Francesco Locane

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I know a song to sing on this dark night

Esce oggi Crazy Clown Time, di David Lynch: sebbene non si tratti della prima incursione del regista in ambito musicale (basti ricordare che Lynch ha messo le mani nello splendido Dark Night of the Soul, oltre che in svariati album, per non parlare delle colonne sonore dei suoi film e corti), questo è il primo disco firmato tutto da David Lynch, che lo suona insieme a Dean Hurley, ma soprattutto lo canta.

L’uscita del primo singolo, “Good Day Today” (che ha un video, non troppo bello, realizzato dal vincitore di un concorso indetto dallo stesso Lynch), sono stato sviato completamente: ero convinto che il disco si sarebbe rivelato completamente costruito su quei ritmi electro morbidi e che la voce di Lynch fosse un cameo, un’eccezione.

E invece, sebbene l’apertura del disco sia affidata alla riuscita “Pinky’s Dream”, con l’ormai onnipresente Karen O, le seguenti 13 tracce vedono un uso multiforme della voce dell’autore. Una volta è con l’eco, un’altra col vocoder, un’altra ancora resa metallica e quadrata. Ecco il vero debutto del disco: la voce di Lynch. Una voce che pensavo di non riconoscere, ma che ho individuato subito (con stupore) all’uscita della prima anticipazione dell’album.

Allora però non mi sbagliavo solo sulle parti vocali, ma anche sui timbri: Crazy Clown Time è basato spesso, sì, su tappeti e ritmiche elettroniche, ma ci sono diversi brani suonati: solo una batteria e una chitarra, spesso piena di riverbero, che incede lenta su accordi ondeggianti (“Football Game”, “The Night Bell With Lightning”, l’unico strumentale del disco), come se si trattasse di una versione agonizzante di un lento da ballare nella penombra dell’One Eyed Jacks o, chissà, nel nuovissimo Club Silencio, aperto da poco a Parigi.

Non è un caso citare il bordello di Twin Peaks, perché è impossibile separare la musica di Lynch dal suo mondo visivo, oltre che – ovviamente – sonoro. Tutto Crazy Clown Time è inquietante: il titolo del post è preso dal testo di “Noah’s Ark”, ma provate a sentire il brano (tutto il disco è ascoltabile sul sito della NPR), che arranca su una voce spezzata e poi risolve dicendo che la canzone di cui si parla “è la canzone dell’amore”.

O anche la titletrack, che narra il punto di vista di un bambino “su una festa in cortile”, dice la pur bella recensione della Radio Pubblica statunitense. Ehm, no: Suzy e Molly si strappano le camicie, Buddy rovescia addosso alle donne della birra e poi sputa e urla forte. Non si tratta esattamente di un barbecue tra vicini.

La voce di Lynch, quindi, è al centro di tutto, anche dell’ossessiva litania al vocoder di “Strange Unproductive Thinking”, del blues distortissimo di “I Know” (altro video, migliore, “realizzato” con la stessa modalità del primo), delle atmosfere “badalementiane” di “Speed Roadster”, di ogni storia narrata con assoluta serietà e normalità.

È proprio questa attitudine che attira da sempre l’ascoltatore e lo spettatore nel mondo di Lynch: dove sembra tutto normale, perché tutto viene presentato in maniera apparentemente canonica. Le canzoni hanno una struttura riconoscibile, i film sono girati con rispetto assoluto (scena per scena, si intende) per le regole basilari della grammatica: eppure, nascosto tra le ombre c’è un orecchio in un prato, un misterioso ciondolo a forma di gong, una stanza rossa, un sussurro inquietante, talvolta un cantato stridulo che parla d’amore.

Questi tipici indizi lynchiani sono arricchiti dal fatto che, in questo “artefatto”, Lynch non si limita a mettere in scena, ma interpreta: diventa l’amante depresso, il bambino, il folle, mettendosi in prima fila. Ecco perché la voce di Lynch è il vero debutto di questo disco.

Crazy Clown Time non è un capolavoro, perché è troppo lungo, tanto per citare il primo difetto che balza alle orecchie, e non tutti i brani sono riusciti: è un album faticoso, che però ripaga l’ascoltatore quanto più egli vi si lascia andare.

Così come non si può guardare una puntata di “Rabbits” stirando, né perdere l’attenzione durante la visione di un qualsiasi lungometraggio di Lynch, è fuorviante cercare di capire questo disco senza dedicargli completamente l’ora abbondante della sua durata, magari cercando di capire o intuirne i testi mentre lo si ascolta. Dopo ciò, a prescindere dal vostro giudizio, di una cosa sarete certi: questo album non è un bluff, o il curioso hobby di un geniale e bizzarro visionario.

Questo album è David Lynch, come lo è The Alphabet, INLAND EMPIRE e le previsioni del tempo che ha curato. Prendere o lasciare.

Le parole di altri

È da giorni che penso a Renzi e allo show alla Leopolda di Firenze, ma non trovo le parole per dire, ancora una volta, quanto sia deluso da tutto: dall’elegante vuoto pneumatico, da personaggi messi là perché “Oh, hai visto, c’è anche _____”, da mancanza di contenuti. Per fortuna le parole le ha Leonardo:

Forse è un’esigenza mia: io, di fronte a Renzi, vorrei concentrarmi sui contenuti. La cosa mi risulta faticosa perché tutt’intorno a Renzi continua a vorticare una coreografia che magari è irrilevante, eppure sembra studiata apposta per dar fastidio a me: cioè è proprio come se dietro la Leopolda ci fosse un team di strateghi della comunicazione che, per nessun motivo al mondo, si fossero detti: mettiamoci dentro tutto quello che può risultare molesto a Leonardo, avete presente? Quel blog che fa sì e no mille accessi. Per cui: Jovanotti. L’autocoscienza di Baricco, uno che si presenta ciao non voglio fare il presidente. E meno male, sennò al Teatro Valle Occupato dovresti mandarci i carri armati. Il frigorifero Smeg che fa pendant col Mac. (Donde il dubbio: ma la Smeg ha capito tutto perché fa i frigoriferi a forma di Mac o è Steve Jobs che…) Potrei andare avanti a lungo, però non vorrei farne una questione estetica. Anche Veltroni aveva intorno a sé un’estetica che mi urticava, ma non era quello il suo problema. Il problema non era il suo ridurre il Novecento a figurine: in fondo era una cosa anche simpatica, funzionale a un certo tipo di divulgazione eccetera. Il problema è che sotto la figurina non c’era niente: che quando Veltroni si ritrovò a dirigere il PD, per sei mesi non fece niente. Io vorrei capire cosa farebbe Renzi e non m’interessa se Jovanotti gli piace o no.

Di |2024-05-13T16:52:45+02:003 Novembre 2011|Categorie: Taxman|Tag: , , , , , , , , , , , |Commenti disabilitati su Le parole di altri

Uno ogni tre giorni

Novembre è spesso un mese di grandi concerti: sarà che il ritmo impacciato dell’inizio della stagione è lontano esattamente quanto la pausa natalizia, ma da venerdì alla fine del mese saranno ben nove i concertini che il tenutario del blog andrà a vedere.

Dagli amici A Classic Education alla curiosità per EMA, dal minimalismo scarnificato di Josh T. Pearson alle sonorità danzerecce dei Junior Boys, dalle grandi aspettative per gli Horrors alla quasi certezza dei Fleet Foxes, dallo struggente desiderio di rivedere John Grant all'”oh, finalmente” dei Pinback. Ah, già: c’è anche Paul McCartney.

Di |2024-05-13T16:55:38+02:002 Novembre 2011|Categorie: Eight Days A Week, I'm Happy Just To Dance With You|Tag: , , , , , , , , , , , |Commenti disabilitati su Uno ogni tre giorni

Adottare parole

Grazie alla benemerita Società Dante Alighieri, è possibile adottare una parola: l’adozione consiste nell’utilizzare la parola scelta, nel segnalarne usi errati e, in genere, a proteggerla, per così dire. Molte delle parole dei quattro principali vocabolari della lingua italiana sono state adottate, ma potete comunque diventarne sostenitori. Alcune, però, sono ancora libere. Io ho scelto “edicolante” per i motivi che potete leggere sul certificato che mi è stato mandato: per ingrandirlo, cliccate sull’immagine.

Di |2024-05-13T16:57:33+02:0031 Ottobre 2011|Categorie: The Word|Tag: , , |3 Commenti

Empatia su larga scala

Ieri è stata una giornata faticosissima e strana. Ho lavorato in casa di mattina, ma, quando sono uscito per andare in radio, ho visto alla fermata dell’autobus una ragazzina che piangeva. Anzi, aveva finito di piangere, il viso le si era ancora un po’ decongestionato, ma gli occhi erano ancora umidi, con le lacrime che hanno traboccato in rivoletti sul viso un paio di volte.

Sull’autobus mi sono guardato intorno e ho notato, ferma a un semaforo, una signora che piangeva in macchina. Era un pianto sommesso e continuo. Si è accorta che la fissavo e ha cercato di nascondersi come poteva, ferma al posto di guida nell’abitacolo.

Infine ho incrociato un uomo che usciva dal supermercato: anche lui in lacrime, che parevano uscire dalla stanchezza e dalla frustrazione, che, a loro volta, sembrava avessero superato di gran lunga il dolore. Mi è passato davanti e, a quel punto, non mi sentivo bene neanche io.

Di |2024-05-13T17:02:16+02:0027 Ottobre 2011|Categorie: I Me Mine|Tag: , |Commenti disabilitati su Empatia su larga scala

Confondere il gesso con il porfido

Non riesco ancora bene a farmi un’opinione su quello che è accaduto a Roma sabato scorso: pensadoci, sono ancora pervaso dall’ansia che avevo mentre ascoltavo la diretta di Popolare Network (quanto sono bravi i miei colleghi?). Ma in rete pare che ognuno dica la sua, soprattutto quando a Roma non c’era, quel pomeriggio.

Per capirci qualcosa, è bene ascoltare chi c’era, anche se si tratta di un estremista, come il “black block” che firma questo intervento. Leggetelo: probabilmente non sarete d’accordo con tutto quello che dice (e non lo sono neanche io), ma si tratta comunque di un punto di vista interessante che mostra, ancora una volta, come ciò che è risaltato di più dalla manifestazione (o meglio, da ciò che è derivato dalla stessa) sia un senso di disfatta.

Certo, passi che il black block in questione scriva “ubriaci” invece che “ubriachi”, ma passi meno quando dice:

No, seppur non cattolici non ci saremmo mai permessi di distruggere sampietrini offendendo credenze altrui.

Che peccato che un pensiero così importante e profondo incappi in un curiosissimo fraintendimento: possibile che un esperto di guerriglia urbana non sappia cosa siano i sampietrini e, anzi, li confonda con quella Madonna di gesso la cui rottura ha riempito orrendamente le pagine on line dei quotidiani nella giornata di sabato? E così l’ombra del fallimento pende anche sull’ennesima tessera del puzzle di sabato scorso.

Di |2024-05-13T17:11:58+02:0020 Ottobre 2011|Categorie: Taxman|Tag: , , , , , , |Commenti disabilitati su Confondere il gesso con il porfido
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