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Lettera alla mia macchina fotografica

Cara Rolleiflex,

posso chiamarti Rollei? Quando ti chiamo così, oltretutto, la gente pensa che tu sia una di quelle splendide ed eleganti macchine fotografiche quadrate. No, non scattare subito, mi piaci così come sei, germanicamente tozza.
Il primo flash che ho di te è frontale. Mia madre mi ti punta addosso e io dico che non voglio essere fotografato. Lei dice che non mi sta fotografando, eppure preme un tastino. “Per vedere la luce”, mi dice. “Cazzate”, penso io. E infatti, regolarmente, mia madre mi scatta una foto, spostando il dito sul pulsante di scatto. Ma io, allora, che ne sapevo come funzionava un esposimetro? Mia madre ti era tanto affezionata, diciamolo. Talmente tanto che si è arresa solo molto tardi ai tuoi acciacchi. “Che vuoi farci, è una macchina vecchia, del 1971”. Io, bambino nato nel 1978, pensavo a cosa mi sarebbe successo se mi fossi “guastato” sette anni dopo. Mia madre mi avrebbe messo vicino a te nell’armadio e anche io mi sarei piano piano coperto di uno strato, pardon, pellicola di polvere?
Non ricordo mica quando ti ho riscoperto, e ho sviluppato un certo amore per te e per la fotografia. So solo che ti ho preso e portato dal fotografo. Macchina vampira: hai sempre avuto problemi con la luce, le maledette cellule dell’esposimetro che si guastavano sempre. Macchina vampira: quanti cazzo di soldi ti sei ciucciata per farti aggiustare quelle cellule, perché poi si guastassero subito dopo? Scusa, no, non ti impressionare, non volevo sembrarti alterato nella mia esposizione.
Alla fine, l’unica soluzione: imparare a fotografare senza esposimetro, grazie ad una provvida tabella compilata dal fotografo di cui sopra. “Che genio”, pensavo. “Si ricorda a memoria tempi di esposizione e diaframmi.” Solo qualche anno dopo mi sono reso conto che aveva spudoratamente copiato quella tabella dal retro della scatola di un rullino Kodak.
Che emozione poter cambiare i tre obiettivi, il piccolo grandangolo, il teleobiettivo e il planar.
Che bello sentire lo “statlac!” dello scatto e sapere che tutto quello che facevi era possibile senza pile, senza trucco, senza alcun “auto”: tutto meccanico.
Che palle fotografare senza esposimetro, sempre a guardare quella tabella (sostituita poi da un ritaglio di una scatola di un rullino Kodak) prima di scattare una foto: per quanto potessi essere veloce tu nei tuoi tempi, io avevo i miei, ed erano lunghissimi.
Poi, la soluzione: l’esposimetro esterno, comprato in un negozio di seconda mano. E la meraviglia delle persone quando mi vedono armeggiare con quell’apparecchietto nero, mentre lo punto verso di loro. Forse pensano che sia un disintegratore laser. Di sicuro ne era convinto un bambino a Roma, che si era prontamente rifugiato tra le gonne della mamma, pensando fossi un invasore alieno pronto a ridurlo in gelatina.
Ti scrivo questa lettera con il cuore (e il diaframma) in mano, per ringraziarti, perché ancora funzioni e, nonostante i tuoi trentatré anni, riesci ancora a fare cose come queste. Non romperti, per favore. Ricordati che abbiamo solo sette anni di differenza e l’incubo di passare la vecchiaia vicino a te in un armadio c’è ancora. Ma mica per la solitudine. Per il buio.

Di |2004-05-12T03:03:32+02:0012 Maggio 2004|Categorie: I Me Mine|Tag: , , , |0 Commenti

Une semaine dans la vie: appunti sparsi e trascritti di una settimana a Parigi

29 aprile 2004. Italia vs Resto del mondo
Io e V. arriviamo da Bologna a Milano alle 1415. La partenza del TGV per Parigi è due ore dopo. “Il tempo è relativo”, dice V., citando Einstein. “Sì, ma che palle”, dico o senza bisogno di riferimenti dotti.
Accanto a noi una ragazza straniera sfoglia dei cartoncini su cui c’è scritta da un lato una parola in italiano e dall’altro il corrispondente in inglese. Un modo comodo per imparare le lingue, basta avere una borsa apposita per i cartoncini. Ad un tratto si gira verso delle altre ragazze e mostra loro un cartoncino. “Ghio-ca-rii?”, chiede. “Giocare”, rispondono le mie giovani compatriote. Dopo un po’ la ragazza tira fuori un ramo di una pianta avvolto nel cellophane. Io e V. ci chiediamo se avvolgere le cose nella plastica possa servire ad apprendere le lingue. Dopo il metodo Shenker, il metodo Domopak?
Finalmente arriva il TGV, e saliamo. I passeggeri sono per lo più francesi e italiani. I francesi stanno seduti, parlottano tra loro, facendo facce buffe, esplodendo ogni tanto in un “bof” ed emettendo quelle mezze pernacchiette per cui sono famosi nel mondo. Gli italiani urlano, si spingono, rimangono incastrati tra i sedili con i bagagli.
Poco prima che parta il treno passa un ragazzo che lascia ad ognuno dei biglietti così fatti: a destra l’alfabeto dei sordomuti, decorato, chissà perché da un disegno di un personaggio di Dragonball. A sinistra una scritta in quattro lingue, che più o meno dice: “Buongiorno, sono sordomuto. Prendete questo alfabeto internazionale dei segni per sordomuti e lasciatemi un’offerta. Grazie.” Questo è quello che c’è scritto in italiano, perché in francese, inglese e tedesco non si dice solo di leggere l’alfabeto, ma anche di studiarlo.
Non prendo il cartoncino. Quando il ragazzo passa per ritirarlo e vede che non gli do dei soldi, mi guarda con aria interrogativa. Io a gesti gli dico che non ho soldi spiccioli, ma anche se li avessi non li darei a lui, preferisco sostenere enti e associazioni che conosco bene, di cui mi fido. Posso essere molto comunicativo a gesti, a volte. Lui insiste, io ribadisco la mia posizione. Alla fine mormora a bassa voce “Un’offerta?”.
Ci guardiamo ancora per un secondo, poi se ne va.
Nel TGV io e V. ci innamoriamo di una ragazza bellissima che si va a sedere qualche fila davanti alla nostra. Dopo qualche minuto ne entra un’altra identica: meglio, così non litighiamo. Ma poi notiamo che tra i suoi bagagli c’è un bongo. Non ci piace più, e ci guardiamo in cagnesco per tutto il viaggio.

30 aprile 2004. La nouvelle cuisine e i problemi di lingua
Dopo avere visto il Museo Picasso, io e V. decidiamo di mangiare qualcosa, ma tutto costa troppo. Compriamo quindi qualcosa in un supermercato. V. adocchia uno strano barattolo. “Cos’è?”, gli chiedo. Lui me lo spiega con un lungo giro di parole, ma io intuisco che nel contenitore c’è semplicemente marmellata di porco. Andiamo a mangiare nei giardini del terzo arrondissement. V. apre il coperchio di plastica del barattolo con la marmellata di porco e io vedo un altro coperchio bianco, senza alcuna linguetta per aprirlo. “Cosa facciamo?”, domando preoccupato. “Non è plastica”, dice serafico V. “E’ strutto.” Passa il custode del giardino e ci dice “bon appetit”, sogghignando. Una vecchia nella panchina accanto vede il barattolo di marmellata di porco e le si innalza automaticamente il tasso di colesterolo nel sangue. Se ne va un attimo prima dell’inevitabile collasso. Noi, intanto, pranziamo.
Di sera siamo invitati da un’amica di V., Audrey, ad una festa. Cosa c’è di più fico di andare a Parigi ed essere invitati il giorno dopo ad una festa? Ve lo dico io. Andare ad una festa a Parigi il giorno dopo esserci arrivati e parlare bene il francese.
Io, V. e la mia amica Elena arriviamo alla festa senza aver mangiato nulla. Vediamo subito che oltre alle patatine (ovviamente aromatizzate con gusti improbabili) ci sono anche dei pezzetti di cavolo crudo. Iniziamo malissimo. Mi guardo intorno, però, e noto che non tutto è perduto. Ci sono delle confezioni di pizza precotta e c’è tantissima roba da bere. E poi la festa è piena di belle ragazze. Una, in particolare, mulatta, è bellissima. Ma proprio bella. Com’è come non è, capita che mi siedo vicino a lei. Mi chiede da accendere, in francese e le do da accendere. Le chiedo se parla inglese. Mi dice di no, e inizia a parlare con me in francese. Io chiamo a raccolta le mie 100 parole di francese e spero che il discorso rimanga ai livelli linguistici di una puntata dei Teletubbies. Invece, complice il livello alcoolico, vengono toccati i seguenti argomenti: situazione dei sans papier in Francia; ruolo della polizia nella politica italiana; grandi chiese a Roma e Parigi, con accenni ai principali aspetti dell’architettura romanica e gotica. Infine: dolci tipici italiani e francesi e loro preparazione. Ora, chiunque sarebbe crollato dopo il terzo argomento. Ma quegli occhi neri e tutto il resto mi hanno dato la forza, anche e soprattutto quando sentivo frasi come “Roma est très romantique”.
Alla fine delle festa si prende il mio numero di telefono (a forza, ovviamente: io mica volevo darglielo) e se ne va. Io, per la disperazione – e per la fame – sto per addentare un pezzo di cavolo crudo, ma V. mi salva all’ultimo momento, passandomi una fetta di nazionalissima e assai autarchica pizza. Carbonizzata.

1 maggio 2004. Mughetti e mugugni
La giornata della festa del lavoro inizia con un sms di mia madre. “Allora, com’è il primo maggio coi mughetti?”. Sulle prime penso che mia madre stia organizzando un movimento clandestino di resistenza e decido di rispondere con un messaggio del tipo: “Il nonno ha bruciato la torta”. Poi mi informo e scopro che il fiore ufficiale del primo maggio in Francia è il mughetto. Scrivo quindi a mia madre: “Ho mangiato una baguette con in testa una corona di mughetti sotto la torre Eiffel. Buon primo maggio”. Così è contenta.
Di sera andiamo alla Flèche d’or, una specie di centro sociale. Ci dovrebbe essere un concerto ska: la cosa non mi entusiasma, ma tant’è. Scopro invece con orrore che il gruppo principale è un incrocio tra Punkreas, Nomadi e Modena City Ramblers. E cantano in spagnolo. Le mie palle girano a mulinello e producono un rumore coperto appena dal vociare della folla, entusiasta nel sentire canzoni su “marijuana y libertad”. Mon Dieu.

2 maggio 2004. Tout le monde est (à) Montmartre
Nel pomeriggio incontriamo di nuovo Audrey, che, diciamolo, piace a V. Il punto di ritrovo è vicino a Montmartre. Mentre l’aspettiamo dico al mio amico: “Senti, oggi è domenica, è una bella giornata, siamo a Montmartre e quindi è pieno di turisti. Ti prego, non saliamo al Sacro Cuore, visto che abbiamo già scarpinato per tutta la mattina.” Arriva Audrey, bella come il sole, e dopo un paio di minuti, ovviamente, stiamo salendo, facendoci largo a manate tra i turisti, verso la chiesa del Sacro Cuore.
In una stradina laterale vedo un posto curioso: un pub irlandese, con dentro suonatori francesi di musica simil-celtica. A Montmartre. Ovviamente il piatto del giorno del pub è pollo taandori.

3 maggio 2004. Io, reietto del Louvre
Fanculo a te che mi hai messo nella stessa sala di quella troia di Monna Lisa. Gioconda un cazzo. Io sono molto più grande di te. Ti scattano centinaia di foto e poi vanno a comprare le cartoline; si fanno ritrarre con te alle spalle; ti hanno fatto i baffi, messo sui poster, colorata.
E io, a pochi metri da te, niente. Sono senza speranza.
Gioconda, un’ultima cosa: altro che misteriosa, affascinante ed enigmatica. Secondo me sei proprio un cesso.

4 maggio 2004. X grazia ricevuta
La chiesa di Saint Germain-des-Prés è bellissima e molto antica. Ma quando vado a visitarla, stranamente, non ci sono molti turisti. Invece ci sono diversi fedeli che pregano. Qualcosa di bianco attaccato ad una colonna vicino ad una statua di un santo attira la mia attenzione. È un grande foglio pieno zeppo di richieste e ringraziamenti a S. Antonio. Sono stato un bel po’ a leggerli: scritte di giovani e adulti, a penna nera, blu o anche violetta, soprattutto in francese, ma anche in spagnolo e portoghese, e italiano. Una di queste recita: “S. Antonio, proteggi il mio papy e tutte le xsone a me care”.
Che ci crediate o no, mi sono un po’ intenerito e commosso.

5 maggio 2004. A brain apart
Scoppia il panico a casa di Elena, Ilaria e Andrea, i miei ospiti. Arriva, totalmente inaspettata, un’amica di un’ex-amica di Ilaria. Così, senza praticamente avvisare. Il problema non è la mancanza di posto, visto che V. se n’è andato il giorno prima, ma il modo in cui questa ragazza si presenta a casa di persone a lei sconosciute. Inoltre gira una strana voce sul suo conto: che lei sia deficiente. Io appoggio i tre nella loro incazzatura, ma dentro di me spero che la persona con la quale dovrò condividere la stanza per una notte sia tipo Marylin in Quando la moglie è in vacanza.
La frase con la quale la ragazza si presenta, con pesante accento romano, è: “Scusame Ila, me sento ‘na mmerda, ma nun zo proprio dove annà”. Da quel momento nei suoi discorsi è tutto un tripudio di confronti tra Parigi e Trastevere, un punteggiare continuo dei nostri discorsi con domande come “Chi è?”, “Che è?”, “‘Ndo sta?”. E inoltre: no, la ragazza non è decisamente come Marylin.
Quando ci stiamo per addormentare, inizia a chiedermi quanti anni ho, di che segno zodiacale sono, e cose così. Poi continua: “A Francè, ma qui a Pariggi gli studenti ‘ndo stanno?”
“Parigi è grande”, dico io mezzo addormentato.
“Stanno alla Sorbona?”
“Eh, anche”, dico io, evitando di rivelarle che, proprio come a Roma, a Parigi ci sono molte università.
“Senti ‘n po’, ma domani ce la faccio a vvedè tutto er Louvre?”
“Ci vogliono due giorni per vedere tutto il Louvre”
“Ma se vado svelta?”
E mi immagino la scena di Band à part di Godard, in cui i tre protagonisti fanno il Louvre di corsa, scena ripresa da The Dreamers (che, per inciso, alla ragazza è piaciuto ‘na cifra). Sovrappongo questa scena ad una fantasia personale: la ragazza che corre, cozza violentemente contro la Venere di Milo che cade in mille pezzi. “Tanto già era rotta”, si giustifica lei.
La conversazione continua ancora per un po’, fino al “buonanotte” più liberatorio che mai mi sia stato augurato.

Remèrciements: Ilaria, Andrea, Elena, V., Audrey, la splendida ragazza mulatta (Sèverine), Francis Bacon, il centinaio di ragazze di cui mi sono innamorato in questi sette giorni per almeno cinque minuti, l’inventore della baguette, il mio blocco note, le mia Gauloises portate da casa, il Pastis Ricard, Oui Radio, la RATP, la mia Rollei, i Pixies, i Pavement, Damien Rice, i Depeche Mode e voi pochi superstiti che siete arrivati alla fine di questo post.

We'll always have Paris

Ebbene sì. Me ne vado per una settimana a Parigi. A cazzeggiare, eh, che di lavoro mica se ne parla.
Il mese di maggio si annuncia denso di impegni e appuntamenti.
Intanto vi ricordo che il 16 maggio c’è il Blogpark, a Bologna. Iscrivetevi, venite, partecipate.
Il 21 maggio c’è il Blogrodeo. Come sopra.
In mezzo, come al solito, farò blogdormite, berrò blogaperitivi, leggerò bloglibri. Argh.
Devo dire che, però, mi dispiace non essere in patria per il primo maggio. Non solo mi perdo la festa a Gorizia per l’entrata della Slovenia nell’Unione europea, ma non sarò al concerto dei Radio Dept. al Covo. Polaroidi ed Ink, siete stati grandi, veramente. Sono lì con voi con il cuore. E una baguette in mano. Fatemi sapere com’è andata.
Mi dispiace, insomma.
Ma, alla fine, ho sempre Parigi, no?

Referrers – Gente che cerca altro – 4

Dagli stessi produttori di Neighbours, in associazione con Google, Virgilio, Yahoo! e Shinystat
4. “frasi x coccole”

“Ekko, c siamo.”
Mica era tanto che stavano insieme, ma per lei era una cosa seria. Era stato il primo con cui aveva fatto l’amore.
“6 sikura?”, le aveva chiesto, un mese prima.
“Ma certo che sono sicura”, aveva risposto lei. E l’avevano fatto. Ed era la prima volta per tutti e due. Ovviamente, non era stato niente di tale. Lui, da buon maschietto, si era subito andato a vantare con gli amici.
“Oh, bella regaz. Ma lo sapete ke ho fatto?”
“Ma che ce ne frega”, avevano risposto loro, partecipi come al solito.
“Oh, la Kiara, quella di terzabì. Abbiamo kiavato” – il poeta.
“Se, adesso la chiaraditerzabì te l’ha data. A te” – gli increduli amici.
A quel punto lui aveva narrato di amplessi formidabili, traendo spunto dai porno che aveva visto da solo. Se avesse preso come ispirazione quelli che aveva visto con i suoi amici, l’avrebbero scoperto. Mica era scemo, lui.
Solo che adesso alla chiaraditerzabì non bastava mica che lui superasse il minuto e trenta di coito. No.
“Beh? Ke hai?”
“Niente”. Anche la chiaraditerzabì stava imparando a fare la femmina.
“Dai, so ke hai qlcs. Dimmi ke hai”
“Niente”
“Kiara, nn t è piaciuto?”
“Ma sì che mi è piaciuto”
“Allora ke hai?”
“Niente” – sfiora il professionismo, la ragazza.
Al quindicesimo “niente”, finalmente rivelò l’arcano.
“Dopo che l’abbiamo fatto non mi fai le coccole. Mai”, aveva detto chiaraditerzabì lasciando il nostro senza parole. Gli amici gli avrebbero dato un consiglio.
“Ovvio. Vuole le coccole. Nei porno non ci sono, ma che c’entra. La vita reale è diversa. La chiaraditerzabì urla di piacere come Jenna Jameson quando la scopi? No. E lo sai perché?”
Risata generale, con corollario di battute sulla presunta microdotazione sessuale del nostro. Il più grande del gruppo fa tornare l’ordine.
“Insomma, accarezzala, dalle i bacini, massaggiala. Ma che te le devo dire io queste cose?”
“No, no. Grazie, sì, ma le faccio, solo ke nn x tanto tempo… Cmq nn ce l’ho pikkolo”, aveva detto lui andandosene.
Il giorno dopo, casa della chiaraditerzabì libera. Amplesso, record stagionale di due minuti e trenta. Istintivamente, subito dopo, il nostro si gira dall’altra parte. Ha fame, ha voglia di un panino con il salame. O di Nutella. O qualsiasi altra cosa. Sente lei che sbuffa.
“Ekko, c siamo”, pensa il nostro. Allora si ricorda dei consigli degli amici, prende la chiaraditerzabì, la carezza, prima in maniera impacciata. Poi gli viene sempre più naturale, gli piace, e piace anche a lei. Tanto che gli sussurra dolce dolce: “Mi dici qualcosa di carino?”
“E adesso?” pensa. “TVB”, le dice.
“Anche io. Poi?”
“TVUKDB”
“Anche io. Ancora.”
“6 trpp karina”
“Hm”
“Ehhh…”. Il panico. Chiaraditerzabì si alza, scocciata. “Mai una parola carina”. La ragazza, ammettiamolo, sta avanti. Il nostro è disperato. Ma come, le coccole non bastano?
Quando torna a casa, quella sera, un po’ triste, pensa a quello che è successo.
“Nn solo le coccole, anke le frasi x le coccole. Kiedo ai miei amici? No”, dice andando sulla pagina di Google.
Ma, purtroppo, capita su un blog, in cui fin dal primo post si bandiscono “k” e “x”. Il nostro inizia a capire che l’amore è sacrificio e fatica. Anke, ma nn solo, intendiamoci. Ops.

Di |2004-04-28T03:23:00+02:0028 Aprile 2004|Categorie: I Am The Walrus|Tag: , , , , |14 Commenti

25 aprile

Sentivo di più questa data fondamentale per la nostra storia (e intendo anche per la storia della mia generazione) quando ero ancora a Gorizia. E so anche perché. Per la vicinanza fisica e opprimente della Risiera di San Sabba. Evito ogni tipo di retorica, e vi prego di farlo anche nei commenti. Anche se, visto come vanno le cose in Italia, sarebbe giusto ricordarsi e ricordare ogni giorno, non soltanto durante le “feste comandate”.

Non so chi sia la persona che ho fotografato alla Risiera una delle tante volte che ci sono andato, il 25 aprile 1998. Ma di tutte le foto che ho fatto là questa è quella che mi sembra più forte.
Non dimentichiamo.

Di |2004-04-25T03:16:00+02:0025 Aprile 2004|Categorie: I Me Mine|Tag: , , , , , |8 Commenti

Ricordo guanciale: post intimista-nostalgico. Diabetici, occhio.

Iniziamo da me. D’altro canto il post è intimista, no? Ero un bambino bravo, quando ero piccolo piccolo. Non rompevo le palle, non svegliavo mia madre ad ore assurde per la poppata, non strillavo troppo, mangiavo e non facevo capricci. E non combinavo troppi casini. “I problemi”, dice mia madre, “sono iniziati quando hai imparato a parlare”. Ma questo non c’entra.
Un giorno, però, ho fatto qualcosa tipicamente da bambino. Ero sul terrazzo della casa dove sono nato, al quinto piano. Non potevo vedere fuori perché l’orrenda “ringhiera” di cemento impediva a me nanerottolo la vista dell’orizzonte. Molto leopardiana, come cosa. In un cestino sul terrazzo c’erano delle arance. Io ne ho presa in mano una alla volta, appoggiandomele alla guancia, sentendone il freddo. Ogni volta che ognuna prendeva la temperatura del mio corpo, con il candore tipico dei bimbi, la buttavo giù, alla cieca. E ne prendevo un’altra.
Questo racconto mi è stato fatto da mia madre, ma, a differenza di altri episodi della mia vita di bimbo che non ricordavo direttamente, ha sempre avuto qualcosa in più, un non-so-che che mi penetrava fino in fondo. E adesso torniamo al presente.

Mi è sempre piaciuto guardare le fotografie, mie o di altri. E sentivo che c’era una fotografia, da qualche parte, che aveva a che fare con l’episodio che ho raccontato. Ripeto: lo sentivo mio, ma c’era qualcosa in più. Mi sembrava di ricordare il senso di liberazione che avevo nel lanciare della arance dal quinto piano, facendo qualcosa di assolutamente proibito, tra l’altro. Ho portato da casa dei miei degli album di foto. E ho trovato la foto in questione, che non metto qua, anche se l’ho subito passata allo scanner, per motivi di pudore (se proprio siete curiosissimi e mi scrivete, ve la mando, veramente). Mia madre è uscita, mi ha visto in questa posa buffa. Prima di fermarmi, è tornata a casa e ha fatto la foto. L’ho rivista, quindi, dopo tanto tempo. E mi sono reso conto che quello che ricordo nettamente è il freddo dell’arancia sulla guancia.

Sì. Questo è il mio primo ricordo in assoluto. Era l’aprile del 1980. Avevo un anno e dieci mesi. Ed ero biondo.

Di |2004-04-19T00:28:00+02:0019 Aprile 2004|Categorie: I Me Mine|Tag: , , , |10 Commenti

La rivolta degli oggetti – parte quarta

Avrei dovuto capirlo che non era giornata, da quando stamattina il cellulare ha rifiutato di accendersi, senza alcun motivo. Ho fatto la solita cosa inutile di togliere la pila e rimetterla, che ha molto più dello sciamanico che del sensato. Niente. Poi, senza dirmi nulla, si è acceso, ed è comparso un messaggio sul visore: “Paura, eh?”. Devo tenere il mio cellulare lontano dal televisore.
Faccio le mie cose, mi metto al portatile a scrivere. Si blocca. Control Alt Canc non funziona, quindi a mali estremi, estremi rimedi. Siccome l’usuale martello non c’è, lo spengo dal pulsantino. Toc. Zzzzzz. Spento. Lo guardo. Riaccendo. VVVvvvvvvv. Schermata nera.

“Vuoi avviarmi in modalità provvisoria, bel maschione?”
“Ma, veramente mi accontenterei del solito, caro.”

Niente. Non si vuole avviare. Metto venti euro nel cassettino del cd rom. Niente. Non ne vuole sapere. Il panico inizia ad impadronirsi di me. Mi tocca chiamare… l’assistenza. Ora, questo per me equivale ad una sconfitta. Vincono sempre loro.
Mi risponde una voce lentissima e depressa, da impiegata cinquantenne triste che inizia ad avere i sentori della menopausa. E la voce è registrata, non vi dico altro: le scelgono bene. Inizio a seguire le istruzioni del caso, digitando i numeri richiesti. Dopo avere collezionato una ventina di cifre sul display del mio telefono, finalmente mi risponde una voce. Una umana, dico.
“Pronto, sono Carmelo, mi dà un cognome?”
Penso che abbia problemi di identità, Carmelo, e inizio ad inventare un cognome che gli possa stare bene. Ma Carmelo X richiama la mia attenzione.
“Insomma, come si chiama?”
Do il mio cognome e lui mi dice dove abito, che numero di telefono ho, che scarpe porto in quel momento e anche qual è il mio cane di razza preferito. Però Carmelo non sa quale sia il numero di serie del mio portatile. E non lo so neanche io.
“Sta sotto il portatile”, suggerisce Carmelo Esposito. Dico a Carmelo Ming di attendere. Guardo sotto il computer. C’è un’etichetta con almeno sei serie di numeri diverse. Provo con la più difficile e la trascrivo. Torno da Carmelo Blissett.
“Non so se sia questa. Le detto una serie di trenta numeri e lettere”
“Inizia con ventotto?” chiede Carmelo.
“Veramente no”
“Allora non è quello”
Alla fine ce la faccio, e Carmelo mi identifica e mi dà anche dei numeri da giocare al lotto, ma solo sulla ruota di Aversa verso la metà del 2005. Non sto lì a dire che la ruota in questione non esiste e finalmente giungiamo al problema.
“Le posso dare prima soluzione”, dice Carmelo, “ma di più non posso dirle. Siccome suo computer non è più in garanzia, per sapere altro deve pagare venti euro. Ha carta di credito?”
Mi verrebbe da dirgli: “Ma Carmelo, santiddio, lo sai benissimo che ho una carta di credito, sai anche il numero di serie, sai dov’è il cassetto dove la tengo e anche il cognome da nubile di mia madre”. Invece mi accontento della prima soluzione, quella gratis. Che ovviamente non dà alcun esito. Richiamo. Carmelo è visibilmente soddisfatto, e me lo immagino tutto blu, con gli occhiali e delle ridicole mutandine bianche. “Te l’avevo detto, io. Dai, caccia il numero di carta di credito. So’ ventieuri, alla fine quanto ti costa una pizza? Dai, caccialo”.
E io glielo do. Carmelo impazzisce di gioia, mi dà tre soluzioni diverse al problema, ventilando, però, che potrebbe essere qualcosa di grave.
“Ma no”, dico io, toccando le palle ad un cavallo ben ferrato, salato e ornato di cornetti rossi che tengo sempre vicino a me in occasioni del genere. Niente. Neanche stavolta le soluzioni servono. Richiamo, e ormai penso che le mie telefonate siano passate al vivavoce e che intorno a Carmelo ci sia un party con i fiocchi. Ogni tanto, in effetti, quando mi parla, sembra che abbia la bocca piena di fonzies. Quando sento rumore di leccata di dita non ho dubbi: mi stanno prendendo per il culo e si sono già sputtanati i miei venti euro in chinotto e pop corn. Bastardi.
Dagli altri dati che Carmelo ha, il “tecnico” giunge ad una conclusione atroce.
“Qui è problemo di riformattamento disco.”
“Come?”
“Come si dice in italiano?”
“In italiano?”

E allora capisco che Carmelo proviene da un altro paese. Cosa ci faccia al centro di assistenza Sony (ma sì, diciamolo) del capoluogo lombardo è un mistero. Forse è un calciatore brasiliano in esubero al Milan, che ne so. Comunque la diagnosi di Carmelo è atroce. Perdita completa dei dati, dovuta a danneggiamento del disco rigido.
“Ma quanto mi costa? Cioè, quanto mi costerebbe rimetterlo a posto?”
Ladies and gentlemen: il climax di Carmelo! “Tra virgolette, con un punto di domanda, insomma, per il trasporto sono venti euro, la riparazione sono almeno duecento, più il pezzo…” Esita, lo stronzo. “Diciamo che sono duecento cinquanta trecento trecento cinquanta… Insomma, sui quattrocento euro”
Lo fermo, prima che alzi la posta, e scoppio in lacrime.
Torno in camera dal portatile. Mi avvicino e lo accarezzo. Provo ad accenderlo, recitando dei salmi in aramaico (imparato grazie al film sulle torture a Gesù). Tutto funziona. Miracolo (come nel film sul ritorno del Cristo vivente).
E compare una scritta sullo schermo: “Paura, eh?”.
E sento in lontananza il mio cellulare che ridacchia piano, nell’ombra.

Cats and cigarettes

Ho una confessione da farvi. I miei genitori non sanno che fumo. O meglio, non sanno che fumo sigarette. Cose strane, lo so, ma tant’è. Quindi, dopo il pranzopasquale, dopo il caffè, niente sigaretta. Guardo il mio fratello di parole (special guest per queste festività nel profondo nordest) che se la fuma, la sua, e muoio anche io dalla voglia di una sigaretta. Niente. Fino a che non mi accompagna in stazione, domenica. Nel sottopassaggio, finalmente, posso accendermene una. Salgo le scale e continuo a fare due chiacchiere con il fratello di parole che ha deciso di fermarsi con me fino a che non arriva il treno. Dopo un paio di minuti, qualcuno mi chiama.
“Francesco!”
Mi giro e non ci posso credere: è il medico di famiglia dei miei, nonché loro amico. Personaggio alquanto buffo e strano. Bravo, eh. Tanto bravo che non appena ho potuto ho cambiato medico.
“Uhm, ciao” faccio io.
“Eh, ma sei tu, non ti riconoscevo! Ho visto un fumatore…”
“Ahiacazz'” penso io: mi ha etichettato, è la fine. “Fumatore… Ogni tanto…”, tento di giustificarmi. E mi viene in mente di una delle ultime visite che mi ha fatto. Avrò avuto tredici-quattordici anni. Ausculta, batte, le solite cose. Poi mi guarda là, tutto a posto, ma mi chiede repentinamente: “Sesso? Dico, qualche pippetta?” (testuale). Io divento viola e dico “Nooooooooooo”, ma seriamente. E lui, trattenendo un sorrisino: “No, no, certo”. Tanto per dirvi che tipo bizzarro sia.
Scopro che faremo il viaggio fino a Mestre insieme. Io avrei voluto leggere, ma pazienza. Quando ci sediamo gli chiedo se può mantenere il segreto professionale, per modo di dire, sulla questione delle sigarette, onde evitare che precari equilibri familiari vengano mandati in fumo (ops). Lui acconsente e iniziamo a parlare. Mi dice, tra le altre cose, che:
1. è triste perché gli è morto il gatto, anzi, la gatta a cui la figlia ventenne è affezionatissima. “Non ha amici”, mi confessa. “Non aveva amici”, correggo io pensando si riferisca alla gatta defunta;
2. ha sepolto la gatta in giardino, mettendo delle viole come decorazione, in un punto in cui la figlia – in vacanza con la madre e ancora ignara della disgrazia – possa vedere la tomba dell’amato felino mentre studia. Poi ci pensa e dice: “Va a finire che questa guarda fuori dalla finestra, si intristisce e non studia un cazzo”. Io lo convinco a non chiamare il vicino per fargli disseppellire il cadavere;
3. deve andare in Sicilia, ma non ha preso l’aereo perché ha paura di attentati (era l’11 aprile): evito di dirgli che l’ultimo attentato è stato fatto in un treno, pensando che quel povero uomo ha davanti a sé un giorno intero di viaggio;
4. i genitori sbagliano tutto e sono troppo emotivi;
5. la nostra generazione è fottuta;
6. lui, però, ha problemi alla prostata, che lo faranno sicuramente andare in bagno molte volte di notte, disturbando i suoi compagni di vagone letto. “Dovevo portarmi il pappagallo di carta”, conclude. Io rido. Lui no. Penso a come può essere fatto un pappagallo di carta.
Finalmente arrivo a Mestre e lo saluto. Prima di scendere gli dico: “Oh, mi raccomando. Mantieni il segreto, eh”. “Quale segreto?” chiede lui. “Sul fatto che fumo”. “Ah, pensa, non me lo ricordavo già più. Vedi, io con il segreto professionale non ho problemi, sono un ottimo medico: infatti non mi ricordo un cazzo”.

Trippin' (Back Home)

Quando torno nel piccolo posto nordorientale che ha visto le mie origini, una delle (poche) cose belle è vedere i miei amici. Passo una bella prima parte di serata parlando con M. ed S. di amicizia, sesso, politica, transumanza e amore (non in quest’ordine – e per quanto riguarda la transumanza: ognuno ha i suoi hobby). Poi S. se ne va, e vado a bermi l’ultimo bicchiere (citazione dotta) con M. Parliamo tranquillamente e piacevolmente solo di donne (ora capite che M. è maschio e S. è femmina, vero?) quando arrivano tre amici di M., completamente ubriachi. Si siedono al tavolo con noi, e uno, il più molesto di tutti, prende di mira me. Mi trovo per un quarto d’ora in una brutta esperienza da LSD. Tento di riportare il dialogo così com’è stato.
“Non sei di qua”, approccia lui.
“No, ma sono nato qua. Vivo a Bologna da anni…”
Come per magia, quando si nomina Bologna…
“E figa, ce n’è?”
Che palle. “Mah, ci sono molte ragazze carine”, abbozzo.
“E bevono?”
Rimango interdetto.
“Dico: i muli lassù (sic) bevono?”, precisa.
“Beh, beviamo, sì, andiamo fuori a bere.”
“Sì, ma i bolognesi bevono?”
Mi sembra di parlare con un agente dell’ISTAT.
“Io di bolognesi ne conosco pochi, a dire il vero”, rispondo, mentendo in parte. E c’è un attimo di pausa.
“Francesco, eh?” riapproccia lui.
“Mm.”
“Come DJ Francesco. Ti piace DJ Francesco?”
“Veramente no”, faccio io. Lui alza il pollice.
“E che musica ascolti?”
Ora, io, ad una domanda del genere non so mai cosa rispondere. Come quando mi chiedono quale sia il mio regista preferito. Preferirei mi chiedessero di colori preferiti, o se mi piace la pizza. Faccio il vago mugolando. A quel punto lui mi chiede in successione se mi piacciono: i Radiohead (sì), i Rage Against the Machine (sì), Ambra Angiolini (dico sì e lui alza il pollice), Guccini (no), De Gregori (qualcosa), De Andrè (“Lo conosco poco, dico io”: il pollice si abbassa), i Metallica (sì), i Ramones (sì), i Blink 182 (no, e il pollice si rialza).
“Io gli voglio bene, a Francesco. Quanti anni hai?”
“Ventisei”, dico io arrossendo, emozionato per l’amor appena suscitato.
“Trentasei?” dice l’altro amico ubriaco al mio fianco.
“Ventisei”, dico io. E lui continua a raffica, come il compare di prima, chiedendomi se mi piacciono alcuni dei suoi amici (di cui io ignoro l’esistenza), chiamandoli per soprannome.
Il mio amico, nel frattempo, parla di jazz con il terzo ubriaco.

Rivoglio Tette, Torri e Tortellini. Subito.

Dead Man Working

Oggi sono andato a fare un colloquio di lavoro per un piccolo quotidiano di Bologna.
Quando uno legge quelle guide stupide su come compilare i curricula e comportarsi durante le interviste, ci sono due consigli che vengono ripetuti sempre. Il primo è di ricordarsi bene con chi si ha il colloquio, e quindi avere bene in mente il suo nome e la sua posizione. Il secondo è quello di essere puntuali.
Arrivo alla sede del giornale con quindici minuti di ritardo e un panico mnemonico assoluto. Non solo non mi ricordo chi è la persona con la quale devo parlare, ma non ho la più pallida idea del suo nome. Evito di prendere fuori il giornale e consultarlo davanti alla segretaria come fosse un elenco: mi presento e dico che ho un appuntamento con il caporedattore. La ragazza fa una faccia perplessa, poi si dilegua.
“Lei ha un appuntamento con il direttore“, dice. Ed evita di fare commenti sul mio ritardo.
L’ufficio del direttore del piccolo quotidiano bolonnaise è spoglio da morire. Sopra di lui c’è soltanto una frase di Kierkegaard che dice: “Ormai la nave è in mano al cuoco di bordo e ciò che egli trasmette dal megafono del comandante non è più la rotta da seguire ma la lista di ciò che mangeremo domani”. Del significato della frase colgo solo il senso culinario.
Sentendo parlare il direttore mi rendo conto del perché non mi ricordo che era stato lui a telefonarmi e che non avevo idea di quale fosse il suo nome: quando parla quest’uomo non si capisce nulla. Del discorso serratissimo e universalista che mi ha fatto ho solo colto due volte la parola “pugnetta”; una volta “Cofferati”; sei volte “soccia” e derivati; due volte “cazzo” (pronunciato, ovviamente, “casso”); una volta e mezza “merda” (la mezza volta è da intendersi come “meer”).
“Le ho portato un curriculum”, gli dico. Lo poggio sul tavolo, lui non lo guarda, ci mette la mano sopra e mi rendo conto che l’apprendimento per osmosi esiste, ma è imperfetto. Infatti mi fa le domande le cui risposte sono nel curriculum, e me le pone nell’ordine esatto in cui i dati sono elencati. Inizia con “Quanti anni hai?” e finisce con “Ma il computer lo sai usare?”.
Ancora, però, non mi ha detto che vuole da me, almeno credo. Glielo chiedo direttamente. Intuisco che hanno bisogno, fondamentalmente, di un tappabuchi nella cronaca bianca, nei mesi estivi. E io lo farei pure, il tappabuchi della bianca con i cinquanta gradi all’ombra della Bologna d’estate. Ma quanto mi darebbe, il direttore del piccolo quotidiano, e quanto dovrei lavorare?
La risposta che mi dà si traduce nel mio cervello in una cifra: tre euro l’ora. Netti, eh.
“Mi faccio sentire”, dico io.

Nota: non sono così preoccupato per la mia disoccupazione. Sapete, sono iscritto a tantissimi siti che offrono lavoro e mi mandano e-mail che iniziano con frasi come “Ottime notizie, Francesco: abbiamo le seguenti offerte per te”. L’ultima e-mail del genere mi offriva un posto come arredatore.

Altra nota: sì, sono un po’ negativo, oggi. Ma, d’altro canto, oggi pomeriggio ho visto questo.

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