Francesco Locane

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Me vs. Caffarra

Un titolo altisonante per giustificarmi dopo un mese di assenza? No, miei piccoli lettori. Con orgoglio posso dirvi che l’arcivescovo metropolita della città nella quale vivo dal 1996 ha espresso un parere negativo su di me. Roba di cui vantarsi con i nipoti. Com’è andata?

Qualche tempo fa, la meravigliosa amica V. mi propone di scrivere un testo introduttivo per una mostra da allestire in pieno centro a Bologna (nel palazzo comunale, per intenderci): la mostra è organizzata da un’associazione di agricoltori e ha come tema le immagini devozionali nelle campagne bolognesi. Essendoci la parola “devozionale”, capirete che non c’è di mezzo solo un’associazione di agricoltori, ma pure la Chiesa. E vabbè. Mi viene quindi chiesto di scrivere un testo che, in qualche modo, parta dalle figure femminili legate ai culti della fertilità e della protezione delle messi, per arrivare alla Madonna di cristiana memoria, tuttora oggetto di culti legati al mondo dell’agricoltura.
Diligentemente faccio un po’ di ricerche, butto giù qualche appunto e, in una domenica (e quando se no?), vergo la cartella che mi è stata richiesta. L’amica V. è contenta, il padre dell’amica V. anche di più, bene, amen (eh). Nel frattempo, preso dalle mille opere e parole che mi hanno costretto ad omettere qualsiasi impegno dal blog, come si è visto, mi dimentico della faccenda. Fino a che, qualche giorno fa, l’amica V. mi chiama e mi dice che la mostra è stata allestita, ma che ha scoperto che il mio testo non è finito da nessuna parte: non sul pannello in esposizione, né sul catalogo. Perché? Perché è stato giudicato troppo poco religioso da Carletto&co, combriccola nota per considerare Ratzinger un bravo guaglione, ma un po’ troppo progressista. E secondo me se leggete il testo che ho scritto sarete ancora più sorpresi, o forse avrete il mio stesso sospetto: che la Chiesa cattolica sia tuttora fondamentalmente misogina, e pronta a uccidere nel caso qualcuno dica di nuovo che “Dio è mamma”. In ogni caso: mai come stavolta la sconfitta ha sapore di vittoria.

Metastasi

Avrei voluto scrivere, tra qualche settimana, un post sulla mia esperienza su Facebook. Abbiamo aperto l’account di Maps e quindi anche io sono entrato nel magico mondo del social network più diffuso nei Paesi sviluppati: il mio girovagare tra i profili, richiedere amicizie e accettarne da conosciuti e sconosciuti, l’interazione sulla piattaforma sono tutte cose che mi hanno fatto pensare.

Ma c’è qualcosa che è più urgente da dire, secondo me.
Proprio su Facebook, da una decina di giorni, alcune donne e ragazze hanno iniziato a postare sul loro profilo frasi come: “A me piace sul divano”, “A me piace per terra”, “A me piace sul letto”. Prima una, pooi tre, poi cinquanta: questi messaggi sono aumentati nel giro di pochissimo. “Che senso ha?”, mi sono chiesto (una domanda che mi capita spesso di pronunciare, quando sono in giro su Facebook). Poi me l’hanno spiegato (a voce, eh): si tratta di una campagna per la prevenzione del tumore al seno, promossa in questo mese; quelle risposte (evidentemente maliziose e provocatorie, seppure all’acqua di rose) si riferiscono alla domanda “Dove poggi la borsa appena rientri a casa?”. “Che senso ha?”, mi sono chiesto nuovamente. Mi hanno spiegato, sempre a voce, che l’anno scorso la domanda nascosta era “Di che colore è il reggiseno che indossi in questo momento?”. Lo scopo era il medesimo: sensibilizzare le donne sulla prevenzione di quel tipo di cancro.
Attenzione: sui profili di queste persone compariva solo la risposta, senza link né altro che rinviasse ad una pagina del Ministero della Salute, che patrocina la campagna. Esattamente come l’anno precedente.

Allora mi sono fatto due domande. La prima è stata: “Che senso ha fare una campagna del genere in rete, considerando che gli stati, i messaggi, le sollecitazioni in genere su Facebook, per un utente medio come Maps, sono decine e decine ogni ora?”. Una campagna fallita, insomma. Ma mica solo per motivi “tecnici”.
Mi sono infatti chiesto anche che senso avesse parlare alle donne con un linguaggio da uomo. Perché di questo si tratta: la domanda della campagna di quest’anno prevede chiaramente di attirare l’attenzione attraverso risposte che abbiano comunque un retrogusto “sessuale”. Esattamente come l’anno precedente, dove si parlava di reggiseni.
Reggiseni imbottiti, forse?
No, perché io non sono una donna, ma considerando che uno degli esiti più probabili per certi carcinomi al seno è la mastectomia, che accidenti di senso ha parlare proprio di reggiseni? Ma che senso ha di parlare di sessualità in genere, considerando la seconda domanda, la valenza comunque sessuale del capo di abbigliamento sopra citato e, soprattutto, il fatto che presumo che una donna con un seno solo possa sviluppare delle legittime insicurezze proprio sulla sua capacità di essere attraente dal punto di vista erotico?
Ma non ce l’ho con i creativi assoldati dal Ministero, no: mi domando, però, se per una simile campagna per il cancro al testicolo, avrebbero usato una frase come “Tira fuori le palle e affronta la malattia”.
Ce l’ho invece con quelle donne che sono state, ancora una volta, ad un gioco improntato alla mentalità maschilista dominante e che, ancora una volta, si ritorce contro di loro come un boomerang affilato. Così non si va avanti. Soprattutto quando, sempre su Facebook, tra un “A me piace sul caminetto” e “A me piace sul tappeto”, ho visto uno scambio tra due ragazze. Una diceva: “E sei noi donne ci incazzassimo veramente?” e un’altra non rispondeva, non commentava. Semplicemente, cliccava sul tasto “Mi piace”: un gesto minimo, inane e sconsolato simile al sorriso di chi rimane a terra, senza la forza di alzarsi.

Tre racconti, due persone, un vino

Amiche e amici, si replica: come già accadde più di otto mesi fa, martedì 19, domani, alle sette di sera, Egle Sommacal ed io vi proponiamo un reading musicale. Il luogo è l’Osteria Il Rovescio, in via Pietralata 75/A, a Bologna: su musiche originali di Egle, leggerò un paio di cosine, due estratti da racconti presenti nella raccolta La guerra in cucina e un racconto inedito. In abbinamento, un vino.

Per saperne di più, cliccate sulla locandina, che magicamente si magnificherà, e andate sul sito di Scritti Erranti, che organizza la rassegna che si apre proprio martedì. Accorrete!

Di |2010-10-18T08:10:00+02:0018 Ottobre 2010|Categorie: Eight Days A Week|Tag: , , , , , |Commenti disabilitati su Tre racconti, due persone, un vino

Confessional Poetry

Sapevo solo vagamente chi fosse Robert Lowell, a cui è intitolata la prima traccia del nuovo disco dei Massimo Volume, Cattive abitudini. Ho scoperto che è stato il fondatore della “Poesia confessionale”, ma è divertente (e bellissimo) che la pagina Wikipedia dedicata al poeta parli di “poesia confusionale“.
Non c’è nulla di confusionale, in Cattive abitudini: le linee di chitarra traggono forza dal rumore e leggerezza dai silenzi, quando sono più o meno rarefatte. La batteria è una sicurezza, amalgamata al basso: insomma, sono tornati i Massimo Volume, come ce li ricordavamo, e come li abbiamo visti dal vivo dal 2008 a oggi. Dentro e fuori dall’onda ho parlato molte con Mimì, Vittoria, Egle e Stefano:  la reunion è stata un successo e i live ne sono la conferma, ma il disco? La domanda, insomma, che sicuramente oltre che da a me gli è stata posta da tanti altri. “Tanto vale dirlo subito, confessarlo“, avranno pensato.

chi l’avrebbe mai detto
di ritrovarci qui,
giugno 2010
in un pomeriggio
di pioggia e di sole
seduti di fronte
alle nostre parole?

(“Robert Lowell”)

Forse è vero, forse nessuno di voi l’avrebbe detto, ma eccoci, il disco è già iniziato da qualche secondo e sono loro, proprio loro, non c’è dubbio. Non si sono fatti tentare da impasti di riverberi, basi elettroniche più o meno raffinate, né dai sorrisi della gente sotto il palco più giovane di quando loro stessi avevano iniziato a suonare, vent’anni fa. Si sono chiusi in uno studio sulle rive del Po, quest’estate, e hanno tirato fuori un’ora di musica potente e lucida, su cui e con cui Clementi, ancora una volta, racconta storie popolate da luci e sensazioni che in una manciata di righe ti si piantano nella testa. I testi sono scritti su carta intestata di diversi alberghi, dalla Svizzera a Londra, da Rimini a Venezia, e il libretto riporta, oltre ai bellissimi disegni di BJ, solamente quelli e qualche nota tecnica. Mi è venuto voglia, ascoltando il disco, di prendere un atlante e immaginare dei viaggi, seguendo quegli alloggi temporanei con nomi altisonanti, ma le parole mi hanno riportato a loro con pressante dolcezza. E così sono stato a “Coney Island” ,in una stanza chiusa a chiave, tra i deliri di Leo e le asprezze delle donne descritte da Clementi, l’ossessione del tempo, scandito da arpeggi e distorsori, fino al letto di morte di qualcuno, trasfigurato nei ricordi e nella fantasia di un impossibile ritorno.

te ne sei andato docile
tra le mie braccia
nella tua arida notte
che un giorno sarà la mia

(“Mi piacerebbe ogni tanto averti qui”)

E d’accordo, a nessun poeta o scrittore piace sentirsi rivolgere la domanda “Ma quanto c’è di autobiografico in tutto questo”, però l’idea che Lowell fosse messo là in cima non per caso è arrivata, ma è stata subito spazzata via da un’apertura melodica e armonica che i Massimo Volume hanno raramente mostrato. Un trio femminile (Vittoria Burattini e Marcella Riccardi, una titolare e una “ex”, e Angela Baraldi) accompagna e innalza la consapevolezza, il cui dolore sfocia poi in “Fausto”, disperata e urlata: non a caso quest’ultimo brano contiene una citazione da “L’urlo” di Ginsberg, dove però la distruzione della generazione del poeta avveniva per follia; nel nostro “mondicino” basta scegliere di apparire per una serata in tv per perdersi rimanendo vestiti (lontani dalla nudità primitiva e folle di Ginsberg), “intonando il vestito al tema della puntata”.
Ma lo si può anche non fare: si può anche scegliere di ricordare, di non tradire. Così come si può tornare, quasi dieci anni dopo essersene andati, perché si ha davvero qualcosa da dire. E lo si fa alla perfezione.

(Ancora una volta avrò i Massimo Volume ospiti a Maps, venerdì 15 ottobre alle 16. E neanche a dirlo, Cattive abitudini è il nostro disco della settimana).

Say the Word: manuale di difesa della lingua – 1

A quasi un anno di distanza, riprendo alcune considerazioni sull’uso sconsiderato della lingua italiana. Nell‘ottobre del 2009 ho parlato di “piuttosto che”, “quant’altro” e “importante”; oggi, invece, affrontiamo un termine che è buttato qua e là a cavolo: “esclusivo”.

Mi si è accapponata la pelle quando, qualche giorno fa, ho sentito alla televisione (ero girato di spalle) Antonella Clerici che magnificava le qualità di un dessert dicendo che il suo aroma alla vaniglia era “esclusivo”. La prima cosa che ho pensato è stata: “Hanno monopolizzato un gusto? La Ferrero e solo lei potrà fare cose alla nocciola, la Nestlè al cioccolato…”. Ma poi ho capito: era un uso decisamente improprio di un termine che deriva dal latino excludere, cioè “chiudere fuori”. Chi chiuderà mai fuori l’aroma alla vaniglia? Quello alla menta, per esempio. O al limone. Ma non divaghiamo.
Tutto, ormai, è esclusivo: non solo un ristorante o un club (che, notate bene, sono luoghi e quindi hanno in sé il senso proprio del termine), ma anche una macchina (soprattutto se ha la chiusura centralizzata, e io ho le chiavi, no?), un colore e, appunto, un aroma. E invece no: escludere vuol dire una cosa ben precisa ed esclusivo è semplicemente un suo derivato. Come “importante”, anche “esclusivo” ormai viene usato come accrescitivo, o come magnificatore di positività. Una sorta di “additivo” che ha perso ogni contenuto per diventare un “più” da appiccicare qua e là, come una marca fasulla su un abito contraffatto.
E difatti mi sa che quella cosa alla vaniglia fa pure schifo.

Di |2010-09-30T08:34:00+02:0030 Settembre 2010|Categorie: The Word|Tag: , , , |4 Commenti

Mani in pasta

Sarà paranoia o estrema attenzione, quella che mi fa notare certe piccole cose? Ho trovato nella buca delle lettere il volantino qui a fianco: il mercato delle pizze a domicilio è tremendo, la concorrenza è atroce, e ognuno cerca di conquistare o mantenere una posizione come può. Con offerte, magari. O consegnando il cibo fino a tarda ora. O dicendo che ha il forno a legna.

Però questa cosa dei pizzaioli italiani non l’avevo mai vista. E non ha, per me, un buon sapore. È davvero impensabile permettere a pakistani, cingalesi, magrebini di mettere le mani sul cibo italico per eccellenza? Sono sempre più deluso, quasi da tutto e tutti.

Ma come “bonus track”, ecco il racconto (curiosamente a tema) della mia amica Luisa Catanese: lo trovate su Carmilla On Line.

Di |2010-09-24T08:23:00+02:0024 Settembre 2010|Categorie: I Me Mine|Tag: , , , , , |3 Commenti

All'armi post-icce, siam post-fascisti!

Ah, le circolari della Gelmini: sono la croce e la delizia degli insegnanti, che probabilmente, ogni volta che il bidello bussa alla porta, sono attraversati da un brivido di terrore. L’ultima trovata del ministro è “Allenati alla vita” (o forse “Allenàti alla vita”? Chissà). Si tratta di un corso teorico e pratico, che dà crediti formativi, in cui gli alunni sono divisi in pattuglie e si esercitano al tiro con la pistola ad aria compressa, nuoto, salvataggio e orienteering. Ne parla anche “Famiglia Cristiana” (ormai una delle voci più autorevoli dell’opposizione, il che è tutto dire).

Non so perché, ma quando ho pensato a come ‘sta roba potrà essere attuata in Italia, (perché ci sarà qualche insegnante deficiente che ci penserà) mi è venuto in mente Noi uomini duri, dimenticabilissimo film di Enrico Oldoini con Pozzetto, Montesano e (uh!) Alessandra Mussolini…

Sali anche tu sul trenino dell'amore (ma ti metti in testa)

Ah, l’Italia. Recentemente Trenitalia ha rinnovato le biglietterie automatiche: nuovo design, veloci, belle, superpiù. E voi direte: bene, era ora. Eh già, ma non ha rinnovato il sistema computerizzato che ci sta dietro. Come capita sul sito, le opzioni che vi vengono date per un tragitto sono sempre e comunque le più costose. Per andare da Bologna a Gorizia, per dire, ci sarebbero due interregionali, che prendo da tre lustri. Ma le biglietterie fanno finta che questi treni non esistano e quindi, comunque, ti “costringono” a comprare un biglietto per l’alta velocità, cercando di farti spendere più del doppio per risparmiare quindici minuti di tempo.

Ma perché siamo così mariuoli, sempre, comunque e dovunque?

La prima persona plurale

Se c’è una cosa che il PD fa è spendere soldi in campagne di comunicazione: compaiono spesso, sui muri delle città, manifesti del PD, di solito contro qualcosa (il Governo), con payoff abbastanza banali, tutto sommato. L’ultimo cartellone che ho visto mi ha fatto da un lato perdere le speranze e dall’altro incazzare come una bestia.

Avete presente il PD, no? Quei partito che di solito agisce come Fantozzi quando viene chiamato: cerca di mimetizzarsi con la tappezzeria e fa finta di niente, qualsiasi cosa accada. Il PD è l’amico che fa orecchie da mercante, che quando c’è da lavorare si sloga un polso (per poi guarire miracolosamente quando c’è da prendere al volo una birra), che quando viene interpellato la prima cosa che dice è “Ma chi, io?”
Ma le cose si capivano già alla Prima Festa Nazionale del PD: io c’ero. Il PD aveva appena perso le elezioni, ma, fiero, aveva allestito alla Fortezza Da Basso di Firenze la sua bella Festa. C., che era con me, mi diceva, girando per gli stand: “Ma quando c’erano le altre Feste, quelle provinciali e quelle regionali, c’erano molti più stand”. Con ogni probabilità all’epoca il PD aveva offerto degli spazi a prezzi iperbolici. Risultato? Una festa con stand di trattori, arredamenti e niente di davvero piccolo e vicino alla “ggente”. Non solo: a quella Festa c’era una raccolta firme. A pochi mesi dal voto, il PD chiedeva ai suoi simpatizzanti, iscritti, votanti una firma per salvare l’Italia. Ma come? Vi ho votato e volete avere un altro mandato ancora?
La prassi continua: l’ultimo manifesto vede Bersani in camicia, con le maniche arrotolate. Slogan? “Per giorni migliori, rimbocchiamoci le maniche”. Eh, no, cari: io ho fatto quello che dovevo fare. Ora dovere muovervi voi. E che cazzo.

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