Francesco Locane

Circa Francesco Locane

Questo autore non ha riempito alcun dettaglio.
Finora Francesco Locane ha creato 1035 post nel blog.

La nuova stagione

Sono tornati gli Amor Fou. Il loro disco d’esordio, La stagione del cannibale, mi aveva entusiasmato (guardate qua e qua. Molte cose sono cambiate, nella band, nella mia e nelle nostre vite, ma la canzone “Filemone e Bauci”, che prosegue in qualche modo la serie di riferimenti mitologici dell’ep di Casador, continua a parlarmi con la stessa schiettezza che avevano le canzoni del primo album.Comunque, ecco quello che scrive Alessandro Raina sul brano.

Una canzone on line da oggi, un Ep e un racconto inedito di Alessandro Raina in uscita a Giugno, che riaffermano il legame fra la band e il grande cantautorato italiano riletto in chiave moderna e cinematografica.
Racconta Ovidio nelle Metamorfosi che Zeus ed Ermes vagarono per la terra con sembianze umane, bussando invano a mille porte. Una sola capanna di canne e fango offrì loro asilo. Qui, Filemone e Bauci nvecchiavano insieme sopportando la povertà, resa più dolce dal loro legame.
Scatenata la propria ira gli dei risparmiarono i due coniugi, offrendosi di esaudire qualunque loro desiderio. Filemone e Bauci chiesero solo di poter morire insieme e Zeus li trasformò in una quercia e un tiglio uniti per il tronco.
Nella canzone che segna il ritorno degli Amor Fou, tuttavia, non c’è nessuna voglia di celebrare una storia leggendaria. Non c’è alcun grande amore da esaltare.
C’è un atto di accusa rivolto innazitutto a sè stessi. La confessione di due trentenni qualunque, come tanti di noi, per cui una storia d’amore non sembra avere ormai quasi piu’ nulla di sacro.
Si fanno i conti col presente, con il diventare grandi nel solco di una generazione smarrita, disillusa da decenni di promesse non mantenute, che di idealismo, cambiamento e trasformazioni sembra non avere piu’ voglia. E che imperterrita si specchia ripetutamente, dolcemente, sempre e solo in sè.
Di |2009-04-28T11:15:00+02:0028 Aprile 2009|Categorie: I'm Happy Just To Dance With You|Tag: , , , |Commenti disabilitati su La nuova stagione

"Ricordati che devi morire" (cit.)

Per motivi che non vi sto a spiegare, capito sul blog “Canta la vita”. Scorro un po’ con il mouse e capito su questo post. Vi prego, cliccate sulla slide. Sì, dove c’è scritto “E per riflettere puoi scaricare: sarai crocifisso”.
Come sbarazzino contrasto, ecco un link a un video dei Deicide. Alla fine sono più allegri loro. Poi uno dice che sceglie il lato oscuro della Forza…

Caput minchiae

Ancora una volta mi arrivano le strisce del prode Stefano Disegni, che a differenza di molti non lascia passare sotto silenzio l’ennesima prova della fallibilità del Papa che, con una bella uscita… Ma ecco cosa dice Stefano nella sua mail.

Benedetto Benedetto! Finché c’è lui c’è da lavorare! L’AIDS si batte con la preghiera, i preservativi peggiorano il problema! Fantastico! Mai nessuno era riuscito a coalizzare il mondo contro la Chiesa. Record omologato. Inevitabile disegnarci su.


Come al solito, cliccate sulle immagini per non peggiorare ulteriormente la vostra vista, già messa a dura prova dalla vostra dipendenza da Internet. Per non parlare della masturbazione. Peccatori.
Di |2009-03-23T21:04:00+01:0023 Marzo 2009|Categorie: I Am The Walrus, Lady Madonna|Tag: , , , , |2 Commenti

I giornalisti preferiscono i biondini

Devo avere studiato, anni fa, la tendenza che i mezzi di comunicazione di massa hanno nel chiamare i protagonisti dei casi di cronaca nera (soprattutto) con il loro nome di battesimo. Erika e Omar, Amanda e Raffaele, eccetera.
Ma, nell’ultimo caso di stupro balzato agli onori della cronaca, quello del parco della Caffarella a Roma, uno degli accusati viene ormai chiamato “il biondino”.Sono i momenti in cui mi vergogno profondamente di fare parte dell’Ordine dei giornalisti. Che schifo.

Contadini, poeti, tigri!

Oggi ho comprato un cd di vecchie canzoni di Cochi e Renato. Mi piacciono, che ci posso fare? A ognuno i suoi guilty pleasures. In ogni caso, sentendo le prime tracce, mi sono reso conto che davvero Cochi e Renato (e Jannacci e Gaber e Fo) sono riusciti a rappresentare il linguaggio della società italiana di quegli anni e, attraverso il linguaggio, a rappresentarla tout court, o comunque a tracciare un ritratto verosimile, seppur allegorico, della borghesia italiana dell’epoca, piccola e grande. Mi chiedevo, allora, come mai adesso non ci sia nessuno che lo faccia in quel modo, divertente, leggero e arguto. C’è poco da ridere, oggi, direte voi. Mah, sarà. Cioè, è vero, ma in fondo cose come questa ci sono state sempre. Ci manca solo la peste nera, direte voi. Ok, avete vinto.
Non dandomi risposta a quella domanda, ho pensato a una caratteristica abbastanza frequente di sketch e canzoni di Cochi e Renato. Cochi faceva il ricco (il poeta), Renato il povero (il contadino). Era ancora, quella, una società in cui esistevano le classi e nella quale la tendenza che avevano le classi basse di salire di rango era comunque ostacolata, nella maniera più evidente, da differenze linguistiche.
Anche adesso ci sono classi, checché se ne dica, e siamo pure messi peggio: la famosa forbice che si allarga. Ma il linguaggio è uniformato, purtroppo. Dico purtroppo perché si è uniformato verso il basso, in tutti i campi o quasi. Il contadino si veste come il poeta, e si crede tale, e il poeta parla appena meglio del contadino, fregandolo con le sue stesse parole e modi dire, addirittura scambiandoseli. Ma nessuno dei due, oggi, sa zappare la terra davvero o scrivere due versi in croce.
E mi è poi venuto in mente un libro che ho letto, o meglio guardato, di recente: Metti un tigre nel motore, che raccoglie alcune pubblicità apparse su riviste tra il 1960 e il 1973, in un’Italia radicalmente diversa e distante da quella che c’è adesso. Più o meno quella di Cochi e Renato di allora. E la prima emozione che ho avuto è stata di nostalgia, ma come la si può avere per una nonna di cui ti parlano tutti, ma che non hai mai conosciuto.

Emerge, da quelle pagine e da quelle canzoni un Paese sì con problemi, nel quale si sentono i germi di quello che succederà da lì a qualche anno, ma innocente. Insomma, la foto della nonna un po’ prima che morisse: vedi che è vecchia, capisci che l’occhio non è più vispo come poteva essere, ma insomma, è là.

Mi chiedo se la speranza sia che tutti ci si trovi, prima o poi, nella condizione di uno dei due personaggi de “Il Bonzo”: ci tocca perdere tutto, per accorgerci che anche il poeta, pardon, il re è nudo da un pezzo? 

Old School

Con i miei studenti di quinta superiore stiamo preparando un documentario, diciamo, sulla cultura hip hop. Oggi abbiamo parlato di musiche da inserire nella colonna sonora.
“Avete proposte?” ho chiesto.
“Mah, del rap”, ha detto uno di loro. “Ma magari qualcosa di molto vecchio.”
“Tipo?” ho chiesto.
“Beh, qualcosa anni ’90…”(E poi, al supermercato, una ragazza mi ha dato del lei.)
Di |2009-03-09T13:14:00+01:009 Marzo 2009|Categorie: I Me Mine|Tag: , , , , |12 Commenti

Neighbours 11

In realtà questo nuovo (e inaspettato) capitolo della saga che racconta le vicende dei miei vicini di casa, è uno spinoff dell’episodio numero nove, perché la protagonista è la stessa.
Caratteristica della mia vicina di casa è che la incontro sempre quando sono di fretta, e lei ha voglia di chiacchierare. Specifico: io, a dire la verità, sono sempre di fretta, e lei ha semprevoglia di chiacchierare. Quando è da sola, parla al telefono. Tantissimo, a voce altissima. D’inverno, chi se ne frega. D’estate, con le finestre aperte, capirete…Comunque, scendo trafelato le scale di casa, dopo avere mangiato qualcosa per pranzo. Un gradino dopo l’altro mi chiedo se quello che ho ingurgitato nei sei fantozziani secondi che posso concedermi tra il lavoro della mattina e quello del pomeriggio sia effettivamente commestibile. Poi mi domando  se, qualunque cosa esso sia, io l’abbia scartato. Passo velocemente la lingua in bocca, non sento traccia di cellophane, e… E lei è lì, davanti al portone del palazzo, apparentemente immobile.
– Ciao Francesco, come va?
– Ciao… Eh, – dico io ansimando – di fretta.
Ma queste parole hanno su di lei l’effetto di un granello di sabbia nel deserto. E la vicina inizia a parlarmi dei cazzi suoi. No, perché poi forse lei lo sa che, essendo inverno, non sento le sue telefonate, e quindi non sono mica aggiornato sulla sua vita. E infatti…
– L’hai sentita la mia cagnetta?
– No – dico io. Del resto è inverno, le finestre sono chiuse. Mi chiedo se la cagnetta, d’estate, farà delle interurbane. Semmai, internazionali, visto che…
– È uno Yorkshire Terrier, piccola così, e ha sempre voglia di giocare…
Il tempo scorre veloce, ma solo per me.
– È un cane piccolo – continua lei, e io capisco che non do l’idea di essere Piero Angela, ma so cos’è uno Yorkshire Terrier. – Pesa poco più di un chilo, ma arriva al massimo a un chilo e sei.
Ecco, alla quantificazione del peso massimo di un essere vivente, io vengo preso dallo sconforto, come se tutto fosse già disegnato, previsto, predetto. Mi immagino Dio che dice: “E questo lo chiamiamo Yorkshire Terrier, ecco, gli mettiamo dei peli qua, dei peli là… Massimo un chilo e sei, eh, che se no non ci stiamo coi conti. Segna.” E se uno Yorkshire Terrier volesse ingrassare fino ai cinque, dieci, mille chili? Non può? Posso prendermela con il Papa, in ogni caso?
Ma la vicina continua.
– Me l’hanno regalato i miei figli per Natale… Ma capisce tutto, anche se è piccolo…
Aridaje, sembra che voglia giustificarlo. Io, intanto, affascinato dalla Licia Colò del piano di sotto, sto perdendo secondi preziosi e autobus, insieme. Di colpo, l’illuminazione: non ho aperto bocca, ma so cosa dire per stroncare la conversazione, ho la frase. Ma la vicina, che ha un master in loquela, mi anticipa.
– Insomma, è un topo.
– Sì – dico io. Sposto il peso in avanti. – Be’, devo proprio andare.Dentro di me penso, mentre salgo sull’autobus: “Un chilo e sei.”
Di |2009-02-19T00:21:00+01:0019 Febbraio 2009|Categorie: I've Just Seen A Face|Tag: , , , , |1 Commento

Über alles

Fate voi. Guardate prima il video o leggete queste poche righe.
Ma vi dico soltanto che questo post aveva come titolo alternativo “Santi subito”.
Un video che fa capire tante cose, tipo:
1. la profonda crisi vissuta dalla RFT negli anni ’70 (terrorismo, trionfo del kitsch, eccetera);
2. cosa vuol dire davvero “multiculturalismo” (il meglio di Germania, Russia, Spagna – almeno – in un video di tre minuti);
3. “Tanz Samba mit Mir” non è un caso isolato, ma solo la punta dell’iceberg.
[youtube=http://youtu.be/KZg8WR-uyag]
Torna in cima