Francesco Locane

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Dagli archivi: Depeche Mode, Unipol Arena, Casalecchio di Reno (Bologna), 22 febbraio 2014

La band torna nel nostro Paese dopo le due date estive del luglio 2013: ecco quello che è accaduto nella terza e ultima serata italiana dell’European Winter Leg del tour di Delta Machine, a Bologna. Può bastare un grande nome, un frontman iconico e dei pezzi immortali per rendere un live indimenticabile?

Foto da Flickr @sybell3

Tre schermi con visual spesso di ottima qualità, file e file di luci, piattaforme e proiezioni: è imponente la scenografia del palco montato all’Unipol Arena di Casalecchio di Reno, appena fuori Bologna. Una delle venue indoor più capienti del Paese ospita i Depeche Mode per l’ultima data italiana del tour invernale di Delta Machine, dopo i concerti tenuti a Torino e Milano nei giorni immediatamente precedenti.

Il live è sold out, come il 99% delle date dei Depeche: più di undicimila persone sono pronte ad acclamare Dave Gahan, Martin Gore e Andy Fletcher, che salgono sul palco (insieme a Peter Gordeno e Christian Eigner) poco dopo le 21. L’inizio è dedicato all’ultimo album: “Welcome to My World” è una canzone che pare scritta anche come opener perfetto per il tour. Da quel momento in poi la scaletta (una ventina di tracce, uguali data dopo data in questa parte di tournée) è un mix calibratissimo di estratti dagli ultimi dischi e grandi classici, con una precisione matematica quasi prevedibile.

E forse la prevedibilità del set è uno dei punti dolenti del concerto bolognese della band: per quanto infatti i Depeche suonino bene (nonostante la pessima qualità del primo terzo di concerto) e concedano un paio di versioni alternative e remixate (“Halo” è notevole) non c’è un momento in cui si rimanga davvero sorpresi. Anche gli intermezzi acustici (“Slow” e “Blue Dress”) sono funzionali: lasciano il palco a Gore per fare riprendere fiato a Gahan, il vero protagonista della serata. Il frontman sfoggia anello con teschio e gilet nero d’ordinanza e, onore al merito, non si risparmia: suda copiosamente, struscia il pacco sull’asta del microfono, dirige il pubblico in cori infiniti su “Enjoy the Silence” e mostra tutto il repertorio da rockstar qual è.

Ma appunto è tutto come ci si aspetta, come se le quinte (nonostante la scenografia) fossero nascoste maldestramente e si percepisse il necessario lato “business” dello show a cui abbiamo assistito. I fan duri e puri dei Depeche non ce ne vogliano, ma ci aspettavamo qualcosa di più. O qualcosa di meno. Insomma, una sorpresa, che sia una, perché per quanto sia bello cantare insieme a migliaia di persone “Just Can’t Get Enough”, c’è un problema se si pensa che, a un certo punto, “enough is enough”.

Recensione pubblicata originariamente sul numero di aprile 2014 de Il Mucchio Selvaggio

Di |2024-05-12T15:08:58+02:0022 Febbraio 2024|Categorie: I'm Happy Just To Dance With You, Tomorrow Never Knows|Tag: , , , , , , , , , , , , |Commenti disabilitati su Dagli archivi: Depeche Mode, Unipol Arena, Casalecchio di Reno (Bologna), 22 febbraio 2014

Jimmy Villotti. Memorie di un musicista ambulante

Per me Jimmy Villotti era “Jimmy, ballando”, era il nome annunciato da Paolo Conte in Concerti, quando presenta la band, era un preciso suono di chitarra, era un nome che vedevo talvolta sui giornali e sui manifesti affissi in città, ma non era un volto, né una voce.

Fino a qualche mese fa, quando Massimo Sterpi (che conoscevo di nome e di vista per il lavoro fatto con l’Antoniano di Bologna) mi ha chiamato proponendomi di realizzare una lunga intervista con Jimmy, per raccontare la sua vita e il suo percorso artistico.

“Non sta bene di salute, purtroppo”, mi aveva anticipato Massimo, ma quando siamo andati a casa sua, se non fosse stato per le medicine sparse sul tavolo, non avrei detto che fosse malato. Stanco forse, anziano, senza dubbio, ma pieno di voglia di raccontare, di ricordare. “Se avessimo tenuto acceso un registratore”, ci siamo detti scherzando io e Massimo mentre uscivamo dal palazzo dove abitava Jimmy, “avremmo avuto già almeno una puntata”.

Era il 27 ottobre 2023: nel giro di due settimane abbiamo finito le registrazioni e, neanche un mese dopo l’ultimo “stop, buona”, Jimmy è morto. Credo che, tra tutte le persone che sono andate a salutarlo al funerale e lo conoscevano personalmente, io fossi quella che lo conosceva da meno tempo.

Mi sono reso conto, quindi, l’incredibile privilegio che ho avuto nel raccogliere, per l’ultima volta, la sua voce. Oltre a essere un privilegio raro, intervistare Jimmy Villotti è stata per me una delle esperienze professionali più intense che abbia mai vissuto.

Sin dal nostro primo incontro ho percepito quanto fosse non solo un artista di enorme levatura, ma anche una persona davvero speciale dal punto di vista umano. Nel podcast “Jimmy Villotti. Memorie di un musicista ambulante”, disponibile in versione audio e video, abbiamo cercato di fare emergere al meglio due dimensioni, quella personale e quella artistica di un uomo versatile, sensibile e intelligente come pochi altri nel panorama nazionale.

Oltre a ringraziare Massimo Sterpi e l’Antoniano, ringrazio anche Sergio Marzotti, che ha curato le riprese video, e Alessandro Renzetti, responsabile di produzione e postproduzione audio.

Di |2024-05-12T15:10:44+02:0019 Febbraio 2024|Categorie: I'm Happy Just To Dance With You, Things We Said Today|Tag: , , , , , , , , |Commenti disabilitati su Jimmy Villotti. Memorie di un musicista ambulante

Dagli archivi: Bombino + Above the Tree & Drum Ensemble Du Beat, Locomotiv Club, Bologna, 13 febbraio 2014

Una serata all’insegna di musiche ancestrali e desertiche, dei loro mescolamenti e delle loro naturali proiezioni, quella di giovedì 13 febbraio al Locomotiv Club di Bologna: due set del musicista tuareg, uno acustico e uno elettrico, e la nuova incarnazione di Above the Tree per oltre due ore di musica di buonissima qualità.

Bombino live

“È molto bello suonare in Italia”, dice Omara Moctar e forse il ringraziamento sentito del musicista va oltre il cliché, visto che il nome d’arte Bombino è la storpiatura del nostro “bambino”: Omara in effetti ha un viso giovanissimo, luminoso e felice, che pare non soffra il caldo del club che ospita una delle date italiane del tour invernale di Nomad, uscito l’anno scorso per la Nonesuch.

Prima dei musicisti tuareg, però, c’è spazio per un support act di tutto rispetto: Marco Bernacchia, cioè Above the Tree, presenta il nuovo album Cave_Man insieme a Enrico “Mao” Bocchini e Edoardo Grisogani. Above the Tree & Drum Ensemble Du Beat affascina il pubblico mischiando con intelligenza percussioni “primitive”, suggestioni tribali, linee di elettronica e chitarra, risultando originale e personale, antico e modernissimo allo stesso tempo.

Non poteva esserci introduzione migliore ai set di Bombino: insieme ai suoi tre musicisti, Moctar sale sul palco per un raffinato live acustico che mostra subito la padronanza che il nostro ha del suo strumento. Una chitarra che, già nell’introduzione al secondo brano, scivola verso il blues: il concerto svela da subito il leit motiv della serata, banalissimo a parole, ma non nei fatti. E cioè che dobbiamo all’Africa la stragrande maggioranza della musica che ascoltiamo.

Se, infatti, il primo set è più tradizionale, quando gli strumenti (due chitarre, basso, batteria) vengono collegati agli amplificatori, veniamo trasportati in un vortice che si allontana e torna continuamente al Sahara, sporcandosi di reggae e garage e, talvolta, diventando quel misto di blues e rock che ha fatto andare in brodo di giuggiole Dan Auerbach, produttore di Nomad, da cui proviene una buona parte dei brani in scaletta. I pezzi, rispetto al disco, si allargano e viaggiano liberi, vanno da ritmi in battere a quelli in levare; la chitarra di Bombino chiacchiera, urla, sputa grappoli di note che vibrano tra la musica tradizionale tuareg e tutte le contaminazioni attuate e subite in secoli di storia e migrazioni.

Talvolta, forse, c’è troppa indulgenza in alcune code o passaggi, ma quando uno è bravissimo a suonare è facile perdonare che possa provare piacere e divertimento nell’ascoltarsi tanto quanto chi lo acclama sotto il palco.

Recensione pubblicata originariamente sul numero di marzo 2014 de Il Mucchio Selvaggio

Di |2024-05-12T15:13:26+02:0013 Febbraio 2024|Categorie: I'm Happy Just To Dance With You, Tomorrow Never Knows|Tag: , , , , , , , , |Commenti disabilitati su Dagli archivi: Bombino + Above the Tree & Drum Ensemble Du Beat, Locomotiv Club, Bologna, 13 febbraio 2014

Dagli archivi: Damo Suzuki: “Faccio la musica dell’oggi”

Il 18 gennaio 2008 Damo Suzuki si esibiva, con il suo progetto Damo Suzuki Network, al Locomotiv Club di Bologna. Quel pomeriggio ho avuto la possibilità di ospitarlo in Maps, la trasmissione musicale pomeridiana di Radio Città del Capo. In occasione della recente scomparsa del musicista, ho trascritto e tradotto l’intervista.

Ti conoscono tutti come il cantante dei Can, ma ormai sono passati 35 anni da quell’esperienza, quindi parliamo del presente, del Damo Suzuki Network. Di che si tratta?
Per lavoro viaggio in tanti Paesi del mondo e cerco volta per volta, nello spazio e nel tempo in cui sono, di creare qualcosa con i “sound carrier locali”. Sono musicisti, ma io li chiamo “sound carrier” [“portatori di suono”, ndr] perché “musicista” è una parola vecchia, perché negli ultimi venti-trent’anni tutto è cambiato nel panorama musicale e noise. Suono ovunque, incontro persone senza fare prove, faccio la musica dell’oggi. Funziona, non è mai noioso perché ogni giorno posso fare cose diverse e incontro persone dalle mentalità molto diverse tra loro. Insomma, il menù del giorno cambia sempre.

Si tratta di improvvisazioni?
Non proprio, non mi piace tanto quella parola. Sì, è una specie di improvvisazione, ma il termine è utilizzato soprattutto dai musicisti jazz, e nel jazz, anche quando si improvvisa, non si fa davvero musica sul momento. Perché comunque nel jazz ci sono strutture definite, i solisti… Ognuno di noi, invece, fa nello stesso momento cose diverse.

Cosa succede quando, suonando, accade qualcosa di talmente bello e particolare che ti va di ripeterlo?
Di solito non ripeto nulla perché ogni volta ho a che fare con musicisti diversi. E poi ripetere significa copiare se stessi: non è proprio cosa per me.

In quanti Paesi diversi sei stato con il tuo progetto e che musicisti hai incontrato?
Non tanti, forse 27 Paesi diversi, e ho suonato con musicisti di ogni tipo: free jazz, hip hop, bande di ottoni…

Com’è stato suonare con gli Zu?
Gli Zu hanno un’energia incredibile ed è la cosa che davvero mi piace di loro. Anche nei miei concerti c’è molta energia, la condivido con il pubblico e me ne torno a casa con una bella sensazione.

Ci sono artisti o dischi interessanti che hai ascoltato di recente?
È una domanda difficile, perché per me ogni sound carrier che suona con me è interessante.

I sound carrier sono molto orgogliosi di suonare con te…
E io lo sono di suonare con loro, perché è davvero speciale. Prima di cominciare a suonare non ci conosciamo di persona e poi comunichiamo con la musica, è molto bello. Per comunicare non mi serve imparare l’italiano, una lingua per molto difficile: con la musica comunico ovunque. Ed è anche un motivo per cui porto avanti questo progetto: voglio usare la musica come arma contro ogni tipo di violenza. In questo mondo c’è molta violenza perché le persone non comunicano tra loro e la musica permette di farlo anche meglio [che con le parole].

Ci hai parlato della diversità dei Paesi che visiti e dei musicisti con cui suoni, ma che mi dici del pubblico?
Ti faccio un esempio: lo scorso aprile [2007, ndr] ho suonato a Londra con un quartetto d’archi, con musicisti classici, in un posto dove almeno l’80 per cento del pubblico era composto da appassionati di classica. Per me è stata un’esperienza interessantissima e la reazione del pubblico è stata magnifica: c’è stata una standing ovation e abbiamo fatto due parti, la prima da due pezzi, per un totale di 45 minuti e la seconda con un pezzo solo da 77 minuti.

Intervista andata in onda originariamente in diretta su Radio Città del Capo di Bologna il 18 gennaio 2008

Di |2024-05-12T15:14:47+02:0012 Febbraio 2024|Categorie: I'm Happy Just To Dance With You, Things We Said Today|Tag: , , , , , , , |Commenti disabilitati su Dagli archivi: Damo Suzuki: “Faccio la musica dell’oggi”

30×30 – Il mio 1994 in musica

Quasi vent’anni fa pubblicavo sul blog un post in cui si citavano alcuni dischi chiave usciti nel 1994 e una decina di anni fa espandevo questa lista di meraviglie su Facebook,

Questi sono i semi da cui nasce 30×30 – Il mio 1994 in musica, un progetto che ha “debuttato” qualche giorno fa in forma di newsletter e minipodcast, sebbene all’inizio la mia idea era quella di creare dei video per ognuno dei dischi di cui avrei parlato. Non avevo calcolato, però, che YouTube non si sarebbe accontentato di non farmi monetizzare i video, arrivando a impedirne la pubblicazione.
Quindi sono tornato ai miei amori di sempre, la scrittura e la radio.

Il 1994 è stato un anno memorabile per la musica di ogni genere: allora avevo sedici anni e ho avuto la fortuna di ascoltare, proprio quando uscivano, una serie di capolavori che hanno segnato la storia. Per voi ho selezionato 30 dischi che mi porto dentro da trent’anni: li ho scoperti da adolescente e non li ho più abbandonati. Io sono Francesco Locane e questo è 30×30: il mio 1994 in musica.

Queste sono le parole che introducono ogni puntata, disponibile più o meno nel giorno in cui è stato pubblicato il disco di cui parlo. È possibile leggere e/o ascoltare 30×30 in diversi modi:

  • iscrivendosi alla newsletter;
  • sintonizzandosi su Radio Popolare, perché l’amica Elisa Graci ospita il micropodcast nella sua trasmissione Playground, in onda in etere e streaming dal lunedì al venerdì alle 1630;
  • andando sulle tante piattaforme di streaming che lo ospitano.

Come sempre, ogni commento, feedback e parere è ben voluto.

Di |2024-05-12T15:16:26+02:0029 Gennaio 2024|Categorie: I'm Happy Just To Dance With You, Things We Said Today, Tomorrow Never Knows|Tag: , , , , , , , , , , |Commenti disabilitati su 30×30 – Il mio 1994 in musica

Dagli archivi: Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra – Fuck Off Get Free We Pour Light on Everything

Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra – Fuck Off Get Free We Pour Light on Everything (Constellation Records), 20 gennaio 2014

8

Ogni volta che riascolto dall’inizio alla fine l’ultimo disco dei Thee Silver Mt. Zion ho una reazione fisica: un brivido che sale per scoppiare puntuale intorno al secondo minuto e mezzo della penultima traccia, “What We Loved Was Not Enough”. E ogni ascolto mi riserva particolari che mi erano sfuggiti prima, o che forse si rivelano solo dopo: i ritmi, più variegati del solito; le voci, arrangiate e dosate come non mai, pur continuando a narrare spesso cose tremende; alcune derive armoniche lontane dai pur variegati modelli di Menuck e compagni. Forse non bastano questi elementi a definire il disco (appropriandoci impunemente di una delle note definizioni di Calvino) un (piccolo) classico, ma di certo si tratta di una delle vette della vasta produzione dei canadesi, che riescono a combinare il loro usuale rigore con libere, inaspettate, luminose aperture. Appunto: Fuck Off Get Free We Pour Light on Everything. Ancora una volta un disco-manifesto, ma, a differenza di altri, necessario.

 

Recensione pubblicata originariamente sul numero di giugno 2014 de Il Mucchio Selvaggio

Di |2024-05-12T15:17:48+02:0020 Gennaio 2024|Categorie: I'm Happy Just To Dance With You, Tomorrow Never Knows|Tag: , , , , |Commenti disabilitati su Dagli archivi: Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra – Fuck Off Get Free We Pour Light on Everything

Dagli archivi: Cesare Malfatti – Una mia distrazione

Cesare Malfatti – Una mia distrazione (Adesiva Discografica), 22 novembre 2013
7,5

Mentre scriviamo queste righe, Cesare Malfatti ha raccolto su Musicraiser quasi tutto il necessario affinché il suo ultimo album sia distribuito nei negozi, in cd jewelpack. Già, perché dal novembre del 2013 il cd di Una mia distrazione è acquistabile direttamente sul sito di Malfatti, in un formato particolare, sottovuoto, insieme a 9 cartoline: sul fronte fotografie scattate dallo stesso ex-La Crus nel corso degli anni, sul retro i testi, firmati da Luca Lezziero e Vincenzo Costantino Cinaski. Concepito insieme al pianista Antonio Zambrini e registrato (in pochissimo tempo) anche con Matteo Zucconi (contrabbasso), Riccardo Frisari (batteria) e Vincenzo di Silvestro (che suona tutti gli archi), quello di Malfatti è un disco raffinatissimo negli arrangiamenti che tendono spesso al jazz, e non per caso considerando il curriculum di Zambrini e degli altri collaboratori. Una soluzione che, sposata alla dolcezza delle melodie e all’inconfondibile voce leggera e quasi sussurrata di Malfatti, fa pensare (in molte ariose e lievi aperture) al lavoro fatto da Kirby e Harris sulle partiture di archi e piano dei primi due dischi di Nick Drake. Una mia distrazione suona diverso da ogni cosa pubblicata da Malfatti in passato: che rimanga, appunto, solo una distrazione, o indichi una nuova strada, è comunque un album curatissimo, delicato e prezioso.

Recensione pubblicata originariamente sul numero di maggio 2014 de Il Mucchio Selvaggio

Di |2024-05-12T15:19:04+02:0022 Novembre 2023|Categorie: I'm Happy Just To Dance With You, Tomorrow Never Knows|Tag: , , , , , , , , , , |Commenti disabilitati su Dagli archivi: Cesare Malfatti – Una mia distrazione

Vent’anni di blog

Caro A Day in the Life,

ti ho inaugurato nel pomeriggio del giorno di Ferragosto del 2003: ero da solo a Bologna, nella casa dove avevo trascorso gli anni dell’università, faceva caldo, c’erano zanzare in quantità e io mi consolavo bevendo Bacardi Breezer e guardando a ripetizione (il termine binge watching era di là da venire) puntate di Blu Notte su RaiClick, la prototipica piattaforma di streaming creata da RAI e Fastweb. E le registravo su VHS, tanto per sottolineare l’epoca remotissima di cui parlo.

Allora aprire un blog era la cosa da fare, ma farlo a Ferragosto insomma: oggi aprire un blog a Ferragosto sarebbe un atto insensato, non tanto per la giornata, quanto per il mezzo di comunicazione scelto. Sole parole, da leggere poi, senza neanche la comodità di avere qualcuno che le legga per te? Niente video, reel, storie? Follia pura nel terzo decennio del Ventunesimo secolo. Eppure da quel giorno, prima su splinder.it, poi su splinder.com, quindi su WordPress e infine come parte integrante di questo sito personale, si sono succeduti un migliaio di post, dapprima cercando di rispettare il detto nulla die sine linea, ma poi accontentandosi di sporcare queste pagine quanto meno una volta al mese.

Mio bistrattato blog, quanto ti devo: mi hai permesso di esercitare la scrittura, di distrarmi, di passare il tempo accompagnandomi in anni talvolta complicati, ma per lo più divertenti e soddisfacenti, ma soprattutto mi hai fatto conoscere un sacco di persone, consentendomi di stringere legami importanti, alcuni dei quali sono sopravvissuti per anni e anni. Oggi ti festeggio con un post alla vecchia maniera, uno di quelli con le parole ben distese, senza preoccuparmi di sottostare a limiti dei caratteri, di scegliere la foto più accattivante per i gusti dell’algoritmo, di rispettare regole SEO o di puntare all’engagement degli utenti. Solo e semplicemente “amore per le parole”, come da sempre recita il tuo sottotitolo.

Ti sei mantenuto fedele a te stesso, pur accogliendo ultimamente quasi solo materiale d’archivio e adattandoti a cambiamenti tecnici indispensabili. Ma sei inevitabilmente fuori moda. Troppo lungo, troppo poco personale (chi l’avrebbe mai detto), troppo lento. Però non preoccuparti, questa non è una lettera d’addio: sarebbe quanto meno crudele chiuderti nel giorno del tuo compleanno e non ho alcuna intenzione di farlo, né oggi, né in futuro. Perché tuttora credo che per esprimersi sia necessario un certo spazio e una certa lentezza, tanto nella scrittura quanto nella lettura. Ma soprattutto perché rileggendoti ti sento ancora vicino, ti sento “mio”, proprio per tutto ciò che ho scritto sopra. E sebbene spesso mi risuoni nelle orecchie “I Just Wasn’t Made for These Times” dei Beach Boys, riesco ancora a percepire in lontananza il ritornello di “We Can Work It Out” dei Beatles, che ti hanno battezzato.

Grazie e a presto,
Francesco

Di |2024-05-12T15:21:12+02:0015 Agosto 2023|Categorie: I Me Mine|Tag: , , , |Commenti disabilitati su Vent’anni di blog

Dagli archivi: Sono stato Dio in Bosnia – Vita di un mercenario (Erion Kadilli, 2010)

Vi ricordate la guerra nei Balcani? Si è trattato di uno dei conflitti più cruenti, spietati, feroci e incomprensibili nella storia dell’uomo. E questo non lo dico io, ma uno che la guerra l’ha fatta: Stefano Delle Fave. È lui il protagonista assoluto del documentario Sono stato Dio in Bosnia – Vita di un mercenario, realizzato dal regista italo-albanese Erion Kadilli.

Delle Fave vive un’adolescenza non proprio felice a Bordighera, collezionando guai con la giustizia e una passione per il giornalismo. Proprio in qualità di giornalista-fotografo decide di andare in Croazia: siamo nei primi anni ’90 e la situazione nella ex-Yugoslavia inizia a farsi pesantissima, al punto tale che la sua “guardia del corpo”, una soldatessa dell’esercito croato, gli muore tra le braccia colpita da una raffica di mitra. Delle Fave perde definitivamente la boccia e inizia la sua carriera di soldato di ventura, prima in Croazia e poi in Bosnia.

Kadilli decide di affidare la narrazione di tutto a questo quarantenne che si definisce “pazzo” (mentre “Hitler era solo un folle”), che confessa delitti raccapriccianti (ma dirà sempre il vero?), e che racconta senza peli sulla lingua la guerra e il codazzo di orrore, soldi e sangue che ogni conflitto si porta dietro.La camera è fissa sul mercenario, soprannominato “Red Devil” nei Balcani. Coscientemente, il regista compare appena in campo per le prime domande ma, mano a mano che il film va avanti, rimaniamo da soli con gli occhi spiritati di Delle Fave e ascoltiamo quello che ha da dirci.

Tuttavia non di sole interviste è fatto Sono stato Dio in Bosnia: una parte notevole del documentario, infatti, è affidata a materiali di repertorio di tipo molto diverso. Da un lato ci sono i filmati girati dal mercenario in Croazia e Bosnia; dall’altro ci sono filmati della RAI in cui Stefano Delle Fave è protagonista. Eh già, perché una puntata di un’edizione di Domenica In, condotta da Elisabetta Gardini e Toto Cutugno, ebbe proprio lui come ospite. Lì, sul divano azzurro, davanti a scenografie pastello, il poco più che ventenne Delle Fave raccontava la sua guerra, rispondeva a domande come “Cosa si prova a uccidere un uomo?” e altre amenità.

Basterebbe questo, e i contrasti che il film solleva, perché Sono stato Dio in Bosnia rimanga nello stomaco e nel cervello per molto tempo: invece Kadilli esagera appena un po’, calcando inutilmente la mano su una traballante critica alla società dello spettacolo, tirando fuori il seggio europeo della Gardini e una citazione di Adorno in capo al film. Peccato, ma sono nei in un prodotto a budget bassissimo e dal fiero spirito indipendente che speriamo non sia relegato a proiezioni sporadiche qua e là.

Recensione pubblicata originariamente sul blog di Pampero Fundacion Cinema nel febbraio 2011

 

Dagli archivi: Wild Man Blues (Barbara Kopple, 1997)

Ebbene sì, care lettrici e cari lettori di questo blog: io Woody Allen l’ho visto, all’Auditorium di Roma, il 31 marzo scorso. L’ho visto salire sul palco, vestito esattamente come me l’aspettavo (camicia e pantaloni di velluto a coste), con la sua New Orleans Jazz Band, con la quale suona da un quarto di secolo.

Woody Allen l’ha visto (e molto) anche Barbara Kopple, di cui abbiamo già parlato a proposito di Harlan County, USA, nel 1996. Da ore e ore di girato, la Kopple ha fatto uscire nel 1997 Wild Man Blues. Il documentario, in pratica, segue Allen e la sua band (e non solo) in un tour europeo, tra Spagna, Italia e Gran Bretagna.

Dico “non solo” perché in quel periodo Woody aveva lasciato tutti di stucco a causa del fidanzamento con Soon Yi, figlia adottiva della ex Mia Farrow. Inoltre, grazie alla macchina da presa della Kopple, conosciamo anche membri della famiglia di Allen: sorella e genitori, in particolare.

Nelle note di copertina del DVD la Kopple spiega che la spinta per girare questo documentario è stata soprattutto l’attività cinematografica di Allen: e come contraddirla? L’Allen cineasta è ben presente, per quanto il documentario si sforzi di parlare di musica: e che musica!

Allen, lo sanno soprattutto i suoi fan, ama da morire il jazz classico. Le sue predilezioni, però, oltre ai grandi come Cole Porter e Gershwin, vanno soprattutto alla musica che ha originato il tutto: quelle canzoni, spesso solo strumentali, suonate negli Stati del sud, che univano la ripetitività delle work song, e di conseguenza del blues, con una tavolozza sonora più ricca.

Piccoli complessi, che si esibivano nei cassoni dei camion per aggirare leggi strettissime sui concerti in pubblico: un banjo, una batteria, qualche fiato. Una musica che, dice Allen all’inizio del documentario forse esagerando, “non interessa a nessuno”.

Eppure Woody la suona, imperterrito, prima in un piccolo pub di New York tutti i lunedì sera (leggenda vuole che a causa di uno di questi concerti non andò a Los Angeles a ritirare l’Oscar per Io e Annie: ma tutti i fan di Allen sanno che lui odia la California), più recentemente nel lussuoso Carlton Hotel di Manhattan (se vi interessa ci sono da sborsare diverse decine di dollari per avere un tavolo, nelle sere in cui la New Orleans Jazz Band si esibisce).

È vero che questa musica non interessa a nessuno?

Diciamo che interessa relativamente alla Kopple, affascinata soprattutto dalla persona-Allen, ben lontana dalle aperture che, negli ultimi anni, Woody ha concesso alla stampa.

Interessa relativamente anche al pubblico che affolla i suoi concerti.

Ma interessa moltissimo ad Allen stesso: questo si percepisce in Wild Man Blues, backstage dopo backstage e albergo dopo albergo. È una passione che viene dopo il cinema, ma non si distacca da esso così tanto.
Verso la fine del documentario Allen osserva che il tour è finito: il tempo è passato, è ora di tornare a New York, a mostrare i souvenir del viaggio in Europa ai genitori.

In questi piccoli sprazzi la Kopple riesce ad avere un occhio particolare e ci rivela davvero qualcosa di inedito di un’icona dell’oggi. Per il resto il film è un documento curioso di un hobby importante di un grande scrittore e regista.

Recensione pubblicata originariamente sul blog di Pampero Fundacion Cinema nel febbraio 2011

Di |2024-05-12T15:24:36+02:001 Dicembre 2022|Categorie: Act Naturally, Tomorrow Never Knows|Tag: , , , , , , , , , , , , , |Commenti disabilitati su Dagli archivi: Wild Man Blues (Barbara Kopple, 1997)
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