I’m Happy Just To Dance With You

RicordaRivoluzioni

Sento per bene solo adesso, dopo mesi dalla sua uscita, il disco d’esordio degli Offlaga Disco Pax, Socialismo tascabile (prove tecniche di trasmissione).
I richiami musicali sono evidenti: senza sforzarsi troppo, viene subito in mente lo stile dei CCCP, quello più parlato e meno legato al punk. Ma il richiamo è solo superficiale, e non può andare più a fondo, se vogliamo guardare bene, perché sono passati degli anni importanti.

I CCCP suonano sentendo nell’aria la caduta del blocco sovietico: descrivono il mutamento in atto sotto i loro occhi, cosa difficilissima, e tentano di fissarne alcuni punti, tra un pezzo e l’altro dei loro dischi.
Gli ODP iniziano a suonare quando l’89 è passato da un pezzo. La loro operazione, quindi, è dichiaratamente un recupero della memoria, dell’Italia socialista (e quanto è difficile ormai associare il nostro paese a questo aggettivo senza pensare a Craxi bersagliato di monetine fuori dall’hotel Raphael, almeno per chi, come me, è nato alla fine degli anni ’70), dell’Emilia rossa, la stessa regione – ma decisamente non gli stessi luoghi – nella quale vivo da quasi dieci anni. Cavriago, un paese alle porte di Reggio, come capitale dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Italiane. Cavriago e la sua via Carlo Marx, e il busto di Lenin, tuttora sindaco onorario del paese.
L’infanzia aromatizzata al cinnamon, i racconti di partigiani narrati dagli stessi partigiani, il partito comunista al 70, ma anche 80 per cento.
Gli ODP sanno che tutto questo non esiste più, non si rifugiano nel ricordo, lo evocano, con oggetti, sapori, frasi, toponomastiche, in un’operazione che non può non ricordare quella di Matteo B. Bianchi (e di altri prima di lui). E non si vergognano di usare parole come socialista, nel senso vero del termine, di chiamare la figlia del sindaco “compagna”, ma senza il sorrisetto ironico che usiamo “noialtri”, nati irrimediabilmente post.
Ma non pensiate che gli ODP siano seriosi: come tutte le persone intelligenti usano l’ironia nelle giuste dosi, quando più serve, e, prima che suonare, scrivono dei racconti bellissimi che hanno forza evocatrice per tutti. Anche per me, così lontano da tutto questo.

Penso a me, da piccolo, nella sezione del Partito comunista, in una città che rimarrà sempre e comunque democratico-cristiana, anche quando il primo di questi due termini perderà irrimediabilmente di significato. Penso a me più grandicello, che raccolgo firme nel corso della cittadina e prendo insulti, o, quando va bene, occhiatacce. Penso a me, che sogno l’Emilia cantata dai CCCP, e invece mi trovo a due passi qualcosa che sta cambiando, la Slovenia, della quale non riesco ad avere un’occhiata approfondita e critica, perché tutto è troppo veloce, rapido, e si muove al ritmo schizoide, fatto di esaltazione e depressione, delle droghe sintetiche che sono così diffuse tra i miei coetanei “di là dal confine”. Penso a me a Bologna, appena arrivato, e a come sguazzo in quello che apparentemente mi sembra un “mondo giusto”, ma che in realtà è, anch’esso, drammaticamente in fase di rapida mutazione.

Penso che, di un sacco di cose, non ho i miei ricordi, ma quelli degli altri.
Grazie, Offlaga Disco Pax, perché mi avete regalato una nostalgia di cui posso appena distinguere i contorni.

Se non conoscete gli ODP, manderò qualche loro pezzo stasera a Monolocane. In diretta dalle 2230 sulle frequenze di Città del Capo – Radio Metropolitana, o in streaming qui o qui.

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Ani Difranco a Monolocane!

Stasera, a Monolocane, riproporrò l’intervista telefonica che ho fatto martedì a Ani Difranco, già andata in onda a Patchanka. Una chiacchierata di una decina di minuti, in cui si è parlato molto di Knuckle Down, l’ultimo disco di Ani, ma anche della difficoltà di rendere poetica l’espressione “corporazione multinazionale”.
Dalle 2230 alle 0030 sui 96.3 o 94.7 MHz di Città del Capo – Radio Metropolitana, se stasera siete nei regi confini bononiensi. Se no, potete sentire il tutto in streaming dal sito della radio o su RadioNation.
(Se stasera andate a sentirla a Milano, beati voi. Potrete recuperare l’intervista da venerdì sulla pagina del programma, come al solito.)

Ora qui!

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Di cosa parlano quando parlano d'amore

La prima volta che ho sentito The Plural of the Choir, o quantomeno la sua penultima versione, è stato in una sera d’estate, credo ad agosto, seduto nella camera del fratello di Emilio, uno dei due chitarristi dei Settlefish. Da subito ho colto l’intimità del disco, anche grazie alla particolare situazione di quella sera. In silenzio davanti ad un computer per quaranta minuti scarsi, a bocca aperta.
Il mio amore per i Settlefish non è cosa nuova: conservo ancora con cura uno dei loro primi demo, il “tre tracce” che poi ha dato vita al loro primo disco per Deep Elm, Dance Awhile Upset. E di loro ho sempre apprezzato la grande apertura musicale, l’ottima preparazione tecnica e il loro naturale sfuggire della loro musica da qualunque tipo di etichetta.
Con il loro ultimo disco si va oltre, perché c’è un impressionante miglioramento della qualità di scrittura della musica, diretta e modesta (nel senso migliore del termine), nonostante la puntigliosa produzione di Brian Deck. I Settlefish stavolta parlano d’amore, e di relazioni che finiscono, con canzoni per lo più brevi, con un’attitudine pop nel vero senso del termine, e si mettono a nudo con semplicità, cercando l’unico rifugio, se così si può chiamare, nei testi sempre abbastanza ermetici di Jonathan, che però si lascia sfuggire un “the warmth i get when i play when i play in this band.” (“Ice in the Origin”). È calore, non è “emo” o “indie”.
Provate ad ascoltare The Plural of the Choir in cuffia, mentre passeggiate, e guardatevi intorno: vi sembrerà la colonna sonora di un film. Questo non è una novità. Ma il film che vedrete sarà bellissimo.

(Se volete vederli, non perdetevi il release party di The Plural of the Choir, venerdì prossimo al Covo.)

The Monolocane Sessions (John Peel, si fa per scherzare, eh)

Puntata decisamente speciale quella di Monolocane di stasera. Infatti, saranno miei graditi ospiti in studio Jonathan Clancy e Bruno Germano dei Settlefish, che presenteranno per la prima volta in radio alcune tracce del loro ultimo disco The Plural of the Choir, in uscita tra pochissimo per Unhip records, in versione acustica.
Roba grossa, amici. E delicata allo stesso tempo, come piace a noi.
Dalle 2230 alle 0030 sui 96.3 o 94.7 MHz di Città del Capo – Radio Metropolitana, se pasteggiate a lambrusco e tortellini. Se no, potete sentire il tutto in streaming dal sito della radio o su RadioNation.

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Apparizioni (e sparizioni): il ritorno degli Slint

Brian McMahan

Ci sono degli accadimenti che, appena vengono annunciati, diventano “eventiimperdibili”. Ovviamente il concerto al T.P.O. degli Slint è uno di questi. Prima per molti motivi concordavo con lei, soprattutto perché, intorno a me, si pompava la cosa come non mai, e quando le cose si pompano come non mai, divento automaticamente sospettoso. E quindi, il sapere che il tour europeo degli Slint, dopo l’annullamento della data di Barcellona, prevedeva Bologna come unica data del sud Europa; sapere che avevano chiesto un bel po’ di soldi, e quindi il biglietto non sarebbe stato a prezzi popolari; sentire persone che dicevano “è meglio essere lì verso le nove”, quando mai al T.P.O. ci sono andato prima delle dieci; sentire dagli organizzatori che c’erano oltre ottocento prenotazioni, anzi, sentire che c’erano delle prenotazioni per un concerto al T.P.O… Insomma, mi stava passando la voglia di andarci.
Ma mi sono trovato dentro, con un bel po’ di euro in meno, un timbro verde sulla mano destra, e l’idea comunque di vedere qualcosa di bello, ma in maniera disagevole. E invece…

E invece, grazie a C., e soprattutto ai suoi amici fonici, mi sono visto tutto il concerto seduto praticamente sul palco, ad un paio di metri dagli Slint. Ma andiamo con ordine.
Ad aprire, i Radian, un gruppo che basta sentirlo per un paio di minuti per capire che sono germanici (austriaci, in questo caso), nel migliore senso del termine. Non li conoscevo, ma mi hanno affascinato. Vicino a me e a C., seduto fumante e bevente birra di continuo, un non ben identificato ciccione. Abbastanza brutto, ma mansueto: comunque un po’ inquietante.
Finalmente salgono sul palco gli Slint. Già, il palco. Dopo il concerto dei Radian, il palco viene preparato dall’entourage degli Slint, in questo modo. Ogni amplificatore viene segnato con un nastro rosa fosforescente, ogni sporgenza, idem. Non solo: viene anche segnato con delle frecce rosa il percorso che va dal “backstage” al palco, andata e ritorno (da notare che il percorso è lo stesso). Guardo e non capisco. Comunque.
Il concerto degli Slint è potente, e mi rendo conto che il ciccione birra-e-sigarette è il bassista del gruppo. Già, infatti, chi li conosceva gli Slint? Io ammetto la mia ignoranza musicale, ma Spiderland l’ho sentito per la prima volta un paio di anni fa, come molti di voi che state leggendo, credo (e se non l’avete, compratelo, veramente: se non vi piace vi restituisco i soldi di tasca mia). Immediatamente, anche senza etichette preventive (tipo “ha dato il via al post-rock”), ci si rende conto che è un capolavoro, esattamente come mi bastano le poche note iniziali del primo pezzo per capire che questi Slint vengono da qualche altra parte e da qualche altro tempo. Credo siano uno di quei gruppi che, anche se venissero ibernati e poi scongelati tra vent’anni, per un’altra reunion, lascerebbero comunque tutti a bocca aperta. Mi godo il concerto da seduto, e ogni tanto i fonici portano pure da bere a me e a C. Noti volti della scena musicale bolognese mi guardano, dalla platea e da bordo palco, con un’espressione che pare dire: “Cazzo è quello? Che ci fa lì lui?” Io me ne sbatto e mi beo di David Pajo ad un paio di metri da me.
Brian McMahan è messo in modo tale da essere rivolto proprio verso di me, quando canta. Mi sento come se fossi nella loro sala prove, in certi momenti del concerto, ed è una sensazione incredibile. Perché sembra proprio di vederli, questi quattro ragazzini, mentre pensano e provano quattordici anni fa la manciata di pezzi dei loro due album. Silenziosi e perfetti, così diversi dal gruppo che veramente esplose nell’anno in cui uscì Spiderland, i Nirvana.
Non riesco a seguire i diversi pezzi, mi sembra che sia un’unica canzone (e qui sta la grande differenza della mia percezione della serata rispetto al resto del pubblico: è stato un concerto continuamente interrotto, tra un pezzo e l’altro, da almeno cinque minuti di pausa), come un respiro.
E i respiri possono finire di colpo, senza alcun avviso. Gli Slint, dopo l’ultima nota, sono usciti senza dire una parola, niente di niente, ma proprio niente.
Immagino siano tornati nel luogo e nel tempo da dove sono venuti, seguendo delle frecce colorate.

The sun was setting by the time we left. We walked across
the deserted lot, alone. We were tired, but we managed to smile.

Però non hanno neanche sorriso.

Slint, live at TPO, Bologna, Italy – Photoset

Tutta la Farina del suo sacco (sapevo che non avrei resistito)

Stasera a Monolocane, intervista esclusiva (sì? Mah, non so, mica sono il primo che lo intervista…) a Geoff Farina, il leader dei Karate. Una decina di minuti di chiacchierata, in cui abbiamo parlato, tra le altre cose, di Bob Dylan, Ernest Hemingway, Chris Brokaw, Leonard Cohen, Frank O’Hara, del concetto di “indie”, della soluzione al non saper cantare.
Dalle 2230 alle 0030 sui 96.3 o 94.7 MHz di Città del Capo – Radio Metropolitana, se per voi Sirio non è solo una stella. Se no, potete sentire il tutto in streaming dal sito della radio o su RadioNation.
Ah, per voi che non potete sentire la trasmissione in diretta, ma vi piacerebbe tanto sentire l’intervista: tranquilli. Entro un paio di giorni sarà pubblicata qua.

Ecco l’intervista!

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Excuses

L’ultima volta che ho visto i Karate era il febbraio di due anni fa. Li aspettavo con ansia, anche se il disco che stavano portando in tour era (ed è) quello che mi piace di meno, Some Boots. Il concerto era stato bello, con Geoff Farina che cantava e suonava senza guardare niente e nessuno. I Karate erano usciti, poi erano stati richiamati sul palco del Covo e avevano iniziato il bis. Ma al secondo pezzo era successo qualcosa, Farina se n’era andato senza dire praticamente nulla, lasciando bassista e batterista senza parole, letteralmente ghiacciati. E così il pubblico.
Arrivare ieri al TPO con l’idea di intervistare lo stesso Farina mi agitava. Mi ero preparato le domande, guardando altre interviste, cercando di non ripetere sempre le stesse cose, provando a misurare le parole, con il terrore di “sbagliare”, e che lui si girasse e se ne andasse, senza una parola. Quella era la sua ultima immagine nei miei occhi. E invece no, è stato gentile, carino e moderatamente chiacchierone, ma soprattutto rilassato (potrete sentire l’intervista giovedì).

E poi il concerto. Dopo un inizio in sordina (Bob Corn, lo ammetto, non l’ho sentito), il macello fatto dai Redworms’ Farm è devastante: il batterista si presenta a petto nudo, ma non ha l’aria dello sbruffone, anzi. Certo, fa una certa impressione vederlo così quando metà del pubblico ha addosso il cappotto e l’altra metà inizia a percepire netti segni di congelamento. Ma basta il primo pezzo per capire che avrà caldo anche mezzo nudo: rigido come un robot e pesante come un carroarmato è lui che guida il terzetto brano dopo brano, sparando sulla batteria con una precisione e una velocità incredibile. Mentre suonano, penso ad una dichiazione di Farina sull’inutilità dell’eccessivo volume quando si suona e immagino il cantante dei Karate riparato dietro il bancone del merchandising. I Redworms’ Farm concludono un set tiratissimo quando il batterista inizia a fumare (non nel senso che si accende una sigaretta: fuma proprio dalla testa, dalla schiena, dalle spalle). Forse è un segnale convenzionale.

Quando il palco è sgombrato, sembra che anche il rumore del concerto precedente si sia diradato: l’unica costante è il freddo. I Karate escono, e attaccano con “Alingual”, una delle canzoni più lente dell’ultimo disco Pockets. Sono così: o ci stai, o puoi andartene a bere qualcosa. Loro suonano e basta, per loro stessi e per chi li vuole ascoltare. Sì, anche per quei tre fan dei Redworms’ Farm completamente ubriachi che continuano a gridare “karate” per tutto il tempo, tanto che mi verrebbe da avvicinarmi a Geoff Farina e sussurrargli: “Oh, non ci badare, eh. Sta’ qua, finisci il concerto, su, su, dai.” Ma Farina sta bene, abbozza qualche parola in italiano, senza dire “spaghetti”, saluta, ringrazia, dice che ha il naso chiuso, continua, suona, improvvisa. Soltanto un paio di pezzi da Some Boots, più di qualcuno da Unsolved, i necessari richiami all’ultima uscita.
Prima del concerto, alla fine dell’intervista, gli avevo chiesto se in scaletta ci fosse Caffeine or me. “Sì”, mi ha detto.

excuses are okay
however senseless they might be
and senseless is to say
that they don’t make sense to me
excuses are okay
however senseless they might be
excuses are okay

Adesso te lo posso dire, Geoff: ci sono rimasto molto male, l’ultima volta che ci siamo visti. Un professionista come te che, per un errore, se ne va così. Ma prendo il vostro concerto di ieri come una meravigliosa e lunghissima scusa, priva di senso come a volte è la Musica.

1994

Jar of Flies degli Alice in Chains, Ill Communication dei Beastie Boys, One Foot in the Grave, ma anche Mellow Gold, entrambi di Beck, Parklife dei Blur, il primo disco omonimo dei Future Sound of London e dei Korn, il disco omonimo (ma non primo) dei Kyuss, il primo disco di Marilyn Manson, Far Beyond Driven dei Pantera, Crooked Rain Crooked Rain dei Pavement e poi Dummy dei Portishead, Superunknown dei Soundgarden e Experimental Jet Set, Trash and No Stars dei Sonic Youth. E, ovviamente, come dimenticare lo “sdoganamento” “punk” di NOFX e Green Day (Punk in Drublic e Dookie) e il viaggio nel corpo umano di Vitalogy dei Pearl Jam. Il primo disco dei Weezer. L’ultimo concerto dei Nirvana. La nuova edizione di Woodstock.
Basterebbero questi titoli e questi eventi, e chissà quanti me ne sono dimenticati, per stabilire l’importanza di un anno cardine per la musica, la società e la cultura del decennio. Ma ne aggiungiamo un altro, The Downward Spiral, il capolavoro dei Nine Inch Nails.
Trent Reznor ha fatto uscire alla fine dello scorso novembre una versione deluxe del suo TDS dieci anni dopo la sua pubblicazione. A guardare bene, però, Reznor non celebra soltanto il decennale del disco, ma del suo 1994. Nel secondo cd della confezione, infatti, troviamo tracce pubblicate in quell’anno dai NIN con demo, remix, b-sides e pezzi scritti per o finiti nella colonna sonora de Il corvo e di Natural Born Killers (se dovessimo parlare anche dell’importanza extra-cinematografica di alcuni film di quell’anno non la finiremmo più). Quindi non solo una celebrazione di un disco, ma proprio di un momento nella musica popolare in senso lato.
Si dovrebbe fare un discorso lungo e articolato sulla forma di remixing che Reznor ha dei suoi pezzi: si tratta spesso, anche se non sempre, di vere e proprie seconde lavorazioni, come se il pezzo “normale” fosse materiale grezzo, e il mix (o il remix) sia il prodotto finito. Il remix a cui è stato sottoposto TDS per questa nuova versione deluxe non è stato assolutamente invasivo (visto che l’album del 1995 dei NIN, Further Down the Spiral, è già un remix di TDS), ma ha sfruttato le possibilità tecniche per fare del disco ancora di più un’esperienza sonora.
Molti, infatti, hanno definito TDS un concept album sulla follia, o meglio, sugli ultimi momenti della vita di un pazzo. I testi, in effetti, lasciano poco spazio ad altre interpretazioni. Già dalla prima “Mr Self Destruct” (che riprende il campionamento di un pestaggio del film THX 1138), si parla di uno sdoppiamento psicotico: “I am the voice inside your head / And I control you”. Ma la spirale del titolo la percorriamo anche noi ascoltatori: Reznor ha un senso visivo piuttosto spiccato e grazie cinematografico remix surround 5.1 riusciamo ad addentrarci nella mente del protagonista, tra momenti quasi sognanti e altri più violenti, per non uscirne più. Al massimo si può seguire Mr Self Destruct in qualche delirio pseudo onirico (“Piggy” e “March of the Pigs”), per piombare poi in spietate autoanalisi (“Ruiner” e “The Becoming”). C’è un tema musicale ricorrente (ovviamente discendente, che mima la struttura narrativa dell’album) e delle parole che compaiono più volte nel disco. “Nothing can stop me now” è l’espressione più presente, e pare un presagio continuo della fine, una fine annunciata già dal titolo della prima traccia (“Mr Self Destruct”), ma anche una liberazione. Se ogni canzone, infatti, vede il protagonista che agisce o subisce qualcosa in senso violento e assoluto (la differenza è di poco conto, visto il solipsismo imperante), il “niente può fermarmi, ora” dà un senso di libertà di percorrere la spirale discendente fino in fondo, senza costrizioni e impedimenti.
“Eraser” è preceduta da “A Warm Place”, l’unica traccia strumentale del disco, ed è una canzone rilassata e tremenda: “ho bisogno di te / ti sogno / ti trovo / ti assaggio / ti scopo / ti uso / ti taglio / ti rompo / lasciami / odiami / sbattimi / cancellami” e nel libretto non è riportato l’ultimo “kill me”, urlato tra i rumori. Ma l’ultimo pensiero prima del suicidio, che avviene “fuori campo”, è per una donna (“Reptile”), che la mente del protagonista, ovviamente, vede come dolce e infetta allo stesso tempo. L’ultima frase del testo è “I am so impure”, e poi si passa alla title track, in cui sembra che ci sia qualcuno che parli della scena del suicidio dal di fuori, con un brusco cambio di focalizzazione. La canzone si conclude con quello che potrebbe essere un nuovo accenno di follia (“The deepest shade of mushroom blue / All fuzzy / Spilling out of my head”), ma il disco non è finito. “Hurt” è l’ultima canzone di TDS, e credo sia una delle più belle canzoni degli ultimi vent’anni (non credo assolutamente di fare un’affermazione rivoluzionaria, sia chiaro): ma a chi attribuirla? Al suicida, come fosse un ultimo pensiero? Alla voce della traccia precedente, ormai presa anch’essa dalla spirale discendente? A Trent Reznor stesso?
Chi è che muore, alla fine di TDS? Forse Trent Reznor stesso, che si è reso conto, per sua stessa ammissione, di avere fatto un album definitivo, dal quale sarebbe stato difficile tornare indietro, un disco difficile e complesso nei temi, ma che è rimasto il più grande successo dei NIN, sia dal punto di vista del pubblico che della critica. TDS rimane un album duro, che fornisce costantemente materiali per i live, compreso quello di Woodstock del 1994, dove su quindici pezzi solo tre arrivavano da TDS. Ma, estrapolati dal contesto, questi pezzi hanno una forza che si esaurisce nella loro stessa durata, pur rimanendo dei gioielli. Ascoltare e leggere con attenzione la spirale discendente dall’inizio alla fine è tutt’altra cosa. Non credo che Trent Reznor avrà mai il coraggio di ripercorrerla tutta dal vivo: molti dicono che una volta arrivato in fondo alla spirale (e nel secondo disco c’è anche un pezzo che si chiama “TDS: the Bottom”), per Trent non sia stato facile risalire. Ci sono infatti voluti cinque anni per il suo disco successivo, non per niente intitolato The Fragile.
Se si potesse intuire qualcosa della vita di un musicista dai titoli dei dischi che scrive, però, dovremmo dire che Trent è rinato, o che comunque la sua rabbia è di nuovo rivolta all’esterno: With Teeth, il prossimo album dei NIN, è in uscita tra poco più di due mesi.

Bring your friends

Ci vuole tanto tempo per ascoltare i tre cd e per vedere il dvd del cofanetto With the Lights Out. Ogni canzone è difficile da sentire, il suono è spesso sporco e lontano anche dalla raffinata produzione di Nevermind, e da digerire. È istintivo cercare di intravedere nei video il viso di Cobain, ma non è facile. Sembra sempre nascosto, e spesso lo è. Come ha scritto Bertoncelli sul numero di dicembre di Linus, ascoltando i dischi si prova un senso di disagio. Sì, perché per quanto ne sapessimo delle difficoltà private di Cobain, sfociate nel gesto più intimo e privatamente doloroso che si possa immaginare, si sapeva poco della sua musica, del suo modo di sentirla. Non basta avere sentito e letto le sue dichiarazioni di amore e di riconoscenza nei confronti di Melvins, Beatles, Dinosaur Jr e Sonic Youth, tanto per fare quattro nomi. Quando si sente Kurt suonare a casa sua, provare le canzoni, quando lo si vede suonare ventenne a casa di Krist Novoselic sempre rivolto contro il muro, come se volesse sfondarlo con la voce, ecco che penetriamo con violenza una sfera che Cobain stesso ha sempre voluto mantenere privata, a prezzo della vita. E si sente un disagio e un dolore diverso da quello che ci ha colpiti dieci anni e mezzo fa.

Non intendo fare il fighetto. Non sapevo cosa fosse Bleach, prima dell’uscita di Nevermind. La maggior parte di noi ha sentito l’immediatezza di “Smells like teen spirit”, e si è accodata ai suoi accordi iniziali, sentendoli veramente come propri, o solo usandoli per prendere il ritmo e saltare verso altre persone ed altre camicie a quadri svolazzanti. Avevamo bisogno di Kurt Cobain, perché non avevamo nessuno, in quel momento. Dovevamo rifarci al passato, a qualcosa di lontano, che aveva il fascino della morte. E mi fa strano adesso vedere come si pongono di fronte a Cobain gli adolescenti con cui talvolta lavoro. Kurt è come Jim. Niente cognomi, niente gruppi. Solo nomi. Idoli. Qualcuno di appartenente ad un altro tempo, che è morto violentemente e con la coscienza di farlo. Qualcuno che, con Grohl e Novoselic, non dimentichiamolo, ha veramente segnato un’epoca, in sette anni. Sette anni, la gente si stupisce, si meravigliano anche i recensori. “Soli sette anni”, dicono. I Beatles hanno avuto una carriera di otto anni in un periodo in cui i percorsi musicali potevano tranquillamente durare il doppio. I Nirvana hanno avuto un percorso di sette anni quando i percorsi musicali iniziavano ad essere di qualche decina di mesi. Adesso i tempi sono cambiati, due diciottenni su tre (secondo quanto scritto nelle note del disco) non sanno chi sono i Nirvana. Facciamo loro ascoltare qualche canzone, cercando di non sentirci vecchi. Anzi, alziamo il volume e facciamogli sentire “Smells like teen spirit”. Noi, almeno, quella canzone ce l’avevamo.

Il marketing e l’arte della manutenzione radiofonica

Ce l’abbiamo fatta anche questa settimana a mettere in piedi un’altra puntata di Monolocane. Il titolo del post è solo in parte sconclusionato, nel senso che parlerò con lui, l’unico blogger che lavora per una multinazionale, di cosa significa veramente fare il mestiere che fa. Ovviamente domani il nostro sarà licenziato e citato in giudizio per miliardi.
Inoltre, se ce la faccio a prepararla, vi faccio sentire un’intervista con Faso, sì, proprio il suonatore di chitarra basso di Elio e le storie tese, che ci parla di “peer to peer” e di quando sarà possibile scaricarsi sul computer di casa una riproduzione della Venere di Milo.
Come al solito, dalle 2230 alle 0030 sui 96.3 o 94.7 MHz stereo di Città del Capo – Radio Metropolitana, se siete a Bologna. Se siete in qualsiasi altro posto, ma avete un collegamento internet, potete dilettarvi con non uno, bensì due streaming.
Se no, niente.

Update. Stasera telefoneranno a Monolocane i Micecars. Oh.

Ecco l’intervista a Faso!

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