degli anni novanta, ho letto un opuscolo della Bayer sulle disfunzioni erettili. Questi porci della Bayer: quasi tutti i medici dicono che i problemi di erezione derivano soprattutto da cause psicologiche, loro invece dicono che la principale causa è di origini fisiologiche. E per forza: fino a che non ci sarà lo psicoterapeuta solubile… Comunque: faccio il test finale e scopro di non essere impotente per pochissimo, uno o due punti. Non per giustificarmi, se lo dice la Bayer sono semi-impotente, ma devo parlarvi brevemente del test. Sei domande con cinque possibili risposte per ciascuna. Ogni risposta aveva un punteggio da uno a cinque, e per non essere considerati impotenti, bisogna fare almeno 25. Basta non avere avuto una serie ininterrotta di prestazioni da urlo (vedi sotto) perché quelli della Bayer ti dicano che insomma, proprio uomo uomo uomo non sei. ‘Sti criminali della psiche.

Torno a casa e, un po’ preoccupato, inizio a guardare lo spam che mi arriva giornalmente, vedendo cosa posso fare per il mio ormai evidente problema. La prima mail che mi arriva recita testualmente: “Francesco, start smoking today!”. “Già lo faccio”, dico io accendendomi una sigaretta e non pensando ai problemi di erezione che il fumo può dare.
Altra mail:“Make her scream tonight”. Un vademecum per serial killer? Ma no, soltanto creme e pillole per farle avere orgasmi di continuo per tutto il fine settimana. Vi rendete conto? Roba da infarto. Appunto. Penso che quelli della Bayer hanno lanciato con successo la cardioaspirina e passo ad un’altra mail, senza creare teorie del complotto e dietrologie varie.
Di nuovo mi vengono offerte delle sigarette, ma stavolta le immagini che sono presenti nella mail sono inquietanti. Una donna che ride contenta, non dissimile alla donnina che rideva contenta dopo che il suo uomo aveva preso la pillola dell’amore. Anche se penso che il suo viso tirato, dati gli orgasmi continui, potesse anche essere un sintomo evidente di principio di ictus.

E poi la beffa: ma come, io vado dal medico per la mia allergia, e mi arriva subito dopo una mail con su scritto “Tutto per le tue allergie”, corredata dell’immagine qui a fianco. E io che ho sempre preso dei banali antistaminici. Volete mettere prendere un Xanax e, oltre ai suoi piacevoli effetti, non avere problemi di riniti e congiuntiviti stagionali? O magari posso prendere un bel SuperViagra. In questo modo il mio fine settimana di sesso ipotetico sarà meraviglioso: non dovrò neanche interrompermi per starnutire. Solo orgasmi. E basta. Manco un po’ di televisione e due coccole. Niente. Non si mangia neanche. Solo una sigaretta, tra un amplesso e l’altro, come da copione.
“Eh già”, dice lei. “E il mio cane? Chi lo nutre mentre mi fai avere orgasmi illimitati?”
Ci pensa lo spam.

Mi arriva un ultima mail: è una richiesta disperata, che non traduco per motivi di pudore. “i have this pain at the bottom of my stomach that I usuall get when I go more than a couple of weeks without a being fucked by a big dick”. Povera fanciulla, penso io. Il mal di stomaco è un male comune, diffuso e spesso incurabile, quello sì di origine nervosa. Per fortuna che c’è lo spam che pensa ai bisogni veri della gente. Altro che Bayer.

Di |2004-03-26T16:55:32+01:0026 Marzo 2004|Categorie: Doctor Robert, Please Mr Postman|Tag: , , , , , , , |Commenti disabilitati su Enlarge your cigarette, ovvero: come usare lo spam per vivere meglio

L'invasione degli ultracorpi e il cane di Pavlov

“Mi sono perso un film, proprio in un cinema: due file avanti a me c’eri tu” (Paolo Conte, “Un fachiro al cinema”)

Quando penso alla mia storia con M., mi viene spesso in mente l’inizio, il vero principio di tutto. Non “come potrebbero essere andate le cose, se”. Io i “se” di questo tipo li odio. E in questo periodo ci penso spesso, perché doveva essere marzo, o giù di lì. Quattro anni fa, credo.
Un cinema pieno, il Lumière, cinema d’essai di Bologna. Io e il mio amico entriamo nella sala, ma è tutto pieno, pochissimi posti sparsi qua e là. Non possiamo vederci il film insieme, troppa gente. Quindi ognuno per la sua strada. Vedo un posto e mi siedo. Alla mia destra c’è lei: rimango fulminato dalla sua bellezza, letteralmente. Iniziamo a chiacchierare del più e del meno, facciamo battute sull’introduzione al film che tiene un professore dell’università, poi si spengono le luci, e inizia il film. Non l’ho visto molto, quel film, perché mi sono girato spesso a guardarla, illuminata dal chiarore dello schermo.
Alla fine del film, ho sentito una voce che diceva piano: “Posso dirti una cosa? Sei bellissima”. La voce era la mia, ovviamente. L’ho capito perché lei stava guardando me, mentre arrossiva vistosamente, diventando ancora più bella. Me ne sono andato.
Non ho mai più detto di getto una cosa del genere ad una donna, né in un cinema, né in un altro posto. E non vedo l’ora di ridirlo, e di dimenticarmi di quando e a chi l’ho detta.

“La cosa importante non è la caduta, ma l’atterraggio” (L’odio, di Mathieu Kassovitz)

Della caduta non mi sono accorto, dell’atterraggio sì. I pezzi sparsi in giro, ovunque, ma per fortuna integri. Una lenta e faticosa raccolta, per poi rimetterli insieme. Ho pensato che quello che mi ha fatto poi è stato tremendamente e crudelmente umano, ma si sa che noi umani siamo capaci delle più crudeli, razionali efferatezze. E il film che ha fatto iniziare tutto era L’invasione degli ultracorpi. Segnale evidente, ma non ci ho fatto caso all’epoca.
Penso di essermi ripreso, dopo un anno, dopo vari scherzi del destino. L’indifferenza a cacciare via l’odio, sentimento intenso e faticoso quanto l’amore, se vero e sentito. Forse è così, ma forse no.
Perché stamattina ho sentito una campanella risuonare lontano, appena distinguibile, e ho salivato sangue, anche se M. non c’entra nulla, visto che non la vedo e non la sento più.  Segno, però, che le ferite sono ancora aperte, anche se colei che le ha prodotte è tornata, se dio vuole, al suo pianeta. Speriamo che il suo atterraggio sia stato disastroso, e che il motore sia guasto, e non possa tornare. In nessuna forma.

Di |2004-03-24T20:23:00+01:0024 Marzo 2004|Categorie: I Me Mine|Tag: , , , , , |Commenti disabilitati su L'invasione degli ultracorpi e il cane di Pavlov
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