E fou amor a primo ascolto
Quando arriva un disco in radio è spesso accompagnato da un comunicato stampa abbastanza inutile. Ma quello con il primo disco degli Amor Fou, La stagione del cannibale, mi ha colpito da subito.
(…) Durante una festa i quattro [componenti del gruppo] conoscono Adele H. e Paolo M. Lei romana, figlia di una freak e di un pariolino, lui fuoriuscito dalla Milano bene degli anni sessanta. Un tempo innamorati come pazzi, si lasciarono senza motivo, giovanissimi, il giorno della bomba di piazza Fontana per poi ritrovarsi negli anni novanta, ma questa volta senza amore e senza odio. (…)
Da questa storia, o meglio, dai racconti che i due hanno fatto ai componenti della band, nasce questo disco meraviglioso. Un disco pop(ular), come dicevano gli Area, un disco necessariamente cantato (narrato) in italiano, perché parla della nostra nazione, della nostra storia, senza nominare alcun evento storico, a parte gli ultimi due brani, “L’anno luce” e “La strage”, in cui comunque la storia è filtrata attraverso il personale (il privato, si diceva un tempo, contrapponendolo a pubblico, e contaminando entrambi con il politico). E una strage di Stato è avvenuta lo stesso giorno in cui finisce l’amore, il primo, quello più grande. Quello matto (fou) e passato, che fu. E che non può tornare. Non è un caso che siano gli anni ’90 quelli in cui i due protagonisti si ritrovano. E non è un caso che non ci sia amore né odio, allora, tra i due. Nei primi anni ’90 ci sono stati gli ultimi veri tentativi di aggregazione sociale e di protesta politica compatta. Gli anni della Pantera, dei primi (nuovi) centri sociali. Gli ultimi anni in cui aveva un senso concreto raggrupparsi in un posto fisicamente. Per inciso, gli anni della mia adolescenza.
La stagione del cannibale è direttamente riferito ai momenti più alti che la nostra canzone ha avuto negli anni ’60, anni di amori e speranze per tutti, scoppiate proprio alla fine di quel decennio, il 12 dicembre del 1969, una data che si è portata via molte più cose di quanto non si pensi. E un cantante di allora che gli Amor Fou tengono ben presente, Luigi Tenco, si tolse di mezzo prima ancora di quel momento. Ma Cesare Malfatti, Leziero Rescigno, Alessandro Raina e Luca Saporiti conoscono bene i suoni di adesso, e sanno scremare tra ciò che effettivamente rimarrà e le chilate di fuffa che la cosiddetta “scena indipendente” riversa sul mercato. E appoggiano melodie e cantato su richiami evidenti alle migliori sonorità elettroniche di oggi, Notwist, Lali Puna e Tarwater su tutti.
Sento da settimane questo disco e non mi annoia. E mi sorprendo a cantare i testi a memoria, cosa che non mi succedeva da molto tempo.
Questo rende ancora più bello il fatto che La stagione del cannibale sia il disco della prossima settimana a Maps e che domani, lunedì 8 ottobre, dalle 16 gli Amor Fou saranno negli studi di Città del Capo – Radio Metropolitana per parlare del disco in trasmissione. E per suonarne qualche brano.
Per sentire e vedere: Amor Fou – MySpace

Uno si rende conto di come passi veloce il tempo quando nota che ha parlato di questa data dei Police
Insomma, alla fine i Police sono saliti sul palco allestito al “Delle Alpi” davanti a 65000 persone. Solo il pubblico, visto dall’alto delle tribune, era uno spettacolo. Scaletta ben congegnata, con pezzi più soft per prendere fiato alternati ad altri brani suonati veramente con indole rock: e le età dei tre, sommate, arrivano quasi a 180 anni. Molti brani sono stati riarrangiati, con un picco in una meravigliosa versione di “Wrapped Around Your Finger”, veramente emozionante. Schermi giganti e giochi di luce hanno esaltato una scenografia comunque sobria. E poi, che dire della scaletta? Un successo dopo l’altro, dai cinque dischi usciti in poco più di cinque anni. “Roxanne” ci ha invaso di luci rosse, Sting non si è risparmiato, Stewart Copeland ha percosso ogni cosa, Andy Summers ha fatto il suo (e si anche messo una giacchetta, ad un certo punto: si sa, a volte basta un colpo di freddo…). E’ stato un concerto divertente, ben suonato, che ha coinvolto il pubblico più enorme che mi sia capitato di vedere finora. E alla fine, dopo una versione davvero tirata del primo pezzo di Outlandos d’amour, “Next to You”, tutti a casa sorridenti, dai quindicenni che hanno spulciato nei dischi di papà, ai papà, appunto. E la sensazione di avere visto un mito, sì, venticinque anni dopo, ma pur sempre mito.



Andando all’Arena Parco Nord, mercoledì, mi dicevo: “Pubblicherò sul blog qualcosa a proposito del concerto, ma sarà la terza volta che parlo di Elio e le storie tese. Mi limiterò a delle foto.”
L’
I NIN hanno seguito più o meno le scalette dei concerti del tour di Year Zero. La scaletta di Milano è stata più ricca di classici (ricordo ancora, allora, una “Reptile” da brividi), ma si sono superati in quanto ad allestimento del palco. Il vero motivo, a parte l’età che avanza, per cui mi sono messo a una certa distanza dal palco è stato proprio quello di vedere le luci e gli effetti sul palco dei Nine Inch Nails. Nel loro ultimo dvd, Beside You In Time, è possibile rendersi conto dell’apparato scenico che accompagna alcuni pezzi: è sbalorditivo il lavoro che viene fatto e la precisione con cui lo staff di Reznor e soci agisce sul palco, in perfetta coordinazione con dei musicisti pazzeschi. Ho letto di sospetti di playback, ma sinceramente non credo siano fondati. Reznor è un perfezionista e difficilmente si accontenta di performance mediocri da parte di musicisti e tecnici. Ecco spiegata l’enorme livello della performance dei NIN. E poi hanno fatto “Dead Souls”!