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Anniversari

Oggi compio il mio trentatreesimo anno di vita, e il quinto nella casa da cui scrivo.

Per celebrare degnamente gli anniversari, il fato ha deciso che oggi inizieranno dei lavori di due mesi nel palazzo dove abito, lavori che (oltre ai rumori derivanti da demolizioni di intonaci) mi obbligano a tenere chiuse per due mesi quattro finestre su cinque che il mio appartamento ha. Chiuse col cellophane.

Aiuto.

Di |2024-06-02T17:04:04+02:009 Giugno 2011|Categorie: I Me Mine, I'm A Loser|Tag: , , , |3 Commenti

Imponi un posto a tavola – 3

Arriviamo alla cena dell’ultimo giorno pronti a tutto. O almeno, così credevamo. Alle otto e un minuto sono già tutti a tavola: abbiamo perso l’ultima occasione per capirci qualcosa delle dinamiche temporali di assalto alla mensa serale. Troviamo posto accanto a un gruppo di quattro persone: le sedie accanto alle nostre non saranno mai occupate durante tutta la cena, a differenza dei nostri padiglioni auricolari, invasi per due ore dalle chiacchiere delle due coppie al tavolo con noi.

La coppia A è formata da due persone più che sovrappeso di 35 e 33 anni, di vicino Milano, che stanno insieme da 11 e sono sposati da cinque; lui ha un nipote che fa 10 anni a luglio, ama lavorare e mangiare. Anche lei ama mangiare (ma dai), ma quella sera è a dieta, ha una predilezione per il viola (colore che domina le pareti del loro appartamento) e, in quel momento, male ai polpacci e pochissimo appetito, poiché ha mangiato un biscotto (in parte: è rimasto sul comodino per dopo), che consiste in cioccolato ripieno di nutella.
Capirete che questi dati non sono inventati.

Nella coppia B lui può avere una quarantina d’anni e vive a Milano. Lei di anni ne ha 35 e fa l’educatrice in una scuola materna.
Oh, la coppia B parlava decisamente di meno, che ci posso fare?

Dall’antipasto (a buffet) al dolce è stato un susseguirsi ininterrotto di conversazioni piatte e banali: dal colore delle pareti a come si vive a Milano, da quanti quintali di carne il maschio-A ha arrostito per la tal sagra, al tentativo di battere il record di persone che formano una catena umana intorno a un lago. La coppia A ha invitato la coppia B a unirsi alla prova: lei-B quasi quasi ci stava. Si è poi parlato di traffico, di stile “rusticato” (di cui Maschio-A sapeva tutto), di orari di lavoro, di souvenir (seriamente), di educazione dei figli con annesse prove che alla fine si può anche stare senza cellulare. A quel punto il maschio-B ha detto che “Non si può tornare indietro” e ho avuto l’impressione che si riferisse alla scelta dei posti per la sera.

Il tono della conversazione si è mantenuto così per un po’: era tale che se qualcuno avesse parlato di uova fritte, si sarebbe impennato l’interesse in maniera vertiginosa. Io, dentro di me, pensavo da un lato che gli argomenti erano di una noia letale, ma che sarebbe stato peggio se avessero tirato fuori…

E dal nulla Maschio-A ha detto che Pisapia se ne sarebbe prese, di critiche. Così. Sua moglie ha detto che non sapeva chi fosse. Lui l’ha subito informata della carica recentemente conquistata, aggiungendo con poca sicurezza: “È un avvocato”. Da lì all’argomento extracomunitari il passo è breve, dire che danno tutte le case a loro è una logica conseguenza. Mentre mi infilavo della cotenna di porco nelle orecchie, ho percepito le parole “rubare”, “gli danno trenta euro al giorno e stanno in albergo” e “Lampedusa”. Poi la sugna ha fatto il suo dovere, ottundendomi dolcemente dentro e fuori.

“Siete sopravvissuti?” ci ha chiesto il cuoco campano fuori dalla sala da pranzo.
Abbiamo annuito col capo e siamo corsi in camera: da lì a qualche ora i nostri vicini e i loro bambini ci avrebbero avvisato, a modo loro, che era tempo di partire. Il ponte era ormai agli sgoccioli.

fine

Imponi un posto a tavola – 2

La seconda cena viene affrontata con il bagaglio di conoscenze del giorno prima: sappiamo che per sopravvivere dovremo evitare ogni contatto con i campani, altrimenti è provocazione, e tentare di trovare un posto alla fine di un tavolo, per sentirci meno oppressi della sera precedente. Decidiamo quindi di presentarci alla sala da pranzo prima dell’ora concordata: se nel giorno prima alle otto e sei minuti i posti liberi erano già pochissimi, forse l’orario di cena non è così rigido.

Lo è: alle otto meno dieci B., io e altri sette o otto ospiti ronziamo intorno alle porte chiuse della sala da pranzo come coyote. Mi viene in mente il film Sette chili in sette giorni, e quello sarà l’inizio di una serie continua di rimandi tra quello che sto vivendo e alcune scene di commedie italiane. Appena si aprono le porte, sciami di persone iniziano a confluire sul buffet da ogni direzione. Mentre prendiamo posto (in angolo!) a un tavolo, ci nota un cuoco (pure lui campano) che commenta sornione la nostra immobilità: “Fate bene ad aspettare…”.

La cena scorre tranquilla: possiamo chiacchierare liberamente, nessuno si è seduto al nostro fianco. Notiamo che le coppie che erano con noi al tavolo il giorno prima hanno fatto amicizia. Il sosia di Al Pacino partecipa, pur con sguardo vagamente stordito, alle conversazioni e, forse, sbircia nella scollatura della commensale di mezza età alla sua destra, incurante dello sguardo della moglie. Era quindi il nostro imbarazzato silenzio a mettersi d’ostacolo a nuove conoscenze, ma non importa, perché possiamo parlare tra noi a un tono normale, mentre le nostre parole si confondono indistinte a quelle dei gruppi (sono compagni di viaggio o si sono conosciuti all’agriturismo?) e ai silenzi di coppie intimorite come lo eravamo noi solo ventiquattr’ore prima. Andiamo a letto, quella sera, con pensieri baldanzosi sulla colazione del giorno dopo.

Alle sette e quaranta del mattino udiamo dei suoni emessi dal bambino nostro vicino, ai quali presto risponde l’altro bambino, convincendo infine ad unirsi al chiacchiericcio i quattro genitori: i campani si sono svegliati.
Quando arriviamo nella sala da pranzo, sono già in molti a fare colazione: decidiamo di sederci vicino a una coppia di ragazzi giovani che, poco dopo il nostro arrivo, hanno questo scambio di battute.
Lei: “A Miami fa troppo caldo…”
Lui: “E allora non rompermi i coglioni quando vado alle Barbados”.

Finiamo in fretta di mangiare: se sanno che al massimo ce ne andiamo in vacanza in Croazia, noialtri, va a finir male.

continua

Imponi un posto a tavola – 1

“Non si finisce mai di imparare” e “Al peggio non c’è mai fine”: se dovessi riassumere l’ultima esperienza conviviale che ho vissuto, userei questi due modi di dire. Banali quanto volete, ma veritieri. Ma cominciamo dalla cornice: un agriturismo della campagna umbra nel quale ho passato il ponte appena trascorso. Ci spiegano che la cena viene servita alle otto e ci mostrano la sala da pranzo: un refettorio, con tavoli lunghi e sedie tutte intorno ad essi. “Siamo un po’ francescani nello spirito”, ci dicono. Siamo a due passi da Assisi: cosa si vorrà mai essere?

Arriva l’ora di cena: o meglio, io e B. nella stanza attendiamo con pupille e stomaci dilatati le otto di sera. Decidiamo di presentarci alle otto e cinque: la sala da pranzo è quasi completamente piena, con un nugolo di persone che si aggira intorno al tavolo del buffet. Ci viene incontro uno dei camerieri e ci indica due posti liberi: siamo a un tavolo con altre due coppie.

Una è formata da due quasi sessantenni: lei è volgarotta nei tratti, esibisce generosa scollatura e catenina; lui è abbastanza anonimo. L’altra coppia è formata da poco più che quarantenni: lei abbastanza anonima, lui stranamente somigliante ad Al Pacino, ma in brutto, e con un’espressione stordita perennemente stampata sul volto. B. e io siamo imbarazzatissimi: non è avere un tavolo con due sconosciuti molto vicino, è condividerne uno con quattro sconosciuti.

Mormoriamo per comunicare e così fanno gli altri, ma non tutti si comportano allo stesso modo: ci sono gruppi di quattro o sei persone che chiacchierano amabilmente tra loro. Sono gruppi preesistenti, compagni di viaggio, o si sono formati spontaneamente? Molte coppie, però, hanno un’aria quasi penitenziale, mentre mangiano. Probabilmente l’abbiamo anche noi.

Il giorno dopo, a colazione, si ripete lo stesso meccanismo: troviamo però un posto più isolato così che riusciamo a scambiare qualche parola: la notte non è stata delle migliori, perché le pareti delle stanze sono sottili e dietro di noi c’è una famiglia campana con bambino piccolo.

Ci siamo capiti. Forse per la stanchezza, forse per la forza dell’inconscio, ma indovinate su chi B. ha rovesciato del latte, durante quella prima colazione? Sull’amico del nostro vicino. Anche lui campano, anche lui con figlio piccolo, che alloggia un po’ più in là della nostra stanza.

Mentre noi minimizziamo l’accaduto con gli altri compari, il nostro non dice nulla. Ci fissa con occhi glaciali e noi capiamo che, per i cinque pasti che ci rimangono, avremo un nemico da cui guardarci.

continua

Di |2024-06-02T17:10:01+02:006 Giugno 2011|Categorie: I'm A Loser, I've Just Seen A Face, There's A Place|Tag: , , , , , , , |Commenti disabilitati su Imponi un posto a tavola – 1

L’infantile malattia

La schermata che vedete qua sopra era quella che campeggiava sul sito del quotidiano Libero nel tardo pomeriggio di ieri, con la sconfitta del centrodestra nelle amministrative che ormai era certa. L’errore che ho sottolineato in rosso non è stato corretto per molto tempo, ma il refuso freudiano, la serrata delle sala stampa del PdL di ieri pomeriggio e la nenia ormai continua sui comunisti, indicano davvero un grado di infantilisimo preoccupante tra le fila di una serie di organizzazioni politiche che rappresentano (diciamo così) una buona metà degli italiani.

La destra pare essere un bambino che non accetta rimproveri, castighi e giudizi negativi, che sputazza e scalcia fino all’esaurimento delle forze e che vuole avere sempre l’ultima (brutta) parola.

Non se ne andrà nessuno, dal PdL: prova di questo è che Bondi abbia dato le dimissioni. Oh, così come non se n’è mai andato nessuno dal Pd, che pure perde confronti elettorali a grappolo.

La classe politica più vecchia d’Europa dovrebbe fare tutta un passo indietro: e lo dico a costo di rovinare la festa meritata a due delle più importanti città d’Italia.

Di |2024-06-02T17:18:18+02:0031 Maggio 2011|Categorie: Taxman, Tomorrow Never Knows|Tag: , , , , , , |2 Commenti

Un altro offMaps

Domani a Bologna dovevano esserci gli Happy Mondays, ma niente, il concerto è stato annullato. Siamo però qui pronti a darvi un’alternativa: a Leggere Strutture, in via Ferrarese, con la complicità dell’Officina Letteraria Ultima Sigaretta, ci sarà un nuovo appuntamento con offMaps. Si tratta di una “trasferta” della trasmissione radiofonica che conduco ogni pomeriggio: rimane la formula della chiacchiera libera e del minilive, ma tutto viene fatto dal vivo, e non irradiato. Insomma, o siete là presenti, dalle 21 circa, o ciccia.

L’ospite di offMaps@Leggere Strutture sarà Marco Parente, che da qualche mese ha pubblicato il suo disco La riproduzione dei fiori. Chiacchiererò con lui del suddetto disco e di altre amenità, e lui suonerà dei brani del disco in una speciale versione acustica, con voce, chitarra e piano. Marco sarà ospite di Maps domani pomeriggio.
Insomma, siateci. Gli Happy Mondays, comunque, non vi meritavano.

Di |2024-06-02T17:22:09+02:0026 Maggio 2011|Categorie: Eight Days A Week, I'm Happy Just To Dance With You|Tag: , , , , , , |Commenti disabilitati su Un altro offMaps

Il silenzio come arte d’élite

E quindi niente più depliant al Museo della Memoria di Ustica: pare che un ex-alto-papavero dell’Aeronautica abbia querelato il Comune. La prima immagine che ho avuto è quella di un museo (che non ho colpevolmente mai visitato, ma che in qualche modo conosco) silenzioso, che mostri solo i reperti, su cui troneggiano i resti ricostruiti della carlinga dell’aereo precipitato quella notte. “Che immagine imponente!”, ho pensato sulle prime.

Però poi ho riflettuto un po’, e ho pensato che in questo modo si perderebbe molto del potere di quello che è un monumento all’oscurità del Paese, il segno di una verità ancora nascosta e della forza di chi resiste per svelarla. Questo perché l’Italia è un Paese in cui, come in molti altri, la gente riflette sempre meno e, soprattutto, ha bisogno di stimoli immediati, chiari, diretti e concisi. Altrimenti la gente non capisce.

Chi ha compreso (e in parte ha favoreggiato) questo carattere del nostro popolo, vince le elezioni da anni e anni, riempiendo di sue parole e immagini tutto il riempibile; e, quando gli viene fatto notare che ci sono delle regole per cui non si può agire in tal modo, dice che “gli impediscono di parlare”.

Quindi quella arrivata ieri è una brutta notizia: perché i resti di quell’aereo per molti, per quanto incredibile sia, non credo che dicano abbastanza.

Di |2024-06-02T17:24:27+02:0025 Maggio 2011|Categorie: Taxman|Tag: , , , , |Commenti disabilitati su Il silenzio come arte d’élite

Cattività

Ultimamente mi rendo sempre più conto di quanto le persone, a volte anche quelle vicine, siano diventate scorbutiche, scortesi, ringhianti, non riconoscenti.

Persone a cui chiedi al telefono, di persona o in chat “Come va?” e hai una mezza risposta che non comprende quasi mai un “E tu?”. Persone che si sembrano vantarsi di essere cattive, di rimproverare in maniera aspra la gente, di essere dure.

Be’, andate dolcemente a quel paese. Perché non credo che sia questo tipo di atteggiamento a migliorare le cose. Si può avere un riscontro immediato, una reazione di timore (reverenziale?), un problema che momentaneamente viene spazzato via da un tono di voce scortese o aggressivo.

Ma ciò che si immette nella giornata propria e degli altri non è qualcosa di positivo.

Ora, non prendetemi per buonista, né per buddista, sarebbe un errore: tuttavia affermo fieramente di credere nella cortesia, nell’attenzione verso gli altri e quindi, in buona sostanza, nel fare un passo indietro, nel togliersi dai riflettori per osservare, umilmente e al buio, tutto il resto.

Probabilmente questo mio modo di fare non mi renderà mai ricco, potente o importante, ma statene certi: morirò felice e libero.

Libero, sì, perché credo che parte di questi atteggiamenti siano imputabili a un malessere, a una costrizione, che sia sociale, psicologica, personale o lavorativa. La bontà è la virtù dei forti, perché per dare bisogna avere. Chi non ha, ruggisce, e il rumore provocato dalla sua stessa voce gli impedisce di ascoltare gli altri.

Sono forse allegorico (ma non barocco), vecchio (ma non vintage), ingenuo (ma non naif)? Pazienza.

D’altro canto, credere nella bontà, nella riconoscenza e nel prossimo nel 2011 fa di me istantaneamente un illuso o addirittura un emarginato, o quasi, sebbene io non cerchi per nulla di raggiungere questo stato.

Mi ci trovo, talvolta, e quando tutto si fa troppo duro, ricerco nella memoria (recente o remota) i sorrisi, gli attestati di stima e d’amore che ho ricevuto. Forse non sono migliaia, ma sono certo che non siano stati estorti con urla reali o metaforiche: sono stati spontanei.

E, proprio per questo, valgono moltissimo.

Di |2024-06-02T17:30:40+02:0023 Maggio 2011|Categorie: I Me Mine|Tag: , , , , , |Commenti disabilitati su Cattività
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