I’m Happy Just To Dance With You

I do know why

Quando li ho sentiti nominare per la prima volta, intorno a marzo di quest’anno, mi chiedevo che razza di nome fosse Fleet Foxes. Appena ho sentito il loro primo ep, Sun Giant, me ne sono sbattuto dell’onomastica e ho iniziato ad ascoltare a ripetizione le loro canzoni (secondo Last.fm sono la band che ho ascoltato di più, dopo Beatles e Nine Inch Nails, il che per me è un po’ come dire che è la cosa che ho fatto più frequentemente nella vita oltre mangiare e dormire). A Maps quell’ep è diventato il disco di una settimana corta: cinque pezzi, ci stava benissimo. Ma ho sempre avuto la sensazione che, forse, avevo in qualche modo sacrificato il loro talento. Sensazione confermata quando, poco dopo, ho avuto modo di ascoltare tutto il disco. Quando è stato eletto disco del mese da Mojo ero contento come se fosse stato il mio lavoro ad essere stato scelto. Insomma, miei piccoli lettori, amore allo stato puro.

RobinPotevo quindi perdermi la data di ieri a Milano? No, non potevo. E sapevo anche che sarebbe stato un concerto eccezionale, che avrei avuto i lucciconi per tutto il tempo, che le loro armonie vocali sarebbero state scintillanti dal vivo come su disco. Quello che non sapevo è che, alla fine del concerto (con un preambolo durante il concerto) avrei scoperto che condivido con un membro della band una passione in comune, quella per Dario Argento, e che questo ci avrebbe fatto chiacchierare fitti fitti (sebbene per una decina di minuti) e scambiarci le mail, per continuare a distanza il discorso.

Insomma, ci sono serate perfette, dal viaggio in macchina con una delle mie band preferite, fino agli ultimi saluti: so il perché.

Fleet Foxes live@Magazzini Generali – Set fotografico

Il vecchio e il nuovo

Per chi, come me, è arrivato a Bologna a metà degli anni ’90, i Massimo Volume sono stati una presenza costante, voluta o meno. Io credo anche di essere andato ad un loro concerto, probabilmente intorno al 2000, o anche prima, nella vecchia sede del Teatro Polivalente Occupato, quando stava in via Irnerio. Poi per lungo tempo, non ho ascoltato, se non sporadicamente, i Massimo Volume.

PaoloMolti mi hanno parlato, negli ultimi anni, dei Franklin Delano: devo avere ascoltato qualche loro canzone, ma non li ho mai visti dal vivo. Poi, quest’estate, chi ha registrato il “loro” nuovo disco, mi ha detto: “Il nuovo progetto dei Franklin Delano è davvero bello.” Un paio di mesi dopo è arrivato un promo in radio, firmato Blake/e/e/e, intitolato Border Radio. Amore al primo ascolto.

Blake/e/e/e e Massimo Volume sono stati protagonisti del concerto di venerdì scorso all’Estragon, i primi come band di spalla dei secondi, che si sono sciolti nel 2002 e adesso si sono riformati. Sono due band diverse, davvero molto diverse: i Blake/e/e/e lavorano sulle suggestioni della musica, usano tanti strumenti, dal banjo alla chitarra, dalla steel drum alle percussioni. Quando li ho ospitati in Maps hanno detto che il loro disco è decisamente sifone-friendly*, ed è vero. Ma è un disco che affascina, intriga. È un lavoro in cui ogni canzone suona nuova e sorprendente, che mischia suoni e tendenze diverse tra loro, che richiama i modi tonali orientali senza sembrare ruffiano, che usa accorgimenti della musica indiana senza che ti venga da dire “E basta con ‘sti fricchettoni”. E tutte queste promesse sono mantenute dai Blake/e/e/e anche dal vivo: mezz’ora ipnotica e bellissima, che ha attirato e fatto ululare anche molto del pubblico che venerdì era all’Estragon solo per i Massimo Volume.

Mimì closing eyesI Massimo Volume, invece, spostano il peso del corpo tra le bellissime parole di Clementi e le musiche dei validi elementi che hanno fatto parte della band negli anni. L’aggiunta di questa reunion è quella di Stefano Pilia, uno che conosco da anni, e che ho visto suonare numerose volte, ma di cui non avevo mai veramente intuito lo spirito rock da animale da palco (espressione logora e abusata? Guardatelo dal vivo e poi ne riparliamo). Perfetti Egle Sommacal e Vittoria Burattini, scatenato Pilia, come dicevo, e Clementi che ci crede. Ecco, forse, il segreto. Crederci, veramente e in maniera assoluta. Ma credere a quello che si dice, che si canta e si suona, senza pensare ad altro. La scommessa era quella di vedere, dopo le tonnellate di riff, rullate e altro che ci siamo sorbiti dal 2002 ad oggi, se la musica dei Massimo Volume fosse ancora valida. Lo è. L’altra scommessa era verificare se le parole di Clementi, le sue visioni urbane dei sentimenti, colpissero ancora. Vinta anche questa.

Il risultato è che il concerto di venerdì è stato non solo uno dei più belli, ma soprattutto uno dei più sinceri che abbia mai visto. E credetemi che di sincerità, nel mondo della musica come in altri, non ce n’è mai abbastanza.

Blake/e/e/e live@Estragon: set fotografico
Massimo Volume live@Estragon: set fotografico

Anch'io accecato (dalla luce)

From the screenIl sospetto deve venire: perché tutti (tutti: fan, appassionati, gente capitata lì per caso, uomini, donne, bambini) ti dicono che assistere a un concerto di Springsteen è un’esperienza che va oltre il concerto, avvicinandosi a qualcos’altro di più totale e magnifico?
Eppure sono andato a Milano, ieri, cercando di non avere aspettative, di non pensare all’amico Morozzi e alle migliaia di persone nel mondo che, come lui, investono immani quantità di tempo e soldi per seguire il Boss in tutte o quasi le tappe dei tour europei. Non ho pensato al mito, ai dischi, alle immagini che lo ritraggono. Sono entrato a San Siro cercando – più che altro – di non svenire per il caldo. Poi ho visto quante persone c’erano e ho vacillato.

Alle otto e cinquanta di ieri sera è successo qualcosa: Bruce Springsteen e la E Street Band sono saliti sul palco dello Stadio Mezza di Milano, hanno suonato una cover (“Summertime Blues” di Eddie Cochran, per la cronaca) e si è aperto un squarcio temporale che è durato tre ore esatte, praticamente senza pause. Senza. Pause.
Part of the audience (a very little part)Oggi mi è arrivata una mail da un ascoltatore che sapeva sarei andato al concerto, che mi chiedeva con che parole avrei descritto in onda la serata di ieri. Figuratevi qua, che posso fare, mettendo passo dopo passo le parole nero su bianco…
È stato incredibile. Non ho mai visto nessuno, e dico nessuno, spendersi sul palco in quel modo, essere disponibile col pubblico, prendere richieste, stravolgere scalette per essere vicino alla folla che è venuta apposta per vedere e sentire lui e la sua band. Ma soprattutto – e qui sta il segreto, miei piccoli lettori – non ho mai visto nessuno divertirsi così sul palco.
Eravamo 65000, ieri. Anche secondo la Questura (il Boss unisce gli animi e i conteggi). E abbiamo letteralmente vibrato a tempo. Avete mai visto 130000 braccia agitarsi in sincronia? Avete mai sentito come 65000 persone cantano “Born to Run”? Avete mai visto un sessantenne buttarsi per terra, urlare, suonare, incitare pubblico e band per centottanta minuti, risultando sempre sincero e credibile? Avete mai visto lo stesso sessantenne finire il concerto, uscire di nuovo, prendere una tinozza e una spugna, bagnare tutte le prime file del pubblico, risalire sul palco e fare un bis di otto canzoni, finendo con “Twist and Shout”?
Io, fino a ieri, no.

The BossNon è stato un concerto, è stato decisamente qualcosa di più. Tanto che vorrei comprarmi una Smemoranda apposta per segnare la data di ieri. E basta.
Mi unisco agli accecati. E anche io vi dico, o voi che non siete mai andati ad un concerto di Springsteen: andateci. Andateci. Non vi pentirete assolutamente, perché, una volta tanto, “quello che si dice” è vero, ma in più c’è la musica.

Bruce Springsteen and the E Street Band – Milano 25.06.08. Tracklist: Summertime Blues (cover) – Out In The Street – Radio Nowhere – Prove It All Night – The Promised Land – Spirit In The Night – None But The Brave – Hungry Heart [Tour Premiere] – Candy’s Room – Darkness On The Edge Of Town – Darlington County – Because The Night – She’s The One – Livin’ In The Future – Mary’s Place – I’m On Fire – Racing In The Street – The Rising – Last To Die – Long Walk Home – Badlands
Girls In Their Summer Clothes – Detroit Medley – Born To Run – Rosalita – Bobby Jean – Dancing In The Dark – American Land – Twist And Shout (cover) [Tour Premiere]

Ancora non ci credete? Toh, allora, vedere per credere. Due pezzi minori, “Because the Night” e “I’m on Fire”, freschi freschi da ieri…

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=KCrNcGlLgI4&hl=it]
[youtube http://www.youtube.com/watch?v=f46DmRxGNco&hl=it]

Note a margine

“Mangino cavallette”. Concordo con il senso di disagio provato da Emmebi: che uno dei punti salienti del vertice FAO sulla fame nel mondo sia un cenone, fa un po’ specie. Ma non è tutto: quando si è aperto il summit, Repubblica.it ha pubblica un articolo in cui la FAO dice che è questione di tempo, ma che alla fine mangeremo insetti. “Buoni e saporiti, forniscono un elevato apporto nutriente”. Il problema rimane la mancanza di contorno.

Todt Cab for Cutie. Il nuovo disco dei Death Cab for Cutie si intitola Narrow Stairs, ed è uscito ufficialmente qualche settimana fa. Come accade da un bel po’ di tempo, il disco è finito nelle reti peer-to-peer alla fine di aprile. Stesso titolo, stesse canzoni, tag a posto. Solo che era il disco dei tedeschi Velveteen, molto simile come suoni e arrangiamenti, in realtà, a quello della band americana. Il punto è che una giornalista di “Rumore” ha fatto del disco dei Death Cab for Cutie il disco del mese… recensendo quello finto. Con un certo entusiasmo, anche. Apriti cielo: il dibattito si sviluppa sul blog di Inkiostro e ne parleremo domani a Maps. My two cents? Questo evento è sintomatico, terribilmente sintomatico del mondo musicale di oggi e della critica (spesso improvvisata) che gli ruota attorno. Trovare colpevoli e metterli alla gogna, però, è inutile e banale.

Volevo chiedere… Petunio ha incontrato lo Sbagliatore Professionale di Domande, cioè quella persona che interviene in un dibattito pubblico, spesso culturale come una presentazione di libro o di film, e fa delle domande inappropriate. Quando va bene. Infatti, alla fine dello scorso mese ho presentato un libro. Al momento delle domande una signora bizzarra ma intelligente (o viceversa) ha preso la parola, iniziato un preambolo lunghissimo, risposto al telefono che le suonava nella borsetta da qualche minuto, parlato un po’ alla cornetta, chiuso la chiamata e… “Ripreso la domanda”, direte voi, miei piccoli lettori. No. Ha ripreso il preambolo.

“Ho forgiato un amuleto che ti renderà invincibile…” A Seconda Visione era venuto ospite uno dei suoi attori, e conosco il blog di uno dei suoi autori. La curiosità per The Iron Pagoda, il primo film wuxiapian italiano, o foss’anche bolonnaise, è cresciuta a dismisura. Un film da non perdere, fidatevi: qua tutte le notizie e i modi per scaricarlo o vederlo direttamente.

"Noi siamo le esplosioni nel cielo"

So Long, Lonesome

Gli Explosions in the Sky fanno dischi che tu metti nel lettore mp3, o nello stereo, premi play, e ti fai gli affari tuoi. E poi, ad un certo punto, ti fermi immobile ad ascoltare, interrompendo qualsiasi cosa tu stia facendo, senza che abbiano detto una parola.
Gli Explosions in the Sky fanno concerti, come quello di ieri all’Estragon, in cui iniziano piano, e tu sei con loro, teso a percepire ogni più lieve nota, e poi ti portano su, su, su, fino (ad esplodere) nel cielo.

Non so quanto sia ampio il cielo del Texas da cui viene la band, ma so che i quattro sfruttano ogni possibilità dinamica dei loro strumenti, che diventano piccole gocce di pioggia o squassanti tuoni, dal pianissimo al fortissimo, gradualmente o all’improvviso.
E gli Explosions in the Sky emozionano come ogni fenomeno naturale che ci si mostra con possenza e come ogni manifestazione della delicatezza.

“Buonasera a tutti, grazie di essere venuti”, ha detto uno di loro in italiano. “Noi siamo le esplosioni nel cielo, e questa sera ci metteremo il cuore.”
Ed è iniziato uno dei concerti più belli a cui abbia mai assistito.

P.S. Scaricatevi qua il loro album The Rescue, gratuitamente, se avete problemi di coscienza.
P.P.S. Se la mia settimana di concerti ininterrotti inizia così… Tra poco Vampire Weekend, domani Why?, giovedì Cesare Basile, venerdì Spiritualized, sabato Campbell&Lanegan, lunedì Malkmus & the Jicks…

My N.Y.C. from A to Z – 3

Ristoranti. L’ostello dell’anno scorso aveva una cucina, quello di quest’anno era attrezzatissimo per la colazione, ma per il resto non andava oltre il microonde. Quindi mi sono buttato nell’enorme panorama culinario nuiorchese. Ho mangiato giapponese (e dei giapponesi pazzi al tavolo a fianco mi hanno obbligato a finire una damigiana di sakè), etiope (favoloso, ma anche qui torna la battuta di Harry ti presento Sally – che non ricordavo: “Andiamo a mangiare etiope? Ci daranno dei piatti vuoti, finiremo presto”), italiano (oh sì, in un posto talmente fantastico che linko: si chiama Bread), messicano (solo delle empanadas, a dire il vero). E poi in milioni di altri posti a caso, per strada, in giro. E’ divertente solo scegliere dove e cosa mangiare.

Singer. Era un concerto non previsto, ma non ero mai stato alla Knitting Factory. La serata è iniziata male, con un certo Daniel Higgs che ha letteralmente salmodiato per mezz’ora sull’amore, facendosi accompagnare da uno scacciapensieri e da uno strumento a corde poggiato sul grembo, che pizzicava con noncuranza. Se avessi saputo che presentava un disco chiamato Metempsychotic Melodies… Poi per fortuna sono arrivati i Cloudland Canyon, robusti ed eterei al tempo stesso, su Kranky Records. E infine, Singer. Semplicemente fantastici: tra il math rock e il be bop, precisi come macchine, perfetti per suoni e armonie: uno dei concerti più belli visti quest’anno. Compratevi il loro disco Unhistories, in attesa di vederli in Italia in autunno. Meravigliosi!

Trains. La metropolitana di New York è enorme, rumorosa, incasinata: ma costa pochissimo ed è un modo meraviglioso per scorrazzare da una parte all’altra della città. Piena di ratti, di musicisti spesso bravissimi, di persone che sbraitano, si lamentano, ti parlano del loro amore e odio per NY. “Dobbiamo andare uptown o downtown?” “Dov’è la fermata giusta?” E poi nel fine settimana, per lavori o altro, et voilà, saltano fermate, cambiano le linee, ti trovi ad aspettare l’A Train alla fermata della linea 3 e invece arriva il Q. Ma prima o poi si arriva, e la voce registrata che dice prima di ogni partenza “Stay clear from the closing doors, please”, diventa una specie di bordone per tutta la giornata.

Union Square. Tra una cosa e l’altra è stato il posto da cui sono passato di più, la fermata della metropolitana di riferimento (non quella più vicina all’ostello), il luogo in cui mi sono incontrato con altri, in cui mi sono seduto, riposato. Il luogo dove ho comprato dischi e visto che i mercatini biologici ci sono anche a NYC, non solo a Princeton (vedi post precedente). A Union Square ho iniziato un giro bellissimo di mercatini dell’usato, che in realtà, secondo Time Out, sarebbe dovuto finire là. A Union Square, l’anno scorso, non ero neanche passato.

Village. East, West, Greenwich, andate dove vi pare, ma è ancora adesso il luogo in cui è più facile divertirsi a New York. Certo, Williamsburg è più hype, il So.Bo. (South Bronx) sta diventando cool, le case di Astoria iniziano ad essere bellissime. Ma quando non si sa cosa fare, nel giro di una quindicina di isolati c’è tutto. Dalla trappola per turisti al Cake Shop, dai take away thailandesi di St. Mark’s Place al ristorante etiope dove sono stato, dall’ormai sputtanatissimo Cafè Wha? a deliziosi locali con i tavoli fatti di lavagna. E il gessetto per scriverci e disegnarci sopra è omaggio.

Whitney Museum of American Art. Perso l’anno scorso, recuperato quest’anno. Il Whitney raccoglie una collezione permanente pregevole, ma a New York è noto soprattutto per la biennale di arte contemporanea. Non so, sarà stato che di vedere enormi tavole grigie o nere e pensare ad altro oltre “Non era una buona giornata per chi le ha dipinte”, e cose del genere, non ne posso più. Sarà stato che ero stanco e avevo mal di testa. Ma insomma, ho dato un calcetto ad un’opera. Ed è caduto un cartello-che-faceva-parte-dell’opera-stessa. Con perfetto aplomb ho detto “sorry” e ho rimesso il cartello (pesantissimo, di legno) a posto. Avrò mutato la volontà artistica dell’opera? Sarà, ma l’unica reazione che ho sentito è stata una risatina. Liberatorina.

X. Di incognite, in questo viaggio, non ce ne sono state. A parte il misterioso ospite del bizzarro ostello dov’eravamo alloggiati. La prima volta che lo vediamo, pensiamo: è un disgraziato che non ha casa e sta qua, curando la sua innocua follia. La seconda volta iniziamo a parlarci e sembra a posto. Ma cosa sono quei calcoli che fa sempre sul tavolo della stanza comune? La terza volta scopriamo (vedi “American Dream Hostel”) che conosce mezza università dell’Oregon, e ci sono dei testimoni al tavolo con noi. Poi ci dice che è stato un matematico a Heisenberg, nel frattempo ci segnala il Terra Blues, e dice che sa il danese, perché ha vissuto in Danimarca. E che vorrebbe comprarsi una casa nel Chianti. Non so se ti rivedrò mai, L.C., ma mi hai segnato. E una delle cose che mi mancano di più sono i tuoi “Oook, oook, aaalright.”

Yuppi! Cos’altro si dovrebbe dire quando si sale sull’enorme ruota panoramica del Luna Park di Coney Island? L’anno scorso il parco era deserto, struggente. Quest’anno vedeva i suoi primi visitatori, ed è stato magnifico comunque. Coney Island è magnifica. Non diresti mai di essere a New York, eppure con mezz’ora di metro ritorni a Manhattan, più o meno. Ah, se volete fare anche voi il giretto sulla ruota, cliccate qua.

Zoo. Concludo questo abbecedario con una delle prime cose fatte a New York quest’anno. Visitare lo zoo di Central Park. Sì, lo so, gli animali dovrebbero stare liberi, scorrazzare felici nella natura. E’ vero. Ma lo zoo di Central Park è bellissimo lo stesso. La parte dedicata alla foresta pluviale è una struttura enorme e umidissima in cui uccelli tropicali ti svolazzano letteralmente tra i piedi, per dire. Se no, come avrei fatto a fare una foto come questa? E poi ci sono i pinguini: ecco, concludo quest’ultimo post con il video dei pinguini dello zoo. Perché mi sono sentito un po’ come loro: guizzante, rapido, eccitante e buffo. A presto, NYC.

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=vdMdFTDItxI&hl=it]

My N.Y.C. from A to Z – 1

American Dream Hostel. Un nome che è tutto un programma, quello del posto dove ho alloggiato stavolta. Un posto simile alla casa di Elwood ne I Blues Brothers, con ospiti che si incontrano nella sala da pranzo e scoprono per caso di avere vissuto per venticinque anni a due strade di distanza dall’altra parte degli Stati Uniti. E il proprietario che si commuove quando ce ne andiamo e, come un papà, ci dà la busta coi soldi per pagarci la navetta fino all’aeroporto.

Blues. Sono stato due volte al Terra Blues: avete presenti i locali con i tavolini davanti al palco, la gente improbabile, schitarrate e canzoni che dicono “I’m so lonely”, eccetera eccetera? Ecco: tutto questo è quel locale del Village, dove ho visto un grandissimo concerto di James Armstrong (video qua). Uno che ad un certo punto si è messo a suonare sul bancone e in mezzo alla gente. Per dire.

Cinema. Ci sono stato tre volte: per caso i film che ho visto erano in due delle sale più “in” della New York alternativa, l’Angelika Film Center e l’IFC Center. Dei film ne ho parlato altrove (qua e qua), ma devo dire che questa semplice attività mi ha fatto sentire a casa, visto che vado al cinema di continuo. E fare la fila per il biglietto mi ha fatto tanto sentire Charlie Brown e i suoi amici. “Uno, prego”.

Destroyer. Il mio primo concerto di questo viaggio è del signore canadese. Concerto un po’ deludente, devo dire. Band di spalla una inutile (Colossal Yes), una buona (Andre Ethier). Sale sul palco Destroyer e non mi sta simpatico. Inoltre assomiglia un sacco a Pino Daniele, e quindi, da quando inizia cantare a quando smette di farlo, sono tesissimo perché temo attacchi “Napul’è”. Se volete, le foto del concerto sono qua (e noterete la somiglianza co’ Ddanie’).

Elaine’s. Da quando Woody Allen me l’ha mostrato, dopo i titoli di testa di Manhattan, non me lo sono più tirato via dalla testa. “Quante persone interessanti ci saranno da Elaine’s, quanti discorsi meravigliosi, quanti Woody Allen ci mangeranno!”. Per carità, Elaine’s è un ristorante molto bello e “al’europea” nell’Upper East Side (ma va?), dove si mangia bene. Ma dove non dovevamo andare alla fine del viaggio, perché, dopo avere visto i prezzi, la tentazione di ordinare un brodino e un bicchiere d’acqua di rubinetto è stata grande. Ma alla fine è andata bene.

Feist. Il concerto più atteso, diciamolo, visto nella magnifica Hammerstein Ballroom. Un concerto all’insegna del dolce&tenero, ma che ha mostrato la signorina (canadese anch’essa) molto più grintosa e meno timida di quanto pensassi. La cosa più bella della serata sono stati i visual creati al momento da una coppia di artisti (presumo canadesi pure loro), mischiando tecniche di collage, silhouettes, disegni e riprese video. Stupendo. (Qui ci sono i video di tre canzoni, qui le foto: lo dico per completezza)

Guggenheim. L’anno scorso era impacchettato, quest’anno pure, quindi tanto vale andarci, mi sono detto. E ho visto una mostra molto bella di un tale Cai Guo-Qiang, potente, di impatto fortissimo e, per una volta, comprensibile ed emozionante anche per i non addetti ai lavori. E salire e scendere le spiralone del museo è comunque una bella esperienza.

Hotel Gansevoort. Me l’aveva scritto un amico. “Vai al Plunge, il bar all’ultimo piano dell’Hotel Gansevoort, nel Meatpacking district.” E io ci sono andato, facendomi largo tra modelli e modelle, casualmente all’ora del tramonto. Quello che ho visto dalla terrazza del bar è questo.

continua, ahivoi

They will survive (?)

Lo sapete: la maggior parte delle band nuove, secondo me, hanno vita breve, per quanto le loro canzoni possano essere divertenti, suonate bene, orecchiabili.
Ho sempre sospettato che i Vampire Weekend avessero qualcosa in più: le splendide esecuzioni live di tre dei brani del loro disco d’esordio, con trio d’archi, sono la prova che hanno qualcosa in più delle varie next big things che affollano i nostri hard disk, lettori mp3 e (talvolta) playlist radiofoniche.

E i link muoiono…

(da Pitchfork.tv: un sito, una dipendenza)

Di |2008-04-19T13:45:00+02:0019 Aprile 2008|Categorie: I'm Happy Just To Dance With You|Tag: , |Commenti disabilitati su They will survive (?)

Machine Gun

“Do we exchange cards?”, mi chiede la potentissima agente giapponese, alla fine della riunione.
Una riunione che mi ha visto – in quanto soggetto nuovo, inedito, sconosciuto, occidentale, italiano – oggetto di domande indiscrete nei contenuti tanto quanto impeccabili e gentili nella forma.
E io non ho un biglietto da visita con cui concludere degnamente la riunione.
Una riunione in cui l’agente e un suo collaboratore chiedevano, discutevano, confabulavano tra loro, mentre io cercavo di cavarmela. E mentre un’altra giapponese scriveva tutto quello che ci dicevamo, e un agente se possibile ancora più potente della mia interlocutrice ascoltava, suggeriva domande, commentava. In giapponese.
Vengo a sapere che il biglietto da visita viene dato con due mani. “È una questione zen, di ying e yang”, mi dice I. E io, che di zen non so nulla, e diffido senza sapere, non ho un biglietto da visita da porgere con due mani.
Usciamo.

Mi si chiede di essere una mitragliatrice, ultimamente. E allo stesso tempo di esserne il bersaglio, un omino-sempre-in-piedi.
Ed è forse per questo che mi sono completamente distaccato da tutto l’altroieri, a Firenze, quando sono andato a vedere i Portishead. Un concerto perfetto, impeccabile, con Beth Gibbons che pareva sollevare tutto il dolore del mondo ad ogni nota.
Mi viene richiesto di continuare, di non abbattermi, di non pensarci, di andare avanti, con o senza biglietti da visita. Di fare bene, fare tutto, sorridere, calcolare, rispondere, prendere decisioni, essere efficiente. È una guerra, ma se ne accorge qualcuno?
In questi momenti, in cui sembra di fare, fare, fare, avendo così poco (se non niente) indietro, è stato un piacere abbandonarmi alla band inglese, che ha suonato solo per me. Che sia stato un caso che l’unico brano che abbia ripreso, dopo decine di foto scattate, sia stato “Roads”?

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=DQ9YG6WCu98&color1=0x3a3a3a&color2=0x999999&hl=it]

Studentessi

Sono passati cinque anni e pare una vita, ma sono tornati. Nuovo disco degli Elio e le storie tese. Senza perderci in inutili sciocchezze, elenchiamole ordinatamente, queste inutili sciocchezze. Ecco Studentessi traccia a traccia.

Dopo l’intro, inizia Plafone: il trionfo del vocoder. Antonella Ruggiero canta sotto la doccia melodie difficilissime, “perché quelle facili le san cantare tutti”, Elio nell’appartamento di sotto che presenta macchie sul plafone, minaccia casini alla successiva riunione di condominio. E già da questo primo pezzo si capisce che Zappa non è più solo una suggestione, ma un punto di partenza, ogni volta mischiato con altre cose. Qui, per esempio, ci sono quintali di progressive.
Dj Stefano (sic) introduce Ignudi tra i nudisti parte dall’eterno dilemma “mare o monti”. E in questa traccia inizia un gioco di rimandi continuo che proseguirà per tutto il disco tra canzoni del passato e le effettive tracce di Studentessi. Parlando di vacanze non si può iniziare che con “Partirò”, no? Al mare c’è afa, sui monti ci si rompe il cazzo. Soul nell’intermezzo, ma del resto la guest star del pezzo è Giorgia. Già un classicone.
Prima del brano seguente, Maurizio Crozza ci dà una buona notizia: di Toscana, a differenza di quello che diceva in Cicciput, ce n’è fin troppa. E poi parte Tristezza, che è un sillogismo. C’è chi sulle canzoni tristi si è fatto un impero: Gino Paoli, per la precisione. Però i soldi danno la felicità. Ergo bisogna regalare le canzoni sulla tristezza. Tempi composti, swing a go-go. Che si vuole di più?
E poi c’è la prima parte di Effetto memoria: seguendo le quattro stagioni, questi brevi intermezzi riprendono “Occhi del cuore”, la sigla di Boris, e parlano dell’effetto della memoria. Almeno così mi pare di ricordare. “Mi ricordo di un ricordo, spero che non me lo scordo.” La versione razionalista di “Abate cruento”. Guest star: Claudione Baglionone. Davvero.
“Heavy Samba, Heavy Samba, per tenerti sempre in gamba.” È un’insospettabile Carla Fracci (“una donna in gamba che ha ballato tanta samba”) che introduce Heavy Samba. Elio va a cena di Irene Grandi “per chiavare”, ma ha sbagliato campanello: lei non sa neanche chi sia lui. Le andrebbe anche, ma nell’altra stanza c’è il suo ragazzo che dorme, e viene svegliato dai continui “babe” urlati dalla finissima cantante. Dalla samba all’hard rock alla Led Zeppelin, tra Jobim e Bonham in una situazione che definire surreale è poco. Accendini levati in aria. Grandissima.
Un ragazzo di “Amici” parla dell’importanza di esprimersi con l’arte e della poca importanza dell’orientamento sessuale. La conclusione del ragionamento non ve la scrivo: sarebbe peggio di uno spoiler.
E parte Gargaroz, ripresa dal “Carciofon” della pubblicità del Cynar. Un groove mostruoso, grandissimo lavoro di Faso sul basso. Si passa dall’Esorcista a Lo squalo, per arrivare al vero punto della questione: a tanti bambini sono state scippate le tonsille. Questo porta alla vera conclusione: navigare su Internet cercando le tonsille tolte è difficile e potenzialmente fuorviante.
Una suite in quattro movimenti, più traccia iniziale, con i testi che discettano di gruppi death e black metal, su una musica che va dalla canzonetta swing anni ’30 alla samba, dal metal al jazz. Si tratta di Suicidio a sorpresa, dove si scopre che ascoltando al contrario le canzoni death metal al contrario, si hanno canzoni death metal. Se invece si ascoltano al contrario le canzoni black metal, “viene fuori del buonismo, una ventata d’ottimismo.” Ma alla fine il protagonista si suicida: la madre, disperata, confessa che non ha molto considerato il figlio, perché… batte.
In La lega dell’amore, un grande ritorno, quello di Claudio Bisio: intro alla Celentano, e continui rimandi a sue canzoni. Passaggi geniali a ritmo di liscio. La risposta degli Elii all’antipolitica. La canzone è conclusa dal ragazzo che in “Oratorio” si interessava di nuove tendenze di parrucchieri a Berlino: in una telefonata svela alla madre che i cowboy hanno tentato di regalare delle cose agli indiani, ma loro niente. La madre si commuove alle lacrime, e hai voglia a dirle che è un fatto storico di cento anni fa.
La canzone si chiama Indiani (A caval donando) ed è un esercizio di stile di cinque minuti sui nomi delle tribù dei nativi americani. Banjo e violino si rincorrono in entrambi i generi che attraversano questo brano: il country e il western. “Amico Navajo, fai su il calumet, con tanta pace e poco tabacco.” In chiusura compare un watusso. Così. Splendida.
Supermassiccio è un funkettone d’altri tempi: la storia fa arrivare dopo la puzza una costruzione come quella di 2001. Altro che monolite: è un buco nero supermassiccio il grande pericolo, ingoia la Terra e poi… Pulci giganti ammantate di mistero. Il tutto col commento di Guido Meda. Coretti e fiati, cassa e charleston, prostituzione maschile e Ray Harryhausen. Il tutto in cinque minuti.
Altra telefonata tra il ragazzo e sua madre: “Lavoro all’Hollywood. Ma no, mamma, non prendo le pasticche. Solo una caipirinha.” E poi Mangoni si incazza contro l’hip hop e le nuove generazioni: La risposta dell’architetto, manco a dirlo, è un rap. Con le parole censurate (tipo “geogra****mente”), spezzate. “Tua parli di stamina, io rispondo con stàminchia. E cos’era Giulio Cesare, se non un altro bro ucciso da Bru?” . Un delirio meraviglioso.
E poi il singolo Parco Sempione, in cui si parla dell’eliminazione del Bosco di Gioia, a Milano, contro la quale si sono battutti gli EELST, Rocco Tanica in primis, e migliaia di cittadini. Zappa ritorna prepotente, mischiati a tempi dispari e ritmi africani. “L’Africa avrà tanti problemi, ma di certo non quello del ritmo.” Musicalmente elaborato, è probabilmente uno dei singoli meno immediati della band. Ma anche una delle loro canzoni più belle e “politiche”. Qui lo splendido video del pezzo.
Il congresso delle parti molli è il momento in cui tutti gli organi molli del corpo decidono chi deve avere la leadership dell’organismo. Vince il buco del membro. Assolo di flauto, continuo girotondo di generi anche qua, con una netta dominanza del progressive.
In tutto il disco, però, si sente una nota malinconica. Ed è sempre lo stesso, il motivo: la mancanza di Paolo Panigada. E dopo l’assolo di sax di “Criccraccrecr”, è il momento di mettere una canzone interamente cantata da Feiez. È Single, sigla dell’omonimo programma radiofonico del 1997.
E la conclusione del disco non può che essere affidata al movimento “autunnale” di Effetto memoria, in cui Baglioni… si dimentica il testo e la melodia della canzone.

Secondo me è un grandissimo disco. No, metti che non si fosse capito…

Torna in cima