Francesco Locane

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Parliamo un po’ su di noi – 6. L’oracolo

Lo spam si sta evolvendo e noi non ce ne accorgiamo: altro che le solite cose! Ieri alle mail del lavoro sono arrivati messaggi sibillini e irridenti, profondi e sconcertanti. Come se venissero da una versione malamente copiata, imputridita e involgarita di Carmelo Bene. O dal migliore libro di Fabio Volo. Frasi che hanno un pizzico di trivialità, ma nessun accento. Ecco il primo esempio.

Tutte queste parole e trucchi impallidisce semplicemente contro l’oscenità in forma di linguaggio osceno.
Forse questo e perche queste parole evocano delle profondita dell’inconscio e animale qualcosa, qualcosa in quello che a volte non ammettere a se stessi, qualcosa che ha visto in uno dei porno e rimase per molti anni nel nostro subconscio.
Tra queste espressioni possono essere soddisfatte,

e segue un link che mi sono ben guardato dal cliccare.
Vi rendete conto della riflessione wittgensteiniana sul linguaggio, poi mischiata a un approccio freudiano, e infine decorata con una spruzzatina di Moana Pozzi? Geniale.
Ma voi direte: l’oracolo solitamente si esprime con frasi sì involute e profonde, ma brevi e secche. Infatti: ecco la seconda mail.

Il modo più breve e sicuro di rovinare i rapporti con molte persone – dire loro la verità su di loro.
Quante persone non hanno fiducia in ogni caso alla fine si scopre che non avevo a fidarsi ancora di più.
Labor ha fatto una scimmia dall’uomo. E dal trasporto cavallo.

Lo so, siete rimasti pietrificati di fronte al distico finale. Che scarto incredibile, eh, che mimesi stilistica! Uno pensa che sia incappato in una mail di appunti di Alberoni, invece scivola in uno status su Facebook di un utente a caso e poi, tac, piomba sul finale che dà una decisa spallata alle teorie evoluzioniste, il tutto in una manciata di parole. E lo chiamano spam…
Enlarge your thoughts.

La gommapane

Ho fatto un sogno confuso, qualche notte fa, di cui mi è rimasta solo un’immagine: quella della gommapane.
Esiste ancora, la gommapane? Si usa tuttora nelle scuole?

La prima volta che la vidi ero alle medie: l’aveva portata il compagno di classe ripetente, quello che ne sapeva di più della vita; d’altro canto fumava sigarette e aveva sempre un nugolo di ragazzine intorno… La tirò fuori durante una lezione di disegno. Il prof. B., uno dei maggiori responsabili della mia totale incapacità di raffigurare alcunché con un foglio e una matita, parlava come sempre della maledizione delle Piramidi, di folletti e della prospettiva centrale (poi uno si meraviglia se non ho mai imparato a disegnare altro se non un folletto maledetto in prospettiva centrale, appunto).

Il mio compagno di classe estrasse dalla tasca una specie di pasta biancastra e la iniziò a modellare con le mani, attirando subito l’attenzione del resto della classe. Presto anche il prof. B. si accorse che c’era qualcosa che turbava i suoi racconti: si voltò verso il ragazzino e gli disse qualcosa che non avremmo mai creduto di sentire: “Quella non ti serve ora. Metila [con una t] via.”

I cervelli ormonati di una ventina di dodicenni compirono alcuni sgraziati passaggi logici grazie a provvidenziali quanto fortuite connessioni sinaptiche:
1. quella cosa era un oggetto conosciuto;
2. quella cosa serviva a qualcosa;
3. qualcosa era probabilmente legato al disegno.

Qualcuno si spinse più in là e pensò a una piramide fatta solo di… già, come si chiamava quella cosa?
“Gommapane”, disse il compagno di classe. E qui è il mio di cervello che fa strani scherzi, perché ogni volta che sento l’espressione “gomma pane” penso all’odore plastico e un po’ schifoso di quel giocattolo legittimato dal castrante sistema scolastico patrio. La odorai di certo, quel giorno, la gommapane, con i sensi aperti dalla seconda metà della parola, pronti a ricevere aromi di grano e forni. E inoltre riuscii, dopo disperati tentativi a toccarla e a giocarci.

Il giorno dopo qualcuno in classe aveva la sua gommapane, e quella seconda media era già divisa in chi ce l’aveva e chi no. Sapevo di desiderarne anche io tanto quanto era impossibile che i miei me la comprassero, se non convinti da un preciso ordine del corpo docenti. Ma sembrava che non fosse ancora il momento di usarla: il prof. B. continuava imperterrito nel suo spiegarci il folklore esoterico-egizio. Tuttavia, proporzionalmente ai richiami dei docenti nei nostri confronti crescevano le capacità di modellazione della classe.

C’erano molti pupazzi di gommapane, ma anche diverse palline: riuscire a fare una vera pallina di gommapane (qualcosa che rimbalzasse davvero, non che si accasciasse dopo un singulto sul pavimento di linoleum) richiedeva ore e ore di passaggi della palletta tra le mani. Alla fine diventava una sfera abbastanza dura e tonda da regalare soddisfazioni sulla fòrmica del banco (improvvisato campo da gioco) o anche sul pavimento della classe nelle ore di ricreazione.

Fatto sta che io non avevo una gommapane e non potevo neanche spiegare il motivo del necessario acquisto ai miei: tutto quello che la gommapane faceva su un foglio da disegno era sporcarlo. Eppure, secondo un altro compagno di classe, figlio di geometra, la gommapane doveva servire a pulire il foglio da eventuali residui di grafite. Niente: gommapane più foglio di carta dava sempre come risultato un bianco molto sporco, con il grigio che passava dalla mano zozza, alla gomma, al foglio fino a che il formarsi di un grigiolino uniforme decretava l’avvenuto processo osmotico.

La moda della gommapane passò, ma si ripresentò in forma “postmoderna” (ripensata, ri-intellettualizzata e un po’ cazzona) alle scuole superiori. Lì, con la tipica sfacciataggine adolescenziale, qualcuno la portò in classe e il giorno dopo ce l’avevano tutti. Ma qualcosa era cambiato: nessuno pensava alla gommapane se non come a una versione sdoganata dalla scuola del Pongo.

Una volta, ricordo, qualcuno durante l’ora di disegno tentò di usarla per rimediare a un’impronta digitale o qualcosa del genere lasciata su un foglio. Guardammo il nostro compagno strabuzzando gli occhi, come se stesse tentando di prendere appunti usando una stecca di cioccolato.

Prima che la sua impronta digitale diventasse il centro di un banco di nebbia insondabile il compagno di classe venne salvato da qualcosa che gli rimbalzò in testa, poi sul banco, quindi per terra e infine rotolò fino alla cattedra. Stupefatto, lui prese la gommapane che stava per usare, la strinse nel pugno e, lentamente e inesorabilmente, cominciò a lavorarla.

Di |2024-05-13T14:13:21+02:002 Marzo 2012|Categorie: I Me Mine|Tag: , , , , |Commenti disabilitati su La gommapane

Gotico texano: un’intervista a Josh T. Pearson

Josh T. Pearson esce dai camerini del Locomotiv Club di Bologna con pantaloni scuri, camicia scura aperta sul davanti e una pelliccia. È il 16 novembre scorso e fa freddo.

“L’ho comprata a Parigi per 20 euro”, mi dice. “È poco, non trovi? I ragazzi oggi non comprano cose così, perché è vera pelliccia. Ma…”, esita e mi guarda con due occhi profondi, ispirati e terribilmente tristi al tempo stesso. “Io sono del Texas”, conclude. E quest’affermazione in sé racconta già moltissimo di Josh T. Pearson e della sua carriera, iniziata sfortunatamente con i Lift to Experience, ma più che affermata grazie all’osannato (e ostico) debutto solista Last of the Country Gentlemen, uscito nel marzo del 2011. Un cristiano del Texas: quattro parole che aprono un mondo e un immaginario non sempre tranquillizzante, anzi. E il nostro, pur emanando una sorta di ancestrale e terricola sacralità, è garbato nei modi e acutamente ironico nella conversazione. Un vero gentiluomo del Sud, appunto, che non si vergogna a dire che per quanto possa affermare che il suono dell’album, interamente in acustico, sia volutamente rarefatto e intimo, dipende anche dal fatto che non poteva permettersi una band. “Gli studi costano un sacco”, dice meditabondo.

Cominciamo dall’artwork del disco e dalle foto sul tuo sito web: abbiamo fucili, nudità, ambienti rurali. Cos’hanno in comune tutte queste cose?
L’amore, direi. L’amore che ci rende tutti uguali, ci unisce, fa nascere i bambini. E la ragazza sulla copertina rappresenta quasi un ideale platonico di bellezza: l’abbiamo truccata per renderla quasi irreale, di plastica. Le foto con i fucili, invece, mostrano l’archetipo del vero uomo, rispettato e autoritario. Mi piacciono i concetti di amore, onore e rispetto.

C’è molta religione nei testi dell’album: si parla spesso di salvezza. Da chi o cosa bisogna essere salvati e come?
(ride) È una domanda difficile! Si può essere salvati da molte cose: dalla musica, per esempio, o da una persona, un’idea o una speranza. Ma si può essere salvati anche dal raggiungimento di un obiettivo. Io credo in Dio, negli angeli e in tutte quelle cose, sono un credente, un prigioniero del Signore. Non c’è niente che io possa fare, non posso fuggire. Vorrei poter cantare così forte da poter scardinare le porte, ma purtroppo le viti sono troppo strette.

C’è anche un lato più legato all’amore, al sesso, all’erotismo, al femminino. In particolare mi ha colpito un verso di “Woman, I’ve raised hell”, quando dici: Honey you are the Queen / But you had better leave or I will be forced to be King. Usi “force”, obbligare, e questa scelta mi trasmette un senso di minaccia nella canzone…
Ho faticato per un paio di mesi su quella frase. Non ero sicuro di usare la parola “forced”o “to see the return of a terrible king”. Mi piaceva la parola “forced” perché questo obbligo fa parte della nostra natura: non ne siamo contenti, ma fa parte del nostro essere animali, e non abbiamo alcuna opportunità per contrastarlo. È un istinto naturale che emerge. “Woman…” è una canzone d’amore, ma sarebbe stupido, da vigliacchi, affermare che nell’amore non si sperimenta anche la rabbia. Fa parte dei nostri limiti. Comunque ci ho messo un paio di mesi a lavorare su quelle parole e sono contento che qualcuno le noti e se ne sia interessato. Adesso dal vivo canto “see the return of a terrible king” e lo faccio perché mi piace come le parole rotolano sulla mia lingua.

Last of the Country Gentlemen è un disco profondamente statunitense, in molti l’hanno associato al concetto di “gotico americano”, ma ha anche legami con l’Europa, dove è stato registrato. Come si sono mischiate le tue radici texane con l’esperienza europea?
Be’, sono americano e ne sono felice. In trenta e passa anni l’America mi ha dato molto e non me la si può togliere da dentro… Sono legato all’idea di vastità e romanticismo di alcuni posti del Texas dove sono cresciuto. Però me ne sono anche allontanato molto: ho passato un paio di anni a Parigi, altri due a Berlino, forse uno a Londra, posti diversi tra loro, ma lontanissimi dai miei. Sono anche stato a New York, che non è così distante dal Texas, ma è una città rutilante e frenetica, a differenza delle metropoli europee. Mi piacciono perché c’è tempo per pensare e infatti in Europa ho avuto modo di riflettere sulla mia musica e sulla scrittura… Ma a proposito di “gotico”: chiamiamolo “gotico texano”: non che ci sia questa grande differenza, ma mi suona meglio (ride).

Il tuo sito è molto bello…
… ah, ma di quello si occupa l’etichetta…

Sì, lo immagino: ma penso che sia stato tu a decidere che, cliccando nella sezione intitolata “Bad news” si arrivi sul sito di Fox News. Uno è concentrato sulle tematiche del disco e trova, in maniera inaspettata e divertita, questo link…
(ride sorpreso) Ho chiesto loro di farlo e l’hanno fatto! Pensavo fosse divertente. Avrei potuto anche linkare The Economist e l’avrei trovato comunque buffo. Ma sai, alla gente piace prendere per il culo Fox News e quindi… ho giocato facile prendendomela con l’informazione di destra. Ma credo che negli Stati Uniti la sinistra sia più conservatrice della sua controparte.

Politicamente come ti collochi?
Proprio al centro. Per molto tempo non pensavo alla politica, sebbene leggessi The Economist ogni settimana, e lo faccio anche ora, specialmente in tour. Forse sono più vicino alle posizioni conservatrici in ambito fiscale, ma sono scandalizzato dal dibattito sull’assistenza sanitaria. D’accordo che è politica, ma è un vero prodigio che gli evangelici possano essere contrari alla gratuità dell’assistenza sanitaria. Proprio nel Nuovo Testamento si dice di donare i propri vestiti ai poveri, di porgere l’altra guancia… È stupefacente come riescano a convincere l’elettorato a votare in maniera contraria ai loro principi. Gesù è venuto per guarire i malati, per ridare l’udito al sordo e la vista al cieco… e questi li convincono del contrario. È un trucco messo a punto da gente malvagia… Ma sento che, non solo negli USA, le cose possono cambiare, c’è aria di rivoluzione, sebbene il momento non sia semplice. Lentamente stiamo diventando forse un po’ più intelligenti e aperti. O almeno, lo spero.

Grazie a Jonathan Clancy per la prima traduzione

Novità

È un periodo denso, stancante e stimolante, questo che sto vivendo. La radio ha completato finalmente il suo trasloco e oggi, mentre risistemavo i ferri del mestiere, mi sentivo quasi euforico: la nostalgia, come talvolta mi accade, è stata fulmineamente affiancata e superata dall’entusiasmo per il nuovo.

Ieri è stata pubblicata l’intervista che mi ha fatto Tommaso Colliva (il “quinto uomo” dei Calibro 35, tanto per dire una delle mille cose che fa) sul suo blog Sopravvivenza Musicale: considerando che per mestiere le domande le pongo, rispondere a qualcuna è stata una novità davvero divertente e, permettetemelo, soddisfacente.

C’è anche una terza novità, che però mi destabilizza: avendo cambiato luogo di lavoro, devono mutare le mie abitudini di spesa alimentare. Devo, insomma, trovare un altro supermercato: tutti pensano che trovarne uno di buona qualità e prezzi decenti nel centro di Bologna sia impossibile. Mica vero: ne esiste uno. L’indirizzo esatto è inciso alla base del Sacro Graal. Mi metto alla ricerca.

So long, Berretta Rossa

Some Rights Reserved to Alessio Bragadini (http://www.flickr.com/photos/abragad)Mi piacerebbe ricordarmi quando ho messo piede per la prima volta negli studi che la radio abbandona in questi giorni: avrei potuto farlo, se tenessi un diario. Non avrei mai potuto, invece, sapere quante ore ho passato in quegli studi e uffici, dal 2001 a oggi, nello studio di regia, davanti a un computer, sui gradini dell’entrata, nelle altre stanze della sede di Radio Città del Capo. Ma se dovessi calcolare quanto tempo abbia passato in quella “casa” rispetto alle case che ho vissuto in trentatrè anni (e passa) di vita, sono certo che “Berretta Rossa” si posizionerebbe ai primi posti di quest’inutile e immaginaria classifica.

Mi ricordo di quando hanno sbagliato grossolanamente il nome della via, delle notti passate a trasmettere Monolocane e delle maratone dei “morti viventi”, quando stare là era davvero come stare a casa. Mi ricordo di avere pianto, brevemente e violentemente, in un giorno tremendo di agosto e di avere riso a crepapelle (talvolta anche a microfoni accesi) innumerevoli volte. In via Berretta Rossa, quella che è quasi a forma di H, quella che è erronamente segnalata su alcune mappe e navigatori da far perdere nella periferia bolognese più di una band attesa per un live a Maps, ho litigato un paio di volte e mi sono formato dal punto di vista lavorativo. Ho conosciuto amori e amici, là, e ho bevuto centinaia di caffè della macchinetta.

Oggi pomeriggio trasmetto per l’ultima volta dagli studi di via Berretta Rossa: Radio Città del Capo si trasferisce altrove, in un posto che è in tutto e per tutto assai migliore di quello dov’è stata finora; ma, per oggi e oggi solamente, mi permetterò un briciolo di malinconia. Non preoccupatevi, non trasparirà dall’onda, sarebbe poco professionale: quelle mura che, in fin dei conti, mi hanno visto crescere, si meritano per l’ultima volta il meglio di me.

L’elettricità

Quando ho avuto la conferma che Nada sarebbe passata da Maps non solo per un’intervista, ma anche per un minilive in studio, mi sono davvero emozionato: non mi aspettavo che una musicista con una carriera tale sarebbe venuta a suonare nel mio programma. Preparandomi, però, per l’intervista, ho riguardato e riascoltato molto della lunga carriera della musicista.

E in effetti ciò che l’ha sempre animata è stato uno spirito di indipendenza e di purezza sinceramente lontano dalle famigerate “scelte commerciali”, tant’è che mica le è andata sempre bene. Questo spirito, in scala minore, è un po’ quello che vorrebbe avere la trasmissione e a cui tende la programmazione della radio tutta. La sua presenza in onda, quindi, poteva avere ragione di esserci, così, fantasticandoci su.

Quest’introduzione per dirvi che quel pomeriggio di più di un mese fa alla fine è stato davvero bellissimo, e mi è rimasto dentro al punto tale da pervadere anche le sensazioni della serata, quando Nada e i Criminal Jokers hanno suonato in un Locomotiv sold out.

Quassù trovate il resoconto della serata, pubblicato nell’ultimo numero di Jam: un breve pezzo in cui non si accenna alle canzoni che vedrete e sentirete presto sul sito di Maps, ma di cui mi è rimasta una sorta di elettricità nell’animo. E capirete che quando è un set acustico a provocare queste sensazioni…

Qui non si sa
se restare nell’oscurità
o andare verso il futuro
in un mondo diverso
spinti da un vento leggero
come un fucile alla nuca
(Nada, “L’elettricità”)

Di |2024-05-13T14:21:24+02:0013 Febbraio 2012|Categorie: I'm Happy Just To Dance With You, Things We Said Today, Tomorrow Never Knows|Tag: , , , , , , , , |Commenti disabilitati su L’elettricità

Lui balla da solo

Le persone all’ingresso del locale sono gentili e lui entra, lasciandosi il gelo della sera alle spalle. In una mano un mazzo talmente infreddolito di rose che neanche lui ha il coraggio di guardarle, figuriamoci di venderle. Ma non si sa mai. Non ha fatto un euro quando credeva di ricavare qualcosa e si è trovato sulla strada di casa leggero, senza quasi più niente da vendere in giornate iniziate malissimo.

Il tepore di quel luogo lo abbraccia talmente stretto da farlo sorridere. E poi c’è un gruppo che suona. Non uno dei suoi che sì, bravi, i concerti del sabato pomeriggio, tutti a cantare le stesse canzoni, e c’è sempre quello che piange, però che palle. No, uno che fa musica tosta, rock. Però che strano: non c’è il cantante.
Viene quasi attratto dal palco, o forse dalla gente più fitta che è insieme fonte di calore e di guadagno, in quel momento. Ma in quello che fa c’è un misto di irrazionalità e abitudine che quasi lo stordisce. Sono tutti ovviamente rivolti verso il palco, come potrebbe mai pensare che qualcuno lo degni di uno sguardo? Non si girerebbe neanche lui per nulla al mondo, anzi: non lo fa proprio. Procede e, comunque, accompagna gesti a parole: “Amico, una rosa?”, o mostra svogliato la mano con gli accendini e i giocattoli.

La batteria incalza e gli ribatte dentro che sembra di essere al cinema e si trova nelle prime file proprio quando inizia a essere investito dal  basso perfettamente allineato al bagliore che proviene pulsante da un faro in alto. Solleva le braccia un po’, per mostrare rose e giocattoli, ma quando nessuno sguardo lo accoglie, decide di lasciarle sollevate e si accorge di ballare. La luce lo stordisce ed è insieme agli altri, da solo, per la prima volta.

Decide quindi di dare la sua parte: si ferma, mette la mano tra i capelli, preme un interruttore e le orecchie di Minnie che ha in testa si accendono. Mentre quelli intorno sono avvolti da un’intermittenza di tonalità fluorescenti che provengono dal cerchietto che indossa, lui balla, finalmente senza pensieri.

Al centro le orecchie di Minnie, sul palco del Locomotiv i Ronin (Bologna, 30.01.2011)

Di |2024-05-13T14:23:22+02:006 Febbraio 2012|Categorie: I Me Mine, I'm Happy Just To Dance With You|Tag: , , |3 Commenti

Martini on the Snow

23 febbraio 2005 - No, non è concettuale L’altro giorno una ragazza che conosco ha scritto su Facebook “Il prossimo che dice “che bella la neve” senza avere la minima idea di cosa voglia dire uscire per andare a lavorare, lo spacco a forza di ginocchiate in bocca.”

Ecco, sono molto d’accordo con questa ragazza. Non mi va di soffermarmi e dibattere sul fatto se l’Italia, la Regione, Bologna, il mio quartiere siano efficienti o meno nel gestire l’ennesima “emergenza” (quand’è che non c’è un’emergenza? Ecco un altro termine che dovrei trattare in un post di The Word).

Fare le cose con la neve è un casino: punto. Perché la neve è un impedimento. In questo la neve è democratica, però: fa sbandare verso i guardrail macchine grandi e piccole, fa scivolare sui marciapiedi grandi e piccini e permette di perdere qualsiasi autobus.

In questo fine settimana che inizia oggi la metà delle cose in programma in città sono state chiaramente annullate per ragioni meteorologiche, tranne il primo dei due aperitivi in piazza Maggiore che mi vedono in consolle. Penso da giorni a nuove musiche “da aperitivo” per stasera, ma con questo clima mi vengono in mente solo canzoni natalizie interpretate da crooney con la voce di velluto o veloci ragtime sui quali immaginare capitomboli.

Qualcosa, però, mi inventerò: per saperne di più, andate sul sito della bella manifestazione appena inaugurata in città, Arte e Scienza in Piazza. Ci vediamo alle 19: se sentite riecheggiare Bing Crosby a Palazzo Re Enzo, cercate il dj e schiaffeggiatelo.

Assistenzialismo

Sono abituato malissimo, come voi credo, con le assistenze tecniche, gli help desk e tutto ciò in cui mi mette una situazione di bisogno perché non so fare una cosa. Spesso, quindi, ho raccontato piccole tragedie da camera (Kammertragödien, per i colti maccheronici) svolte in linea con operatori o messe in scena in negozi e simili. Ma molto più di frequente ve le ho risparmiate, un po’ per evitare di farvi pena, un po’ per evitare di farmi pena.

Talvolta, però, succede che tu hai un problema tecnico, non sai come fare, e sei costretto a mandare una mail a help@.
E loro ti rispondono.

E no, non è una risposta automatica di cinque parole le cui iniziali lette in verticale formano l’imperativo P.U.P.P.A. Ti rispondono davvero e provano a risolvere il problema, chiedendoti di mandare il file. Allora tu, sprezzante dell’imminente delusione, mandi il file e aspetti, sentendoti come il naufrago che vede il brillare della bottiglia con il messaggio dentro mentre si riempie d’acqua, a largo.

Ma loro ti scrivono di nuovo, dicendoti di provare questo e quest’altro. E tu lo fai, ma, ohibò, il problema non si risolve. Con il cuore in gola, lo comunichi, con una mail che trasuda timidezza e martirio. Sai che quello che stai vivendo non è reale, è inconcepibile. Ti è già successo una volta, e queste sono cose che la vita concede una tantum. Lo senti: arriveranno sventure bibliche per avere ottenuto quelle risposte.

Ma, anche senza scomodare il caro vecchio Testamento (che tutti sanno si tratta in realtà di una novelization di un vecchio film in Technicolor redatta senza editor), semplicemente ti senti in colpa per avere ottenuto un servizio. Anzi, ti senti un parassita rompicoglioni. Come stai messo. Ma ormai è troppo tardi: la mail è partita.

Una nuova risposta, con in allegato il tuo file rimesso a posto da loro. E il problema è quasi risolto.

Ringraziate quindi, con me, il prode team di WordPress. E concentrate le vostre maledizioni su Groupalia, che mi ha fregato venticinque euro. Ho un altro help desk da contattare, un’altra missione da compiere. E si ricomincia.

Di |2024-05-13T14:27:54+02:0031 Gennaio 2012|Categorie: I Am The Walrus, I Me Mine|Tag: , , , , , |Commenti disabilitati su Assistenzialismo

Grandi soddisfazioni

Conservo ancora gelosamente i primi cd-r che un musicista dagli occhi un po’ spiritati mi diede qualche anno fa. Sul primo c’è una foto ritoccata di Maurizio Merli che imbraccia un mitra. In alto a destra la scritta “Bologna Violenta”, tutto in maiuscolo, con font stencil. Con lo stesso carattere, in basso a sinistra, due iniziali, “N.M.”

Molti di voi sapranno che “Bologna Violenta” è il nome d’arte di Nicola Manzan, polistrumentista veneto, che riprendendo un titolo di un poliziesco italiano mai girato, ripensa uno dei generi più estremi della musica, il grindcore (se non sapete cos’è, mica è colpa vostra: ecco che ne dice Wikipedia). A questo promo (e a un altro cd-r chiamato Il concerto) è seguito un primo disco, Il nuovissimo mondo, pubblicato due anni fa dall’appena scomparsa etichetta Bar La Muerte.

Quel primo disco Manzan è venuto a farlo da me dal vivo in radio, e proprio oggi sul sito di Maps esce l’intervista fatta al musicista a proposito dell’ultimo Utopie e piccole soddisfazioni: il suono di Bologna Violenta si apre agli archi, in una combinazione più che interessante.

Lasciando perdere le utopie, comunque, è una grande soddisfazione per me unire un party di Maps alla presentazione ufficiale del nuovo disco di Manzan. Dopo il suo concerto, preceduto dal live degli ottimi Fast Animals and Slow Kids, ci saremo io e Alice di Urban Sherpa a farvi ballare. Il tutto domani, al Covo.
Astenersi deboli di cuore.

Di |2024-05-13T14:29:41+02:0027 Gennaio 2012|Categorie: Eight Days A Week, I'm Happy Just To Dance With You|Tag: , , , , , , , |Commenti disabilitati su Grandi soddisfazioni
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