Francesco Locane

Circa Francesco Locane

Questo autore non ha riempito alcun dettaglio.
Finora Francesco Locane ha creato 1035 post nel blog.

Un anno con la Polizia – 1

Mi è capitato sotto mano il calendario 2011 della Polizia di Stato: il compito di idearlo e realizzarlo è stato affidato agli allievi della scuola di cinema e televisione “Rossellini” di Roma. Il risultato è qualcosa che lascia davvero senza parole. Ecco, mese per mese, cosa potreste trovare appeso al muro.
Gennaio. Crimine? Legalità? La scelta di una vita
Si parte fortissimo. Il post it in basso sancisce una verità assoluta: o si sta di qua o si sta di là, come bene esemplificano le due fotografie piccole. Non si capisce bene, invece, chi sia il ragazzo al centro: probabilmente quello a cui è stata posta la domanda, il che giustificherebbe lo sguardo pallato. Da notare anche la cattiveria del cattivo e l’assoluta legale immobilità del poliziotto a cui il cattivissimo cattivo punta la pistola in faccia. I richiami al cinema di Sergio Leone sono accennati ma distanti: nei duelli, infatti, il maestro spesso usava il primissimo piano; qui si è optato per un classico primo piano. Riferimenti anche a cinematografie più oniriche, come risulta evidente dai dettagli (quelli sì) che compaiono alle spalle del buono e del cattivo.
Febbraio. Fuori in divisa, dentro papà
Va bene tutto, ma un poliziotto è un uomo, nonostante quello che ne pensasse Ruggero Deodato. Anzi, il poliziotto è anche padre di una bella bambina bionda con piumino rosa. Che viene portata tranquillamente vicino ai veicoli di servizio. “No, ti ho detto che con la pistola non si gioca. No, non insistere. Va bene, va bene, però prima la scarico. Ok, un proiettile solo, d’accordo.”
Marzo. Grazie: avevo bisogno di te
La scena, poco chiara nelle fotografie, è così composta: in basso a sinistra fotina con raffigurazione di brutalità da parte di uomo cattivo a donna. A seguire foto in alto, con plastico intervento di tutori dell’ordine. Quindi conclude la sequenza la foto in basso a destra in cui i due vengono separati. La cosa bella è che il messaggio è scritto su quello che sembra essere un foglio di quaderno strappato. Un biglietto improvvisato, scritto di getto e lasciato, chissà, nella tasca dei pantaloni del poliziotto non pelato.
Aprile. La vita è troppo breve per correrla
Qui siamo di fronte a una costruzione drammatica davvero altissima. Incidente con cadavere (pudicamente portato via). Ritrovamento cellulare. Comunicazione ai parenti della vittima. “Abbiamo una notizia buona e una cattiva. Quella cattiva è che il vostro caro è defunto.” “E quella buona’? “Il suo smartphone è intatto.” Anche qui il mezzo su cui è scritto il messaggio del mese è delicatissimo: un aereo di carta che, si sa, è mezzo più sicuro della motoretta.
Maggio. Non mandare il tifo in fumo
La foto non rende giustizia al dramma messo in scena per il mese della Madonna. Scontri allo stadio, ma non ci sono solo gli ultrà bastonabilissimi: in mezzo a loro c’è… un bambino, che  viene ovviamente portato in salvo dal poliziotto. Probabilmente è il figlio di Giancross, il capo ultrà, un bambino dotato già di resistenza al saltello e al tornello, di incredibili capacità di stoccaggio di candelotti e spranghe. Un fenomeno che, già lo sappiamo, entro qualche anno si fidanzerà con la bambina di febbraio.
Giugno. Un professionista a 4 zampe è una sicurezza in più
Il mese di giugno gioca sporchissimo: usa il migliore amico dell’uomo come “testa di ponte” per rendere più amichevole il ruolo di poliziotto agli occhi dei bimbi. Guardate come si divertono, mentre Daghus V, detto ‘”o animale”, si lima i dentini su un pupazzo. O è il cattivissimo di gennaio bendato e camuffato? Nella foto in basso a destra, invece, una bella sfilata di pet-à-porter, modello Fido. Se l’immagine principale è da film Disney, dolce e rassicurante, non possiamo dire altrettanto del bordo inferiore del bigliettino: i segni dello strappo sono compatibili con quelli trovati sul cadavere del pupazzo.

continua

Parliamo un po' su di noi – 2. Peace&Love

Qualche mese fa vi ho raccontato di un’esperienza di spam piuttosto divertente. Mi era arrivata una mail che diceva, appunto, “Parliamo un po’ su di noi”. Ieri, qua su Splinder, mi è arrivato un messaggio privato.
L’utente, Miriang, è di Messina, è del mio segno zodiacale e ha 25 anni. Dal suo profilo apprendo che i suoi interessi, scritti in inglese (moderna, la ragazza!), sono più che altro una descrizione del suo carattere: è decisa, determinata, coi piedi per terra, e ha la ferma intenzione di avere una relazione e mettere su famiglia. Il suo grido è forte ed ecumenico: per questo intesta il messaggio “Ciao cari”.
Il mio nome è (miriankassala55@yahoo.com), ho visto tuo profilo.
È proprio l’era dell’internet: l’identità digitale. Mio dio.
divenne intrested in voi
Dal profilo? Però. Questo mischiare inglese e italiano, Miriang, è un po’ ardito e sgrammaticato, però, lasciatelo dire.
mi piacerebbe anche sapere di più
Di cosa, Miriang? Dell’arte dello spelling? Del mio profilo?
La prego di scrivere nel mio indirizzo e-mail personali in modo che posso darvi il mio
Il tuo che!?
alcune delle mie foto
Ah, ecco.
per voi di conoscere quale mi sono ok 
Anca mi son ochei.
(miriankassala55@yahoo.com) I crediamo di poter passare
L’emozione ti ha fatto sfuggire una l, ma non puoi evitare di parlare di te in prima plurale? E quella mail al posto del nome mi inquieta. Passare che, comunque?
Da qui sto aspettando.
Bella questa immagine: mi sa di principessa che attende, rinchiusa nella torre, un principe che la porti in salvo… Fili, frattanto?
Ricordate la distanza o il colore non importa, ma l’amore conta tantissimo nella vita.
Quanto hai ragione: parole sagge, parole forti, parole che non si dicono mai abbastanza.
Grazie, mirian
Prego, grazie a te. Sello il cavallo e arrivo.

Simmons vs. Assante

Se la proprietà transitiva fosse il vettore su cui si regolano le relazioni nel mondo, e se ci fosse una giustizia basata sulla coerenza, potremmo assistere presto allo scontro tra lo storico bassista dei Kiss e il critico musicale di Repubblica. Perché? Perché Gene si è schierato con ferocia contro i download illegali e Assante, nella sua lista sul meglio della musica del 2010, ha inserito il nuovo disco di Iron&Wine, che esce, però, tra un mese.
Ah, manco a dirlo, ma l’articolo su Simmons indovinate chi l’ha scritto?
P.S. Buon anno a voi, miei ormai pochissimi ma fidati lettori!

Di |2011-01-02T19:01:28+01:002 Gennaio 2011|Categorie: I'm Happy Just To Dance With You, Tomorrow Never Knows|Tag: , , , , , , |Commenti disabilitati su Simmons vs. Assante

My Liverpool from A to Z – 3

Rotonda. Sarete a Liverpool e sicuramente andrete in cerca di Penny Lane: come biasimarvi? Be’, se venite dal John Lennon Airport, ci passate accanto in autobus. Più che all’anonima stradina di periferia (i blue suburban skies, no?), fate attenzione alla rotonda che le sta davanti: molte delle cose cantate nella canzone erano e sono là. Anche se la rotonda, nella canzone, arriva solo alla terza strofa: “Behind the shelter in the middle of a roundabout”. Ovviamente intorno ci sono negozi di arredamento, pasticcerie e fiorai che prendono tutti il nome dalla viuzza. E vi assicuro che vedere l’insegna “Penny Lane Tires” fa un certo effetto.

The brave sailorStatue. Le statue di Liverpool sono divise in due grandi categorie: quelle dedicate ai Beatles e al loro mondo e quelle dedicate ad altro. Nel primo insieme c’è quella di John Lennon davanti al Cavern, un orrendo gruppo di quattro teste bronzee sempre in zona Mathew Street, una in Stanley Street raffigurante Eleanor Rigby, persino una fatta di aiuole davanti ad una delle stazioni ferroviarie cittadine. Per non parlare di quella, sempre raffigurante Lennon, davanti all’aeroporto che ha il suo nome. E chissà quante ne ho dimenticate. Nella zona dei Docks, però, ce ne sono due che appartengono al primo gruppo: una ha le fattezze di Billy Fury, altra gloria musicale locale, e un’altra rappresenta un marinaio che guarda, fiero ma anche stanco, in direzione del mare aperto. Una statua che, insieme alla Piermaster’s House poco distante, ricorda quanto la città abbia sofferto durante la seconda guerra mondiale. La casa sopra menzionata, è una ricostruzione fedele di un’abitazione inglese negli anni ’40, con tanto di nastro adesivo alle finestre e maschera antigas vicino alle tessere del razionamento. Toccante, davvero.
[youtube=http://youtu.be/SIApXD-TdDs]
Tate Gallery. Il signor Tate, anche lui, era un liverpudlian. Quindi è ovvio che l’altra Tate Gallery del Regno Unito sia nell’Albert Dock. Quando l’ho visitata si stava allestendo, mannaggia, la mostra di Nam June Paik. Ho potuto quindi vedere la collezione permanente: non male. Mi hanno colpito soprattutto dei lavori del regista Mike Figgis che, nell’ambito del progetto This Is Sculpture, ha fatto una cosa bellissima: ha preso dei pezzi della collezione della Tate (anche qualcuno di Londra) e li ha messi altrove, ricontestualizzandoli e ponendo un microfono e una videocamera di fronte alle opere e registrando le reazioni e i commenti di un pubblico selezionato, più o meno variegato. La genialità sta proprio nella ricontestualizzazione: rimettere l’orinatoio di Duchamp in un bagno pubblico, be’, è una mossa colma di senso, di significato, come potete vedere nel video quassù La serie, se siete interessati, si chiama Three Minute Wonder.
U-Boot Experience. Una delle cose che non ho fatto, insieme all’attraversamento del Mersey, alla visita alla Walker Gallery, al Magical Mystery Tour e al Beatles Taxi Tour. E diciamo che comunque la storia dei sottomarini non è esattamente tra i miei interessi principali…
What am I doing here?Vegetariani. L’annoso dibattito sulla qualità del cibo nel Regno Unito vede le fazioni divise in “pessimo” e “talvolta accettabile”. In realtà ormai sono tali e tante le tradizioni culinarie che si sono mischiate nel Paese, che si può trovare da mangiare bene, magari greco (vedi sotto) o francese. In ogni caso, ovunque i vegetariani sono trattati con riguardo: le pietanze che possono mangiare sono ben segnalate nei menù e ci sono posti davvero adatti a loro. Uno di questi mi è stato consigliato in un’intervista da Abe della band Clinic: ho seguito la sua dritta e sono andato al “The Egg Cafe”. Niente male, anche se le opere appese alle pareti, in vendita, davvero non si potevano vedere. (Il pulcino di gabbiano che vedete non è stato mangiato.)
Whitechapel. È una delle vie del centro commerciale della città, una strada attraverso la quale passi, volente o nolente. Degna di nota per i fan dei Beatles perché c’erano dei negozi di strumenti musicali nei quali i nostri si sono riforniti agli inizi della loro carriera. Al loro posto ora ci sono svariati negozi di abbigliamento, parrucchieri, caffè e altro. Nei pressi è sparita quella che dalle guide doveva essere un’antica bettola, un posto rimasto ancorato al passato, una specie di osteria frequentata da portuali. Uhm, stavolta capisco il dispiacere di chi non ha apprezzato del tutto la riqualifica del centro città.
Xmas. Andare a Liverpool due settimane prima di Natale è come stare là durante le feste: capita anche da noi che la città sia pienamente addobbata anche in questi giorni, ma nei Paesi anglosassoni il Natale è sentito in maniera fortissima, soprattutto dal punto di vista commerciale. E allora bancarelle, santi claus, festoni, luci, alberi, addobbi, in ogni dove. E gente che, come impazzita, faceva acquisti come se il tempo fosse scivolato improvvisamente alle 1930 del 24 dicembre.
Zorbas. Già ho saltato la Y: mancare anche l’ultima lettera dell’alfabeto sarebbe stato poco lodevole. Abbiamo iniziato con la spiritualità dell’Anglican Cathedral, concludiamo con la panza. Lo “Zorbas” è un ristorante greco di Liverpool, ed è uno dei posti dove vi consiglio caldamente di andare a mangiare, insieme al già citato “The Egg” e al “Cafe Tabac”. Il gestore, greco per davvero, ci ha preso in simpatia: “Una fazza, una razza”, sapete. E addirittura ci ha consigliato di non strafogarci subito di pane, perché il piatto che avevamo ordinato era enorme e consisteva in numerose portate. Aveva ragione. Sono uscito satollo e contento, un po’ come da questi sette giorni. Va bene come conclusione?

fine

My Liverpool from A to Z – 2

Idioma. A Liverpool si parla un inglese talmente tipico che, come in altri luoghi del Regno Unito, ha il suo nome: scouse. Non è facile da capire, ma il primo passo è riuscire a dondolarsi a sincrono con il meraviglioso accento che marca la parlata degli abitanti della città (vedi sotto). E poi, per chi come me ha avuto il suo primo contatto con quelle cadenze dai filmati dei Beatles, ogni indicazione ricevuta è una gioia, perché ti sembra che siano loro a dartela.

John Lennon Airport. È il probabile punto di arrivo e di partenza per chi voglia visitare la città. Intitolato da una decina d’anni ad uno dei suoi cittadini più illustri (come piazzare meglio il verso “Above us only sky”, del resto?), lo scalo di Liverpool è preda delle compagnie low-cost. Munitevi quindi di pazienza e trattatelo, soprattutto nel momento della dipartita, come se fosse il JFK di New York: arrivate con largo anticipo, perché le file sono frequenti. Come mi sento un autore Lonely Planet quando scrivo queste cose… Comunque: l’aeroporto si trova nel quartiere (vedi sotto) di Speke, dove nacque Ringo Starr e l’autobus che parte da là per arrivare in centro attraversa Penny Lane e zone limitrofe. Insomma, ci si sente subito immersi nel mondo di quei quattro.
Menomena liveKazimier. Ma non ci sono solo quei quattro a fare musica in città: Liverpool è da sempre un centro musicale fortissimo. Vengono dalla città Arctic Mokeys, Echo and the Bunnymen e Ladytron, giusto per fare tre nomi. E tuttora una marea di artisti internazionali hanno una data a Liverpool: io ho avuto l’onore di vedere una delle band del cuore, i Menomena, in un posto piccolo e confortevole (nonostante quella sera – la prima del mio soggiorno – ci fosse il riscaldamento rotto): il Kazimier. Rotondo, con qualche scalino e una balconata di legno e gestito da gente simpatica (vedi sotto) è davvero uno dei posti più belli dove abbia visto un concerto. Intimo e raccolto: perfetto per i Menomena, sebbene abbiano suonato in cappotto per metà del set.
Liverpudlians. Si chiamano così gli abitanti della città. E sono meravigliosi. Le persone che ho incontrato e che conoscono oltre a Liverpool anche l’Italia, l’hanno sempre paragonata a Napoli. Chiassosa e di cuore. Effettivamente non ho trovato un calore e una disponibilità tale in nessuno dei luoghi della Gran Bretagna che ho visitato. Il consiglio quindi è: attaccate bottone, vi divertirete. Se siete timidi esiste la versione “no sforzo”: state in mezzo alla strada e consultate nervosi una cartina (anche dell’ATAC, eh); vedrete che qualcuno vi offirà il suo aiuto, ma prima vi saluterà, con gentilezza e naturalezza, e vi chiederà come state. Ovviamente non garantisco sulla cortesia di liverpudlians ubriachi: ma si sa che, da quel punto di vista, tutto il mondo è paese.
Close encountersMetropolitan Cathedral. Il cui nome completo, in realtà, sarebbe “Metropolitan Cathedral of Christ the King”, ma si sa che l’inglese tende alla sintesi. Si tratta di un’imponente cattedrale cattolica che fronteggia letteralmente quella anglicana: ed è stata progettata da un anglicano. Un chiasmo perfetto, considerati i natali dell’altra. Eretta intorno alla metà del secolo scorso, doveva essere più grande di San Pietro. Ma poi si sono accorti che ci sarebbero voluti duecento anni di lavori e il prosciugamento totale delle casse della diocesi. Ergo si sono accontentati di un’ottantina di metri di… alluminio. Eh già: sembra incredibile, ma per rientrare nei termini del bando per la sua progettazione, pare che gli architetti abbiano risparmiato sui materiali. The Italian way… Insomma, l’alluminio, visto che ogni temporale che si abbatteva sulla città allagava l’altare, è stato sostituito con l’acciaio, la cui lucentezza fa sembrare la cattedrale un’astronave: dentro e fuori. Realmente bizzarra.
News from Nowhere. In Bold Street, una delle principali vie del centro di Liverpool, c’è una libreria che prende il nome da un (a me sconosciuto) romanzo distopico scritto alla fine dell’800. Si definisce “Liverpool’s Radical & Community Bookshop” e mai definizione è più appropriata. Dentro troverete testi politici lib, ovviamente, ma anche ricettari vegani, tabloid socialisti e marxisti, libri catalogati sotto la voce 9/11 and “terrorism”, con le virgolette… Insomma, avete capito. E’ possibile ordinare un milione e mezzo di libri che arrivano in sede entro dieci giorni. Si respira una bell’aria, dentro: fricchettona, un po’ rigida allo stesso tempo, ma commovente, in questi tempi in cui un compagno di resistenza è prezioso anche a centinaia di chilometri di distanza.
ReflectionONE. È una zona del centro della città che è il risultato di uno dei più imponenti interventi di qualificazione in un centro cittadino europeo. Una specie di cittadella ricolma di ristoranti e negozi, nella quale è stato eretto anche il discutibilissimo monumento europeo alla pace, ovviamente ispirato a John Lennon: immaginate un mappamondo, dal quale partono una chitarra e dei pentagrammi, con delle colombe su questi ultimi. Una monnezza. Ciononostante, è intorno al monumento che si è svolta, nella sera dell’8 dicembre la veglia cittadina in onore di Lennon, a trent’anni dalla morte. Eravamo in due-trecento persone. Una chitarra acustica non amplificata, un microfono, gente con le candele in mano e la voglia di suonare e cantare quelle musiche meravigliose. Una cosa così, insomma. (La foto non c’entra niente, eh: l’ho messa perché mi piace).
Pub(s). Facile: uno va in Inghilterra e parla di pub. Eh no: perché una delle sorprese della città consiste proprio in due pub stupendi. Uno, il Philharmonic, è considerato addirittura uno dei più belli della nazione. A parte l’importanza sociale e culturale che il pub rivestiva, lo splendore di quello e del “Central” è dovuto anche alla crisi economica. I carpentieri delle grandi navi, con meno lavoro, si dedicarono alla decorazione, nei primi del secolo scorso, di queste public houses, creando vetrate, intarsi nel legno e lavori in ferro battuto semplicemente splendidi. Quindi godetevi la vostra birra o il vostro whisky e regalate piacere anche agli occhi. Roba da rimanerci sotto (vedi alla voce: l’annoso problema dell’alcol nel Regno Unito).
Quartieri. Come molte città, anche a Liverpool il fatto di provenire da uno o da un altro quartiere faceva la differenza. E’ rimasto famoso il fatto che zia Mimi non vedesse di buon occhio Paul e George in casa, mentre suonavano e parlavano con il suo John. Provenivano da quartieri poveri, rispetto alla sua Menlove Avenue. Per fortuna che all’epoca non conobbe Ringo: quello veniva da Speke e abitava a Dinge, un quartiere che lo stesso Starr definì “Il Bronx di Liverpool”. Che, come il suo corrispettivo newyorkese, sia ora oggetto di massiccia gentrification? Non lo so, non ci sono andato. Io di Ringo mi fido.

continua

My Liverpool from A to Z – 1

And the chimneys far awayAnglican Cathedral. Oh my god (appunto). Iniziare con una chiesa? Eh sì, miei piccoli amici, perché quello che ho scoperto (si fa per dire) di Liverpool è che non ci sono le cose dei Beatles e basta. C’è, appunto, anche la cattedrale anglicana, che è la più vasta del mondo, tra gli edifici di quel culto. Iniziata nei primi del ‘900, è stata finita nell’anno in cui sono nato, nel 1978: il tutto ad opera di un architetto cattolico, quel Giles Gilbert Scott che ha disegnato le tipiche cabine telefoniche rosse britanniche. È grandissima, imponente, gigantesca: roba da perdercisi dentro. Ma, soprattutto, è polifunzionale: le sue mura accolgono – tra le altre cose – una caffetteria, diverse cappelle grandi come chiese normali, aule scolastiche, uffici, campane enormi e una torre dalla quale si gode di una vista superba della città. Stupefacente.

Beatles. E vabbè, le cose dei Beatles ci sono, mica no. Tutto è Beatles a Liverpool. E se non è Beatles è Liverpool F.C. o Everton. Bisogna, insomma, andare oltre le sciarpe, le borse, le tute, le magliette, gli adesivi, i memorabilia, i vari tour più o meno posticci, le placche che dicono “Qui per la prima volta…”, le statue bronzee, i souvenir, le cartoline. A quel punto si trovano anche cose belle e interessanti. Sui Beatles. O sulle squadre di calcio della città. No, scherzo: però immaginatevi di avere dato i natali alla band più importante della storia, un po’ cavalchereste l’onda, no? Tra l’altro la seconda Beatlemania è recente, risale alla metà degli anni ’80: ma da allora, in contemporanea con massicci investimenti di stampo turistico e culturale, sono fiorite le insegne che si richiamano ai Fab Four e tutto il seguito di cose e cosine. Niente di male, basta fare attenzione, come si dice quando si attraversano quartieri poco raccomandabili.
Liverpool - Dicembre 2010 -27 - CasbahCasbah Coffee Club. “Ma come, niente Cavern alla “C”?” Eh, no: perché il Cavern di Mathew Street è finto come la plastica, mentre il Casbah, dove effettivamente i Beatles sono nati come gruppo musicale, è autenticissimo. Chiamate: se avrete fortuna vi capiterà di avere come guida nel mini tour di questo clubbino della fine degli anni ’50, come è successo a me, il fratello di Pete Best. Del resto il Casbah è nel seminterrato di casa Best, una bella villa che Mona (la madre) vinse scommettendo su un cavallo dato 33 a uno. I Beatles diedero una mano a decorarlo, dipigendo il soffitto e abbellendolo con stelline argentate disegnate a mano. Lennon era talmente soddisfatto della sua opera che volle incidere il suo nome nel legno nuovo nuovo. Mona lo vide e gli diede uno scappellotto talmente forte che gli volarono via gli occhiali e si ruppero: fu costretto a ripiegare su un paio di occhialini rotondi dati gratuitamente dal servizio sanitario nazionale… Davvero: un posto meraviglioso, piccolissimo e magico. Andateci.
Dock ProspektDock(s). I moli di quello che era il glorioso porto di Liverpool sono l’area cittadina che ha subito una riqualificazione più massiccia e visibile. Ho incontrato due signori che hanno fatto l’università nella città intorno agli anni ’60: guardavano con sospetto e un po’ di disgusto all’Albert Dock e zone limitrofe. Ma per chi non ha subito il fascino del porto come era, la zona dei Dock è una tappa obbligata. La sì trovano la Tate Gallery e il Beatles Story, cioè il museo di… avete capito. E poi i panorami del Mersey sono davvero belli, anche quando ci sono diversi gradi sottozero e l’umidino ti attanaglia in una morsa di ghiaccio, sì.
Echo Arena. La grande arena nella zona dei docks, appunto, inaugurata da qualche anno, ha ospitato il concerto per cui, alla fine, sono andato nella città inglese. La città che ha dato i natali a John ha commemorato il trentennale della sua morte con “Lennon Remembered”: una specie di spettacolo musicale lungo tre ore, che ha visto sfilare sul palco dell’Arena vecchie glorie, come i Quarrymen (i proto-Beatles, diciamo), Tony Sheridan (un musicista inglese che incise ad Amburgo con i quattro) e, quindi, una marea di cose un po’ pacchiane targate (non a caso) Cavern. Una delusione, tocca ammetterlo, sebbene sia sempre emozionante sentire le canzoni dei Beatles suonate dal vivo… da nove persone. Ma come facevano loro in quattro?
LiverpoolFiume. Andate su Google Maps: la foce del Mersey vi ricorda qualcosa? Esatto: sembra la copia dell’illustrazione esemplificativa della “foce a estuario” che avevate sui libri delle medie. Caratteristica di questi sbocchi al mare è che il fiume raggiunge larghezze enormi, tanto che spesso Liverpool pare una città di mare, mentre da un punto di vista strettamente geografico non lo è. Il porto, come si diceva, è andato in forte declino e quindi il Mersey ha ridotto la sua funzione commerciale per aumentare quella paesaggistica: è il luogo dove si posa l’occhio, anche nelle giornate di nebbia per scoprire che, oh!, c’è un’altra sponda e anche piuttosto vicina. Più in là, il mare e poi l’Irlanda. Ma questa è davvero un’altra storia.
Dock ProspektGelo. Non so se e quando tornerò a Liverpool, ma (ora che sono tornato in Italia) sono contento di averla vista in questo periodo dell’anno, stretta nel gelo e nel ghiaccio. Ho rischiato l’assideramento, di scivolare per terra, il mio viso è stato colpito da vento e pioggia fredda, ma ne sono felice (ora, ripeto: là ho sofferto anche io, che pure tollero bene le basse temperature). Perché la nebbia e il freddo hanno un po’ smorzato gli sbriluccichii natalizi, hanno coperto le vetrine… ma non le figliole, che imperterrite girano (indipendentemente dalla taglia che portano) in minigonna e tacco 12, indossando sopra solo un top striminzito. Una domanda continua è stata: ma com’è che i giovini qui non sono tutti con caviglie ingessate e pleuriti galoppanti?
Harrison, George. La visita a Liverpool mi ha confermato il fatto che Harrison è il Beatle meno cagato di tutti. Perché si parla del duo Lennon-McCartney, per ovvi motivi, ma anche di Ringo (anche solo per dire la boiata che non sapesse suonare). George no: non c’è l’Harrison Bar, il George Cafè, né sulla sua casa natale è stata apposta alcuna placca commemorativa. Schivo era e schivo e rimasto, prima, durante e dopo. Strano, no? Cioè, era quello di “Something” e “Here Comes the Sun”. Di lassù lui, ne sono sicuro, sorride noncurante e torna ad esercitarsi al sitar (magari rompendo un po’ le palle agli abitanti dei cieli, ma glielo si permette).

continua

Say the Word: manuale di difesa della lingua – 2

Una delle prime cose si impara a scuola sono gli articoli. Determinativi e indeterminativi. Si impara ancora a memoria l’elenco di queste paroline?
Chissà. Sono importanti, gli articoli: la loro presenza è una delle caratteristiche più importanti della nostra lingua.

Più in là, a scuola, si imparano gli avverbi, tra cui quelli di tempo. Oggi, domani, ieri. Sono parole che, da sole, fanno da complemento di tempo. Ci sono, invece, espressioni che fanno da complemento di tempo: “l’altro giorno”, “il prossimo anno”, “la prossima settimana”.
Avrete notato che ho scritto “l’altro giorno”, “il prossimo anno”, “la prossima settimana”. Perché è così che si scrivono correttamente queste espressioni, a prescindere dal tipo di complemento di cui svolgono funzione.

E invece sta prendendo piede dire, ad esempio, “prossima settimana”: perché, mi chiedo? Perché c’è acrimonia tra le prime due parole? Gli articoli non amano quindi il prossimo come dovrebbero? O forse la causa è una naturale tendenza all’abbreviazione che spesso investe le lingue? “So’ du’ caratteri”, direbbe qualcuno attento a non sforare sulla quota mensile di sms che gli garantisce il suo piano tariffario. Uno che, probabilmente, scriverebbe “prox sett”: i caratteri risparmiati sono ben nove. O forse tutto deriva da un uso diffuso, la cui origine mi è ignota, che ha la caratteristica (come altri) di diffondersi rapidamente nonostante la sua palese erroneità. Quindi, usiamo gli articoli: sono lì per qualcosa. Inoltre ho sempre paura che se mi venisse risposto “prossima settimana” a una mia domanda per sapere quando fare una determinata cosa, non sarei mica certo di quando farla, questa cosa.

Di |2010-12-01T08:00:00+01:001 Dicembre 2010|Categorie: The Word|Tag: , , , |Commenti disabilitati su Say the Word: manuale di difesa della lingua – 2

Buona televisione

Ho vissuto il fine settimana precedente a quello che ci siamo appena lasciati alle spalle in una strana condizione. ISBN Edizioni mi aveva fatto avere il cofanetto di Avere Ventanni appena in tempo, appunto, per il week-end, e sapevo che avrei avuto solo quei giorni per preparare l’intervista a Massimo Coppola. Venticinque ore di documentari in meno di cinque giorni. Sono sei ore al giorno. Mica poco. Ma ce l’ho fatta, a discapito della mia presenza nel mondo reale, come succede sempre quando ci si immerge in qualcosa di totalizzante.
Vedere Avere Ventanni con questa modalità non è una cosa che posso consigliarvi di fare: rischierei la denuncia per ipnosi indotta. Ma vedere di seguito le tre serie andate in onda su MTV tra il 2004 e il 2006 ha anche diversi vantaggi. Il primo è percepire sensibilmente gli aggiustamenti di rotta degli autori (oltre a Coppola ci sono Giovanni Giommi, Alberto Piccinini e Latino Pellegrini) nelle prime puntate della prima serie. Coppola all’inizio prova a fare il suo alter ego (talvolta fastidioso) che c’era in Brand:new o in Pavlov, ma la realtà lo supera a destra. Comincia quindi giustamente a pensare che è un altro Coppola che deve porsi di fronte ai ventenni che incontra in giro per l’Italia: usa allora il retroterra filosofico, ma nel senso più pragmatico possibile. Coppola, quindi, inizia a domandare cose semplici e d’ordine quotidiano agli “eroi” delle puntate: cosa fanno, qual è il mestiere dei genitori, quanto guadagnano, se sono fidanzati. Entra nelle case, nelle stanze degli studentati, nei karaoke bar, nei cantieri, negli androni dei palazzi, nelle macchine, negli uffici. Spesso va in un posto per parlare con qualcuno e scopre che la storia di un altro è molto più interessante: l’obiettivo cambia repentinamente, libero da ogni pesantezza produttiva, considerando che tutto è realizzato con tecnologie digitali portatili. Infine Coppola e i suoi ascoltano, con curiosità e partecipazione, ma senza compatimenti. E, quando arriva la compassione, quando neanche gli autori riescono a trattenere il dolore e la tristezza, semplicemente, abbassano la camera e la spengono.

Interrompere una registrazione è un atto realmente rivoluzionario, in ambiti intimi come quelli raccontati da Avere Ventanni. Nell’intervista potete ascoltare cosa Coppola pensa di quella che ho chiamato “etica della videocamera”, e di cui ho parlato spesso qua sul blog. Che senso ha zoomare sulle lacrime, infilare obiettivi tra le sbarre di cancelli chiusi, nominare ripetutamente le persone uccise, domandare tenendo attaccato il microfono all’altoparlante di un citofono? Nessuno. Eppure è così che la televisione italiana intende l’informazione, nella maggior parte dei casi. Già per questo Avere Ventanni ha un valore programmatico fortissimo ma, ahinoi, del tutto inascoltato. Il pudore e l’intelligenza di questi documentari sono un episodio occasionale e isolato nell’ambito televisivo italiano.
Ma l’importanza di Avere Ventanni va oltre l’aspetto etico e formale a cui ho accennato. Vedere decine di ore di girato in pochi giorni mi ha illuminato sulla rilevanza storico-documentale che questo cofanetto ha. Ricordo ancora quando, nelle prime lezioni di storia delle superiori, il professore ci spiegò che cosa si intendesse per “documento” in quell’ambito. Scorrendo le storie raccontate nel cinque dvd, mi è tornato in mente il significato primo di questo termine molto usato (e quindi spesso abusato): effettivamente queste puntate sono un documento storico importantissimo per l’Italia contemporanea, ogni minuto e ogni inquadratura è portatrice di significato e ben contestualizzata. Assenza di riferimenti politici, disgregazione sociale, povertà, disillusione, ignoranza, violenza. “Erano anni dolorosi”, mi ha detto Coppola, usando il passato solo per coerenza, visto che gli stavo chiedendo di quei primi anni zero in cui Avere Ventanni è stato girato: le cose non sono poi così tanto cambiate. Attenzione, però: si potrebbe obiettare che l’obiettivo dell'”indagine” degli autori fosse la condizione giovanile di quel periodo. Nonostante questo io credo che, alla fine, Avere Ventanni parli del Paese tutto: perché, sebbene le classi dirigenti italiane facciano di tutto per negarlo o ignorarlo, sono i ventenni che iniziano a costruire, ricostruire ed eventualmente a cambiare una nazione. Proprio quelli che oggi stanno abbandonando in massa l’Italia e che, solo sei anni fa, avevano ventanni.

Torna in cima