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Ti racconto una storia

Tutti i racconti di Ali Smith potrebbero cominciare così, con un’interpellazione al lettore quasi sgraziata, che qualcuno potrebbe trovare superflua: uno sguardo in macchina proibito dalla grammatica del cinema, e sicuramente usato in maniera ruffiana da qualche scrittore. E invece i racconti che compongono La prima persona, ultima raccolta dell’autrice scozzese, sono puri e semplici come una chiacchierata. Creando un momento completamente surreale in un banale supermercato, o discutendo con la se stessa quattordicenne nella cucina di casa, l’io narrante di queste short stories affascina proprio per il modo che ha di raccontare. Ogni tanto si incontrano delle persone che rendono interessante il più banale degli accadimenti: ecco, Ali Smith, nella vita di tutti i giorni, è sicuramente una tipa del genere. Quando prende la penna, però, il taglio che dà al vituperato e, allo stesso tempo, celebrato quotidiano è illuminante.Illuminante nel senso proprio del termine: dalle righe di questo libro scaturisce la luce, o forse le parole riescono a rifrangerla in maniera tale che il lettore veda le parole e le cose di tutti i giorni in un modo completamente diverso, provando una specie di epifania pagina dopo pagina. Ci siamo tutti, in questi racconti: siamo noi l’operaio che rimane bloccato in un’intercapedine, viene licenziato e cerca un lavoro identico al precedente. Siamo noi quelli che rispondiamo male alla persona che ci ama, e ce ne pentiamo subito dopo per ripetere lo stesso errore. Siamo noi che, in letti e stagioni diverse, abbiamo la sensazione di vivere e rivivere le stesse esperienze, salvo poi non riuscire a farne tesoro e quindi commettere gli stessi sbagli.La Smith, in questo, è davvero eccellente, ma non si limita a rileggere il quotidiano. Il primo racconto della raccolta, per esempio, intitolato non a caso “Vero racconto breve” è un vero e proprio saggio sull’arte e sulla bellezza del racconto: ma di questo ci si accorge solo alla fine, quando l’occhio scorre oltre l’ultima parola del testo e si ferma, per un attimo, sulla pagina bianca che la segue. Fino a un minuto prima il lettore crede di assistere ad una serie di conversazioni tra l’autrice e una sua amica, o origlia con lei le conversazioni in un bar. Poi, si rende conto che è tutto lì, che la cosa più bella di chi narra è il fatto stesso che lo faccia, e ascoltare le parole scritte è pura gioia. Quindi non serve altro se non rispondere “Sì, dai”, quando, tra un racconto e quello successivo, si sente distintamente una voce che dice “Ti racconto una storia”.

Completamente notte adesso fuori casa mia e soltanto le sei di sera. Tutti i lampioni sono accesi. Tutte le macchine nella città oltre questa via stanno andando a casa o allontanandosi da casa, facendo il rumore che fa il traffico in lontananza. Più vicino a casa, nel giardino pubblico non illuminato, sotto un cielo che promette ghiaccio, qualcuno a noi invisibile passa in bici su uno dei sentieri, e grida a squarciagola. Ti amo. Difficile dire se è un uomo o una donna, poi nel buio grida quello che sembra un nome, lo grida nell’aria stellata sopra tutte quelle migliaia di morti antichi, e poi di nuovo le parole ti amo, e poi di nuovo il nome.
La me stessa quattordicenne guarda verso la finestra e lo faccio anch’io.
Hai sentito? diciamo all’unisono.
(Ali Smith, La prima persona, Feltrinelli, Milano, 2010, p. 113. Traduzione di Federica Aceto.)

Di |2010-03-01T08:20:00+01:001 Marzo 2010|Categorie: Paperback Writer|Tag: , , , , |Commenti disabilitati su Ti racconto una storia

Produci, consuma, crepa

Ancora una volta mi trovo in bilico con uno dei miei lavori. Intendiamoci, niente di imprevisto o di illegale: semplicemente, mi scade un contratto. Credo che, in dieci anni di lavoro, sia la decima volta che mi scade un contratto il cui rinnovo è incerto. Una situazione logorante, che condivido con molti di voi, e che noi abbiamo in comune con tante altre persone che conosciamo. Ma non con tutte.
Eh già: perché chi come me lavora in ambiti che vanno dal giornalismo all’intrattenimento, dai media alla pubblicità, dal cinema al teatro ha una tara in più. Noi, semplicemente, non siamo produttivi. I libri, le trasmissioni radiofoniche, le sculture, le personali di pittura non aumentano il PIL. Gli articoli di giornale non si mangiano, i dischi non procurano carburante, non ci si può vestire con un copione teatrale. Una minuscola parte di questi prodotti viene scambiata a cifre altissime (vedi il budget plan provvisorio della sezione fiction RAI 2010 postato nel blog della SACT), ma per il resto, non ci sono che briciole.
Niente di male, eh. Voglio dire che è del tutto ovvio che un medico (che salva vite umane e quindi mantiene la forza lavoro) venga pagato più di uno sceneggiatore televisivo: ma quello che manca, a chi lavora nel campo culturale, è la dignità. La dignità viene tolta accettando di scrivere cose per altri senza il diritto di firma, sopportando (perché non c’è altra scelta) stipendi ridicoli, non avendo contratti, continuando a subire soprusi nel nome di un “mestiere” che, in quanto “divertente” e non legato a orari (secondo le logiche comuni), può essere fatto gratis. Ma perché, dico io. Qualunque mestiere dovrebbe avere dignità: lo dice la Costituzione, no? Poi, non è detto che chiunque abbia il diritto di fare tutto: dovrebbe entrare in campo la meritocrazia. Io ho il diritto di studiare medicina, poniamo, ma se i risultati che conseguo non sono sufficienti, bene che vada (e non è detto) andrò a fare l’infermiere. Non tutti sanno scrivere, per fare un altro esempio, c’è che si farlo meglio di altri, e va bene. Però è corretto, eticamente, che chi scrive, per dire, e lo fa con merito (un traguardo che è ben lungi dal raggiungimento, per quello che mi riguarda), abbia un compenso adeguato a una vita dignitosa. E invece mille euro al mese sono spesso un miraggio: non è un’esagerazione.
Ma, giusto, ho parlato di meritocrazia, la grande assente (assieme a molti diritti) nel panorama nazionale. D’altro canto, direte voi, se uno è bravo, e quindi offre un prodotto di qualità, perché non mantenerlo: conviene, giusto? Certo, se della qualità importasse davvero qualcosa a qualcuno in Italia. Ormai nel Paese la prospettiva che hanno le classi dirigenziali è quella di un miope stanco che ha perso gli occhiali. Non si riflette sul lungo termine, ma neanche sul medio: gli investimenti (che parolona) si fanno sull’hic et nunc, si pensa a rattoppare di continuo, senza considerare l’idea che mille toppe costano più, a conti fatti, di un rifacimento totale della struttura (qualunque essa sia, rimanendo nella metafora da carpentiere). E perché accade questo? Perché gran parte delle decisioni viene presa da persone che hanno davanti a loro, considerando la media dell’aspettativa di vita italiana, da dieci a vent’anni per scorrazzare su questo mondo. Non importa se il prodotto è più scarso di prima, l’importante è che costi meno, e che quindi i margini di guadagno siano più alti, per garantire ricche vecchiaie, sostanziose eredità e onorevoli funerali a chi comanda. Quindi è facilissimo, in questi campi di lavoro che dall’esterno paiono così divertenti e fichissimi, che tu venga sostituito da uno che ne sa molto meno di te, ma è disposto a lavorare per la metà di quello che prendi, sebbene il tuo salario sia già una cifra ridicola. E se si guarda bene, nella fila che si srotola fuori dalla porta del tuo ufficio (se ce l’hai), forse c’è qualcuno che farebbe gratisquello che fai tu, anche se non sa come si usa un congiuntivo.
Non leggete quello che ho scritto come uno sfogo personale: io, per alcuni versi, sono fortunato. E gli esempi che faccio esulano dal mio quotidiano, sebbene non siano del tutto distanti dalle mie esperienze. Ma io, come tanti altri, sono uno che produce qualcosa di impalpabile. “Un cazzo”, direbbe Brunetta, con il suo imprescindibile savoir faire, ed è questa l’idea che ormai passa. Chi fa cultura non fa un cazzo. Vero, tanto più che questo è un Paese dove ormai la panza ha soppiantato del tutto l’anima: a che servono i libri, i film, le canzoni non da Sanremo? A che serve investire sulla creatività giovanile, dare spazio a chi ha meno di trent’anni (e con la scuola così ridotta, i giovani si mantengono ignoranti, che genialata)? A chi importa di curare chi può portare delle nuove idee (da quanto tempo l’Italia non produce idee innovative, per non parlare di tutto il resto?): è la panza che va nutrita. E io, sempre di più, mi sento uno stuzzicadenti usato per togliere i resti di carne dalla bocca di chi (ci) mangia.

Un altro appuntamento con Off Maps @ Modo Infoshop!

Dopo quel che era stato a ottobre, noi di Maps ci trasferiamo di nuovo nelle accoglienti stanze del Modo Infoshop, per un incontro con Luca Trambusti, autore di Consapevolezza, un bellissimo libro (edito da Arcana) sugli Area e Demetrio Stratos.
Ma domani non parleremo soltanto di questo: insieme a Michele Orvieti della Trovarobato e Oderso Rubini, storico produttore italiano, parleremo di cosa vuol dire creare un progetto discografico e capiremo come e quando si interseca con il contesto socioculturale in cui nasce.
Per saperne di più, andate qua: in ogni caso ci vediamo domani alle 2130 da Modo.
P.S. Se vi va, questo pomeriggio, sì, proprio oggi intorno alle 16 a Maps abbiamo ospiti Ninni Bruschetta e Francesco Pannofino: già, Duccio Patanè e Renè Ferretti di Boris. La terza stagione inizia il primo marzo e che, ce la vogliamo perdere una chiacchierata con loro?

Punto sul grosso

Chatroulette è qualcosa di incredibile. Se non sapete cos’è, funziona così: ci si collega al sito, si accende la cam e si viene connessi a caso con un utente. Premendo F9 si salta ad un altro utente e così via.

A parte il fatto che dopo un po’ si viene presi da convulsioni, e che in mezz’ora ho visto più membri maschili di quanti ne abbia visti in tutta la sua vita un primario di urologia, è fantastico vedere cosa la gente mette in cam.
Una parata di pupazzi, volti mascherati, cartelli veri o digitali, e gente mascherata che si accoppia con pupazzi, per chiudere il cerchio.
Ecco una ventina di screenshot presi durante un paio di “sedute”.









Di |2010-02-15T08:42:00+01:0015 Febbraio 2010|Categorie: I Am The Walrus, I've Just Seen A Face|Tag: , , |4 Commenti

Riportando la guerra a casa

Con la presentazione di La guerra in cucina che terrò domani alle 16 alla Libreria Ubik di Gorizia, si conclude, almeno per ora, il primo breve tour di promozione del libro. Ed è bello che si concluda nella mia città natale, dove, in realtà, diversi racconti che compongono il libro sono stati pensati (molti) e ambientati (qualcuno).
Ovviamente, se qualcuno di voi ha contatti con librerie, circoli vari, associazioni e simili, in una delle vostre città, non esiti a contattarmi: vorrei fare girare il libro ancora un po’. E attendo sempre le vostre mail, per capire, nel caso l’abbiate letto, se vi è piaciuto o no.

Update
: l’articolo de Il Piccolo di oggi. Però.

Di |2010-02-12T08:44:00+01:0012 Febbraio 2010|Categorie: Eight Days A Week, Paperback Writer|Tag: , , , , , , |Commenti disabilitati su Riportando la guerra a casa
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